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I giovani e la scuola

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I giovani a scuola
Articolo di Francesco Ciafaloni – Lo Straniero, ottobre 2009


Giro per le scuole meno che in passato. Ma qualche volta lo faccio ancora.
Ho passato una mattinata all’Istituto Primo Levi, Mirafiori sud, insieme con i ragazzi di Terre del Fuoco (della galassia Gruppo Abele), che mi hanno invitato.
Il problema per cui è stata organizzata l’assemblea è che l’Istituto, nella maggior parte dei casi, non iscrive gli stranieri ai corsi ordinari, che portano al diploma, ma li invita a iscriversi ai corsi serali, che li accompagna a superare l’età dell’obbligo e gli rilascia solo un attestato di frequenza. La mattina ci sono solo italiani, o quasi. La sera solo stranieri, o quasi.
Finiti gli interventi in assemblea plenaria, davanti a tutti gli studenti dell’Istituto, in cui temo non si comunichi un bel nulla, forse con l’eccezione di alcune testimonianze dei rari stranieri dei corsi ordinari ai loro compagni, si fanno discussioni nelle classi, unite due a due, per necessità.
I ragazzi di Terre del Fuoco seguono un loro metodo che dovrebbe portare, nel giro di un paio di ore, a proposte condivise degli studenti. Nessuno dei ragazzi che parlano sembra dispiaciuto della mancanza quasi totale degli stranieri, anche dei pochissimi iscritti. Anzi, i pochi che intervengono pensano che ci vorrebbe un insegnante di appoggio per ogni straniero, che i romeni per imparare l’italiano avrebbero bisogno di due anni, eccetera. Le classi però sono ugualmente molto divise, con tensioni forti, battute e prese in giro che sono molto di più di uno scherzo.
Le tensioni più forti, come spesso accade, sono tra ragazze e ragazzi; tra ragazze sviluppate, che sembrano donne, e ragazze che sembrano bambine; tra vecchi residenti e immigrati meridionali. Ancora? – direte voi. Sì, ancora. Tutti sono meridionali, certo, anche quella che sarà la portavoce del gruppo, che è napoletana, estroversa, loquace. Ma ci sono tre ragazzini calabresi, arrivati qualche mese prima, con l’accento ancora evidente, che vengono sfottuti con tutto il repertorio disponibile, e cercano di rivalersi, anche loro con tutto il repertorio, contro la ragazza, che dopo tutto è una donna, e dovrebbe stare al suo posto, lasciando perdere i ragazzi, con cui non possono competere. Le ultime del mazzo sembrano le ragazzine-bambine, che vengono sfottute da tutti gli altri: perché non parlano, perché si sono messe in prima fila, perché sono magre, perché sono pallide.
Non c’è da stupirsi, si può dire. Sono adolescenti, stanno scoprendo questo e quello, eccetera. Ma, intanto, anche i più assertivi non sono particolarmente articolati in italiano. E la tendenza escludente è veramente forte. Saranno insulti rituali, per ribadire le identità etniche, come gli insulti etnici amichevoli in Gran Torino, che però devono essere preceduti da un cordiale e sincero saluto? Io il cordiale e sincero saluto non l’ho visto.
Oppure, al corso meccanici dello Ial, l’Istituto di avviamento al lavoro della Cisl, ficcato in uno spezzone di strada tra Nichelino, Moncalieri e Torino. La differenza di livello, anche in italiano, tra senegalesi e marocchini da un lato e italiani dall’altro, a favore degli stranieri, è incredibile. Gli italiani parlano come una pubblicità demenziale. O non parlano proprio. Qualcuno degli stranieri potrebbe essere definito brillante. Degli italiani uno si chiede chi mai potrà assumerli, anche precariamente, anche a giornata. E loro avranno mai voglia di provarci? E cosa faranno quando papà e mamma saranno vecchi? Del resto nessuno persona desidera iscrivere i figli allo Ial, se è bene informato. Caso mai li iscrive all’Avogadro, dove ai primi anni bocciano il 30% degli iscritti, italiani o stranieri che siano, ma da cui uno esce meccanico davvero e, in una città meccanica, il lavoro lo trova.
Si rincontra lo stesso tipo di ragazzi italiani in uno dei gruppi in cui si cerca di far interloquire lavoratori italiani e stranieri. Ragazzi, tutti figli di immigrati meridionali, che vivono a casa dei genitori, vengono vestiti e nutriti dai genitori, da fine giugno ai primi di settembre vanno a fare lavoretti sull’Adriatico, si presentano stile Facebook, sembrano avere dieci anni di età mentale meno dei loro coetanei stranieri; in particolare delle loro coetanee. Quelle magari portano il fazzoletto e non hanno il piercing, ma ragionano da adulte. Alcune fanno la presidente di associazioni culturali a base confessionale, vanno bene a scuola, si sposano presto. Ha fatto così anche la ragazzina che ci tiene a chiamare velo il fazzoletto, che una volta ho sentito fare una difesa dei diritti costituzionali – della Costituzione della Repubblica italiana, non del Re capo dei credenti – davanti alla Camera del lavoro di Torino, attonita, con un vigore che non sentivo da una trentina di anni. Passeranno dalla tutela del padre a quella del marito, come vuole lo stereotipo? Faranno la fine delle combattenti partigiane finite a preparare i tortelli a mariti importanti, come si diceva fosse avvenuto per la moglie di Fernando Santi? Al momento si direbbe di no.
Se si sale la scala sociale il quadro non è più confortante. Al Segrè, liceo scientifico di collina, cioè di borghesia agiata, devo discutere di cittadinanza e immigrazione, per due ore, una volta alla settimana, per varie settimane.
Ho due soli stranieri davanti: un bulgaro e un neozelandese – per metà maori, mi dice, perché per chiarire che tutti veniamo da qualche parte, ho detto che certo in Nuova Zelanda gli europei sono arrivati dal mare, a una data nota, ma anche i maori, a una data ignota, saranno arrivati dal mare. I due sembrano gli unici a capire di cosa si parla. Alla fine, per far capire che quelle nazionali non sono identità assolute, ricorro ai dialetti piemontesi, che cambiano da sud a nord – occitano, patois francesi, walser – mentre la frontiera è verticale, per cui se si passa la frontiera si trova lo stesso dialetto mentre se si sale lungo la frontiera il dialetto cambia. Niente! Fiato sprecato.
Ricorro all’arma assoluta, dato che i tifosi della Fiorentina e quelli della Juventus si odiano reciprocamente, di fare l’esempio del tifo sportivo, che non segue i confini nazionali. Niente. Loro odiano i francesi. A Torino!

La crisi
La crisi economica, per un certo periodo, può scardinare l’ipocrisia su cui si regge la presenza degli stranieri, che tutti vogliono sul lavoro ma nessuno vuole in città, almeno non nei bar del centro, non in discoteca, non sottobraccio a una ragazza italiana. Per i lavori produttivi, per un po’, la disoccupazione crescerà. Le leggi che sono state appena varate nel pacchetto sicurezza, che avrebbero provocato un anno fa la rivolta delle aziende oltre che delle famiglie, non sollevano l’ondata di indignazione che meriterebbero. Giovanardi, con la regolarizzazione delle sole badanti, sembra aver tolto le castagne dal fuoco a tutti. Giornali serissimi e autorevolissimi hanno scritto che la legge sarà aggirata perché tutti possono farsi fare un contratto da badante.
Certo! Le regolarizzazioni sono tutte un falso, come lo è il decreto flussi. Ma si tratta di centinaia di migliaia di persone. La promessa è di non impiegare più di un anno per i controlli, anche se l’ultimo decreto flussi ha avuto tempi molto più lunghi. Un anno! Per le badanti! Qualcuno – nella maggior parte dei casi, temo, la badante – deve tirar fuori 500 euro per poter presentare una domanda che forse avrà una risposta quando la badata sarà morta. Perché prima o poi a questo mondo si muore e le vecchie non autosufficienti difficilmente hanno decenni davanti a sé.
È un aumento della tassazione dei poveri e dell’arbitrio.

Il futuro
Nessuno sa come andrà.
Per l’immigrazione meridionale le cose sono cambiate molto negli anni. Ciò che ho visto io è un mondo diverso da quello del libro di Goffredo. Difficilmente però questa volta le cose andranno allo stesso modo. Di sicuro il sistema è instabile, non solo perché l’equilibrio è un caso, ma perché la demografia italiana non promette nulla di buono per le badate da qui a venti anni.
Ora hanno ottant’anni le donne nate nel 1920 (che sono poche perché quella generazione ha avuto buoni motivi per morire e per emigrare), che avevano 30 anni all’inizio degli anni cinquanta, quando la fecondità era di 2,5 figli per donna. Mediamente, per ogni vecchia c’è più di una figlia, che può curarla di persona o decidere di prendere una badante, e pagarla. Tra venti anni avranno ottant’anni le nate nel 1950, che sono molte perché sono nate nella prosperità, con la mortalità infantile a livelli europei, e che, tra i 25 e i 35 anni, tra il ’75 e l’85, hanno fatto poco più di un figlio a testa. Non ci saranno abbastanza figlie, in media, non solo per pagare, ma anche per decidere.
Questa è una società di single. Le vecchie – e i vecchi, che saranno una terzo delle vecchie, se continua come ora – non avranno discendenti in grado di prendersi cura di loro, direttamente o indirettamente. Ci vuole un sistema sociale, non famigliare. Se non ci sarà, come credo, e se il Sistema sanitario nazionale non riuscirà a far fronte, i vecchi moriranno.
Il nostro provvido governo ha pensato di legare l’età di pensionamento all’attesa di vita. Temo che la misura farà la fine del provvedimento del governo di pagare la parte dei mutui a tasso variabile che superava il 4%. Il tasso variabile è sceso al di sotto del 4. Così, temo, l’attesa di vita scenderà, come è scesa nelle società troppo divise tra ricchi e poveri e in disfacimento e abbasserà l’età di pensionamento. Spero di non dare un contributo personale all’abbassamento.
Non ci sarà un’onda che ci porti con sé verso l’alto, come, più o meno è avvenuto fino agli anni settanta e, con una folle politica di disavanzo, negli anni ottanta. Al momento sono proprio le pensioni e la spesa pubblica a tenerci in acque non molto agitate, ma in futuro ci salveranno soltanto la cittadinanza condivisa, dovunque si sia nati, l’apertura, la solidarietà tra tutti, soprattutto con gli stranieri.

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