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GEW 2016: SIRIANI A SCUOLA in Calabria

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Quest’anno la GEW raccoglie esperienze e tentativi di integrazione anche dal Sud Italia, più precisamente dalla Locride calabrese e dai suoi paesini arroccati sulle montagne. Dopo lo sbarco dei curdi nel 1997 e il conseguente sviluppo sociale e culturale avviato a partire dal progetto d’accoglienza di Badolato, e il più recente successo del modello d’accoglienza di Riace che ha visto il famoso sindaco Mimmo Lucano impegnato in prima linea, Santa Caterina dello Ionio si inserisce a gran voce nel panorama dell’accoglienza calabrese.

Dopo due anni di progetto SPRAR, il comune di Santa Caterina dello Ionio ha visto un sensibile incremento della sua popolazione grazie a una decina di famiglie accolte e provenienti da Nigeria, Gambia, Iraq e gli ultimi arrivati dalla Siria. Le buone politiche comunali hanno consentito di ristrutturare e restaurare edifici rurali e case in paese per ospitare i nuovi arrivati. A causa dell’emigrazione dei Catarisani, come accaduto in numerose aree montuose calabresi negli ultimi 50 anni, verso l’Australia, il nord Italia o le stesse aree costiere della regione, i bambini tra elementari e materne erano rimasti poco più di una decina in paese, le botteghe sono chiuse, come anche i numerosi frantoi che caratterizzavano questo luogo baciato dal clima mediterraneo.

Quest’anno le iscrizioni scolastiche però sono raddoppiate improvvisamente alla scuola di Santa Caterina e oltre i bambini del paese, vi sono i figli delle famiglie ospitate dal Comune e dal progetto SPRAR e la maggior parte sono proprio siriani, fuggiti dall’atroce guerra che da cinque anni sta devastando il cuore del medio oriente. I bambini non ne possono nulla delle politiche militari ed economiche dei più grandi e allora che devono fare? vanno a scuola in Italia, con le loro aspettative, le loro matite e i loro quaderni (quando se li ricordano), ma soprattutto senza sapere una parola di italiano!

L’inizio dell’anno scolastico è un attesa interminabile per i piccoli siriani che hanno passato tutto agosto a giocare e vivacizzare gli stretti e tortuosi vicoli di Santa Caterina, aspettando l’ora del passaggio del gelataio ambulante e esplorando le campagne circostanti, facendo arrabbiare non poco i contadini del luogo.

Il primo giorno, con anche i genitori presenti come vuole la tradizione italiana, si respirava un clima surreale in classe, con le maestre preoccupate e incuriosite e i migranti eccitatissimi e disorientati allo stesso tempo; il primo impatto è caratterizzato dalla snervante impossibilità di comunicare tra umani che parlano lingue provenienti da ceppi diversi. Solo l’arrivo dell’interprete ha sbloccato la partita e gli insegnamenti hanno avuto inizio tra gioie e dolori per tutti.

Il primo punto l’han fatto i siriani, riempiendo di affetto, attenzioni e shukran le insegnanti che per loro arrivavano direttamente dall’iperuranio; poi gli insegnanti hanno replicato individuando un programma ad hoc per i migranti incentrato sull’alfabetizzazione. Fin qua tutto bene, ma le insidie si nascondono dietro l’angolo a Santa Caterina. L’entusiasmo iniziale svanisce in breve tempo e prendono piede i problemi di comunicazione e la difficoltà delle maestre, che oltre a essere alla loro prima esperienza con alunni stranieri, devono dedicare ancor più energie ai bambini del paese, perché si sa… l’opinione pubblica in piccoli paesini corre veloce e le conseguenze discriminatorie possono essere letali.

Alle difficoltà comunicative si aggiungono quelle organizzative. Le concezioni culturali di gestione del tempo e della quotidianità causano ritardi e mancanze da parte dei genitori immigrati. Spesso, infatti, bidelli e maestre devono aspettare di malumore oltre l’orario delle lezioni che qualcuno venga a prendere i bambini e i genitori rifugiati non comprendono per quale ragione dovrebbero andare a prendere i figli a scuola, dal momento che in Siria dovevano affrontare qualcosa come venti chilometri al giorno per raggiungere la scuola, accompagnati solo da cani randagi.

L’impossibilità comunicativa si ripercuote anche sui ragazzi più grandi delle medie e in particolare sullo scuolabus che porta gli studenti in marina, dove è presente l’istituto comprensivo. I giovani migranti e i ragazzi di paese al momento si stanno studiando attraverso boccacce, schiaffi e bastoni e urge un intervento di mediazione culturale dei conflitti, ma forse anche questo è un modo come un altro per conoscersi e integrarsi senza utilizzare tante parole. Il motto delle famiglie migranti di Santa Caterina al momento è: Shwali Shwali ovvero “piano piano” e così lentamente si sta lavorando per consentire a questi giovani siriani di esprimersi in un futuro migliore, rispetto all’infanzia che hanno dovuto sopportare a causa delle scelte del mondo non troppo adulto.

I piccoli siriani scappano da questa barbara guerra, con interessi politici ed economici che anche i più grandi stentano a comprendere, ma la situazione è questa… fuggiti per cercare la pace e il benessere, rischiano di non essere accolti così pacificamente come si aspettavano, ma l’equipe SPRAR sta lavorando e mediando, proprio per cercare soluzioni di convivenza pacifica tra persone così differenti tra loro, ma l’obiettivo della pace è ancora lontano dall’essere raggiunto.

di Aldo Accumolli

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