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Atlante delle migrazioni: storia

Materiale realizzato da Fieri nell’ambito del progetto “Oltre le migrazioni”, condotto da CISV, FIERI e Il Nostro Pianeta con un contributo della Compagnia di San Paolo.

Di Stefano Molina

Grafico 1– Storia dell’immigrazione in Italia (1993-2011) attraverso le statistiche dei cittadini stranieri residenti

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Ci sono tanti modi di raccontare la storia dell’immigrazione in Italia. Uno di questi – probabilmente quello preferito dagli statistici – consiste nel conteggiare quanti cittadini stranieri risultavano iscritti, anno dopo anno, alle anagrafi degli oltre 8.000 comuni italiani. Nel 1993 risultavano ufficialmente residenti in un comune italiano poco più di mezzo milione di stranieri. Tenete conto del fatto che non tutti erano “immigrati” nel senso che abitualmente attribuiamo a questo termine: in quel mezzo milione stavano i diplomatici delle ambasciate e dei consolati, gli studenti stranieri frequentanti corsi offerti dalle università italiane, i religiosi stranieri ospitati in comunità e così via. Con il passare degli anni il numero di stranieri residenti è regolarmente cresciuto, fino a superare il milione nel 1998, i 2 milioni nel 2004, i 3 nel 2008 e i 4 nel 2010. E’ probabile che quota 5 milioni possa essere oltrepassata prima della metà del decennio in corso.

Come si può notare dal grafico, la crescita nel numero di residenti stranieri è stata abbastanza regolare. Si tenga conto del fatto che la flessione chiaramente osservabile nell’anno 2002 è stata, per così dire, prodotta artificialmente dalla gestione delle banche dati anagrafiche. Si tratta infatti delle cancellazioni effettuate dalle banche dati a seguito del cosiddetto ricalcolo “post-censuario”: in pratica, il censimento decennale è l’occasione per “fare pulizia” nelle anagrafi eliminando le iscrizioni di quei cittadini (ovviamente non solo stranieri) che hanno lasciato il comune senza che si perfezionasse la procedura di cancellazione. E’ presumibile che queste partenze si siano distribuite lungo l’arco di tutto il decennio precedente, ma il fatto di contabilizzarle tutte insieme nell’anno successivo al censimento produce l’impressione errata che si sia realizzato un brusco calo nel numero dei residenti. Si noti che anche il 2012 è un anno successivo alla celebrazione del censimento: non è improbabile che, una volta resi noti i suoi risultati, il numero di residenti stranieri debba subire una decisa sforbiciata.

Grafico 2 – Storia dell’immigrazione in Italia (1992-2011) attraverso le statistiche dei permessi di soggiorno

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La stessa storia dell’immigrazione in Italia può essere raccontata in modo leggermente diverso, e più articolato, utilizzando un’altra fonte: quella dei permessi di soggiorno. Il permesso di soggiorno è il documento che consente allo straniero di soggiornare in Italia per un certo numero di mesi o di anni. Poiché per ottenerlo occorre esplicitare i motivi alla base dell’intenzione di stare in Italia, la banca dati di quei permessi consente di ricostruire come si sono modificate nel tempo le principali ragioni che hanno indotto milioni di stranieri a recarsi e a soggiornare in Italia. Ad esempio, il grafico riporta in colore blu i permessi di soggiorno per motivi di lavoro, in arancione quelli concessi per motivi familiari, in viola quelli per motivi religiosi e così via. Le discontinuità che si osservano nel numero complessivo di permessi sono riconducibili alle grandi operazioni di regolarizzazione periodicamente realizzate (provvedimenti Dini, Turco-Napolitano, Bossi-Fini), che hanno nel complesso consentito l’emersione di diverse centinaia di migliaia di stranieri già presenti in Italia ma privi di titolo giuridico che consentisse loro il soggiorno.

Fino al 31 dicembre 2007 il numero dei permessi di soggiorno non includeva i minori che risiedevano insieme al titolare del permesso (i loro nomi erano iscritti sul permesso stesso). Dal 1° gennaio 2008 le statistiche conteggiano anche i minori. A partire da quella stessa data, tuttavia, a seguito dell’allargamento dell’Unione europea a Romania e Bulgaria, i cittadini di quei due paesi sono stati esentati dall’obbligo di avere un permesso di soggiorno, e dunque sono usciti dal conteggio qui presentato.

Un’ulteriore discontinuità si è avuta nel 2011, quando le statistiche sui permessi di soggiorno hanno iniziato a dar conto dei cosiddetti permessi per soggiornanti di lungo periodo (permesso per SLP,detto anche ”carta di soggiorno”), che possono essere richiesti solo dallo straniero già in possesso di permessi di soggiorno da almeno 5 anni. Ovviamente, per i titolari di tale permesso – oltre un milione e mezzo, rappresentati dal colore verde chiaro nel grafico – non è più possibile risalire ai motivi del soggiorno (lavoro, famiglia o altro).

Grafico 3 – Come si è distribuita territorialmente l’immigrazione in Italia?

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Una delle caratteristiche delle migrazioni che negli ultimi due decenni hanno interessato l’Italia riguarda la loro distribuzione territoriale. Come è noto, gli immigrati provenienti dall’estero hanno scelto come territori di destinazione soprattutto le regioni del Nord e del Centro, mentre l’insediamento presso le regioni meridionali e insulari ha riguardato solo una piccola minoranza di immigrati.

Un modo interessante per illustrare la concentrazione geografica dell’immigrazione in Italia consiste nel deformare le superfici delle regioni italiane in funzione del numero dei cittadini stranieri residenti. La tradizionale forma dello stivale risulta così particolarmente “rigonfia” nelle aree – come la Lombardia o il Veneto – dove la presenza straniera è più che proporzionale rispetto alla distribuzione della popolazione italiana, mentre si restringe nelle aree (come la Basilicata o la Sardegna) dove questa presenza risulta relativamente esigua.

Dunque gli immigrati hanno comprensibilmente scelto di dirigersi – magari dopo diversi tentativi e vari spostamenti interni – verso le aree dove i redditi sono più elevati e le prospettive occupazionali sono migliori. Da questo punto di vista appaiono abbastanza evidenti alcuni elementi di continuità rispetto ai flussi di migrazione interna dei decenni passati: l’immigrazione continua a svolgere funzioni di “cartina di tornasole” e di “volano dell’economia”, nel senso che individua, rivela e soprattutto alimenta il dinamismo economico delle regioni di destinazione.

Grafico 4 – Come sono cambiate le provenienze? L’europeizzazione dei flussi

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Nel corso dei due decenni passati è anche profondamente cambiata la geografia delle provenienze. All’inizio degli anni novanta l’Africa risultava di gran lunga il primo continente di origine degli stranieri in possesso di un permesso di soggiorno: oltre un terzo dei soggiornanti in Italia proveniva da un paese africano (in quell’epoca si diffondeva il neologismo “vu cumprà”, allora allegramente dispregiativo, oggi fortunatamente caduto in disuso). Venti anni dopo, solo un quinto dei soggiornanti risulta originario del continente nero, mentre la maggioranza assoluta degli stranieri residenti (53,4%) è di origini europee.

A questo importante processo di “europeizzazione” dei flussi hanno certamente contribuito da un lato una particolare congiuntura storica, con la caduta del Muro di Berlino, la riunificazione dell’Europa e gli esiti non sempre lineari e positivi delle transizioni verso il mercato da parte dei paesi dell’Europa orientale; dall’altro le politiche dell’immigrazione italiane che, in modo più o meno esplicito e consapevole, hanno introdotto elementi di preferenza per gli immigrati di origini europee: si pensi, ad esempio, all’impianto della cosiddetta regolarizzazione Bossi-Fini, pensato appositamente per lavoratrici attive nel campo dell’assistenza alle persone (“badanti”), le quali hanno ovviamente maggiori probabilità di provenire dall’Ucraina o dalla Moldavia, che non dal Marocco o dalla Cina.

Poiché i livelli di istruzione delle popolazioni dell’Europa dell’Est sono stati e continuano a essere tra i più elevati al mondo, una delle principali conseguenze di tale europeizzazione dei flussi è l’attuale presenza in Italia di un consistente patrimonio di capitale umano, peraltro non sempre adeguatamente valorizzato: è stato recentemente messo in luce (dall’Istat) il frequente sottoutilizzo delle capacità e delle competenze della popolazione immigrata, sovente impiegata in mansioni inferiori a quelle potenzialmente svolgibili, con conseguente spreco di risorsa umana.

Guardando al futuro non immediato, è probabile che questa fase storica, in cui la maggioranza degli stranieri in Italia è di origini europee, possa prima o poi lasciare il posto a una nuova fase, nella quale le provenienze saranno nuovamente dettate dai maggiori squilibri demografici ed economici esistenti su scala planetaria: in altre parole, è ragionevole ritenere che l’Africa e pure l’Asia possano in futuro riaffermarsi come i luoghi di origine dei più consistenti flussi migratori destinati verso l’Italia.

Grafico 5 – Il contributo alla natalità

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L’arrivo e l’insediamento di alcuni milioni di immigrati ha modificato in profondità molti aspetti della vita economica e sociale in Italia. Tra i tanti aspetti rilevanti vi è il notevole contributo che l’immigrazione ha offerto alla demografia nazionale che, come sappiamo, negli ultimi decenni non è stata particolarmente dinamica. Il grafico mostra la crescita dell’incidenza dei nati da genitori stranieri sul totale dei nati in Italia: da un modesto 1% del 1992 (allorché nacquero circa 5.700 bambini stranieri) si cresce rapidamente fino a superare il 14% nel 2010 (con circa 78.000 neonati stranieri, ossia uno su sette).

Questa incidenza, già molto elevata sul totale nazionale, diventa ancora più rilevante nelle aree in cui si è maggiormente concentrata la presenza migratoria (vedi grafico 3): in numerose grandi città del Centro e del Nord la quota di nati con almeno un genitore straniero ha raggiunto e superato la quota di un terzo.

Si tratta delle cosiddette “seconde generazioni”: nati in Italia da genitori stranieri.

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