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Percorsi degli alunni stranieri

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Percorsi degli alunni stranieri tra secondaria e università
(testo di Francesco Ciafaloni)


Nell’ambito delle attività per indirizzare e accompagnare gli allievi stranieri nel loro percorso attraverso il sistema scolastico, fino all’Università, abbiamo cercato, per cominciare, di conoscere la realtà; cioè di vedere quanti allievi stranieri si iscrivono all’Università e al Politecnico e da quali istituti, con quali caratteristiche sociali, di istruzione e di reddito delle famiglie, con quale dispersione negli anni della istruzione secondaria.
Che le informazioni, anche quelle qualitative, non fossero disponibili, era ovvio; altrimenti sarebbe bastato consultarle.
Che non saremmo riusciti a raccoglierle noi in misura soddisfacente, in tempi brevi e con uno sforzo modesto, era altrettanto ovvio.
Ci proponevamo di raccogliere quel che era possibile raccogliere; capire se i dati e le informazioni non facilmente disponibili, non adeguatamente elaborati, esistevano effettivamente da qualche parte ma non venivano trasmessi e pubblicati, a disposizione degli utenti, o se invece bisognava organizzare una apposita, nuova raccolta dati.
Non abbiamo ragionato e lavorato come se si trattasse di una ricerca una tantum.
Ricerche sui percorsi degli studenti stranieri sono state fatte; dati sulla difficoltà di accesso all’Università e sul riconoscimento dei titoli sono stati raccolti in passato. Tuttavia con la rapida evoluzione del numero e della qualità degli allievi stranieri presenti, le conoscenze sono rapidamente invecchiate. Sarebbe invece possibile mettere in rilievo i dati sulla dispersione e sulla concentrazione nei vari istituti e integrare i dati sul passaggio all’Università nell’Osservatorio interistituzionale sugli stranieri in provincia di Torino.
L’Osservatorio, naturalmente, anche eventualmente arricchito, non sostituisce il lavoro di indirizzo istituto per istituto e in collaborazione tra istituti. E’ solo uno strumento di base per renderlo più facile.
Il resoconto del nostro breve lavoro è diviso in paragrafi: le fonti; qualche suggerimento per elaborare i dati disponibili e renderli accessibili sull’Osservatorio, o in altra sede ritenuta più opportuna; qualche considerazione sulla situazione attuale e sui suoi punti critici; qualche domanda sui problemi particolari degli stranieri nel sistema universitario italiano.

LE FONTI.
Scuole secondarie.
I dati degli iscritti sono facilmente accessibili sull’Osservatorio, anche se la pubblicazione ad autunno inoltrato consente di ragionare solo su ciò che era vero l’anno precedente, cosa non indifferente per quantità che crescono con percentuali a due cifre da un anno all’altro e che possono anche cambiare radicalmente in un momento di crisi, come questo. Sono calcolati, ma non pubblicati, e perciò sono più difficilmente accessibili, i dati per i singoli istituti (salvo aspetti particolari, che vedremo) e i dati dei respinti. Non sono calcolati affatto i dati della dispersione totale. Se un alunno promosso non si iscrive l’anno successivo, per ragioni economiche, per mancanza di motivazione sua o dei genitori, perché ha superato l’età dell’obbligo senza aver raggiunto il titolo di studio, perché si sta avvicinando all’età dell’obbligo e tutti pensano che sia meglio accompagnarlo morbidamente fuori anziché costringerlo a restare nel sistema formativo, come sarebbe suo diritto e dovere fino alla maggiore età, semplicemente sparisce dal quadro.
Si tratta quindi in alcuni casi – la disaggregazione per istituto, i bocciati – di dati esistenti che non vengono pubblicati a stampa e sono perciò difficilmente accessibili.
Non è neppure facile trovarli sul sito del Miur, salvo i casi di iniziative dello stesso Ministero. Non si tratta però di un lavoro di calcolo e controllo da fare. Si tratta solo di concordare con i responsabili una forma di trasmissione in rete.
Attraverso contatti personali, per la cortesia dei funzionari, l’accesso ad alcuni ordini di scuole ci è stato facile.
Diverso è il caso della dispersione totale, che però è importante per una visione complessiva di quel che succede. Senza una conoscenza adeguata della dispersione, e della qualità dell’insegnamento, siamo destinati a meravigliarci in eterno degli alti tassi di analfabetismo, in senso lato e in senso stretto, dei residenti in Italia, cittadini e non cittadini italiani.
I dati qualitativi – opinioni di insegnanti e dirigenti scolastici – non possono che essere raccolti di volta in volta, come abbiamo cercato di fare.

Università.
L’Osservatorio interistituzionale sull’immigrazione in provincia di Torino ha un capitolo dedicato all’ internazionalizzazione della Università e sulle immatricolazioni e iscrizioni degli stranieri. Le varie Facoltà e il Politecnico, dalla documentazione per l’immatricolazione e l’iscrizione, conoscono il numero degli iscritti stranieri e la loro provenienza, con qualche vuoto di rilevazione,  che risulta dai dati. L’Ufficio per il diritto allo studio raccoglie i dati, li elabora e li pubblica.
Il fine del lavoro non è però quello di contribuire a ricostruire un percorso, ma quello di dare un quadro della situazione da un punto di vista interno all’Università: cifre confrontabili nel tempo, relativamente stabili, aggregate.
Perciò i dati pubblicati non distinguono tra allievi stranieri entrati in Italia per iscriversi all’Università italiana e allievi stranieri residenti e diplomati in Italia, che si iscrivono all’Università.
Dal punto di vista dell’Università, anche i numeri delle singole provenienze possono essere considerati un inutile sovraccarico, moltiplicato dall’alto numero delle provenienze, talora con pochi iscritti, molto mutevoli da un anno all’altro. Non è detto che sia vero, perché provenire dalla scuola italiana o da un definito paese straniero può ed è molto diverso, dal punto di vista della lingua e, con vario segno a seconda delle provenienze, anche delle competenze. Tuttavia si capisce la scelta operata.
I dati in ogni caso sono disponibili e consultabili, grazie alla cortesia degli addetti.

Passaggio dalle secondarie all’Università
Il dato che esiste, ma che non viene rilevato, è il certificato, in un formato preciso, che viene rilasciato dalle segreterie degli istituti per la iscrizione all’Università. Contare i certificati non è impegnativo, ma non è una attività di routine delle segreterie. Chiedere di farlo, a richiesta di singoli professori, data la stretta sul personale e il carico di lavoro, non è facilissimo. Richiede una lavoro diplomatico da parte del professore.
Altri dati di follow up non esistono; né per la ricerca di lavoro e l’esito della ricerca, né per l’iscrizione all’Università e per il successo negli studi.
Non si tratta di una mancanza di poco conto. Come è noto i pochi istituti che seguono i loro diplomati, lo fanno solo per la ricerca di lavoro degli ex allievi che restano in contatto, cioè per i più motivati e di maggior successo, con la conseguente sovrastima del numero degli occupati. Perciò non sappiamo in maniera attendibile se la formazione dei singoli istituti per il proseguimento degli studi o per la ricerca di lavoro sia adeguata o meno. Noi abbiamo chiesto opinioni a singoli insegnanti, che gentilmente ce le hanno date.  I testimoni privilegiati sono anche la fonte storica del ricercatore informato e un vero controllo, eventualmente spiazzante, non c’è.

I SUGGERIMENTI
Sono già intuibili e si deducano dal modo in cui sono state descritte le fonti. Non bisogna moltiplicare le rilevazioni senza necessità. Se chi rileva i dati delle iscrizioni e dell’esito degli esami rilevasse anche i dati dei certificati per l’iscrizione all’Università avremmo automaticamente un follow up generico,  senza indicazione della facoltà scelta e dell’esito, ma ugualmente utile.
Altrettanto utile sarebbe una ricognizione e pubblicazione del numero di anni di presenza in Italia degli allievi stranieri, accanto alla condizione giuridica di non cittadino italiano. Già i dati di quest’anno, molto opportunamente, danno le percentuali di alunni stranieri nati in Italia, per tipo di scuola. Evidentemente c’è piena consapevolezza di quanto fondamentale questo dato sia.
Anche gli esiti degli esami e i passaggi all’Università sarebbero molto utili. Per non ingigantire la pubblicazione a stampa, si potrebbe concordare una pubblicazione in rete.
Altro discorso è la dispersione totale, che richiede un lavoro a parte. Anni fa però un singolo docente è riuscito a calcolare e pubblicare la dispersione totale per tutti gli allievi. E’ una attività che potrebbe essere programmata, annualmente, senza grandi costi.
Per i dati reperibili presso le facoltà universitarie e il Politecnico si tratta solo di aggiungere ai fini della rilevazione quello della conoscenza e della valutazione del percorso dei diplomati in Italia. Risulterebbe chiaro che per capire cosa succede da questo punto di vista non servono le medie e le cifre stabili ma i casi, facoltà per facoltà, anno per anno, provenienza per provenienza. Non è importante seguire tutte le cento e più provenienze. Bastano le prime dieci o le prime cinque. Ma capire cosa succede se la Romania entra nella Ue, o se il Pil rumeno, dopo esser cresciuto all’8% per anno, crolla, come è capitato, è importante. Come è importante sapere se la consolidata stabilizzazione delle famiglie marocchine si traduce o no in un aumento dei passaggi all’Università o se viene scalzata dalla crisi.

LA SITUAZIONE ATTUALE E I SUOI PUNTI CRITICI
Il sistema scolastico in provincia di Torino, ma anche in Piemonte e in Italia, è, come si usa dire, “a canne d’organo”. Si entra in un percorso molto presto e se ne esce molto di rado. Non è la legge a dirlo, perché il sistema italiano è, da questo punto di vista, ormai da quarant’anni, estremamente flessibile. E’ il comportamento di fatto degli istituti, delle famiglie, degli allievi.
La scuola non corregge, o non corregge abbastanza le differenze iniziali, cioè sociali, familiari, di reddito e di accesso alla cultura scritta e agli ambienti sociali in cui ci  si costruisce più facilmente una competenza e una buona rete di rapporti; forse anche una personalità meno subordinata alle necessità economiche.
E’ vero per l’Italia; ma anche per l’Inghilterra, che ha un sistema giuridicamente più chiuso e per la Francia, che lo ha giuridicamente più aperto. Forse fanno eccezione i paesi scandinavi, come sempre, ma anche lì bisognerebbe controllare le proprie convinzioni e le proprie idee ricevute in tempo reale.
Gli stranieri rendono evidente, quasi caricaturale, questa caratteristica, nota da tempo, combattuta per anni, ora travolgente e trionfante.
Se si mettono insieme le percentuali degli allievi stranieri per ordine di scuola negli ultimi anni, le percentuali dei nati in Italia per ordine di scuola, la concentrazione degli allievi stranieri nelle prime dieci scuole secondarie e nei primi dieci centri di formazione professionale dall’ultimo Osservatorio interistituzionale, le percentuali dei promossi e bocciati per istituto dai dati del Comune e si aggiungono le impressioni degli insegnanti motivati e attenti al tema, si ottiene un quadro univoco.
A questo punto il numero degli allievi nati in Italia, o con l’intero percorso scolastico in Italia, è così alto che non meraviglia il risultato di alcune indagini recenti: le differenze di integrazione scolastica e di rendimento degli stranieri sono dovute alle condizioni sociali della famiglia e non alla provenienza.
La concentrazione degli stranieri in alcuni tipi di scuola e in alcuni istituti è marcatissima, al di là della concentrazione per quartiere delle famiglie. Gli istituti di massima concentrazione sono quelli che possono portare a un inserimento diretto nel mercato del lavoro. Alcuni istituti di massima concentrazione tipicamente non danno accesso a facoltà “dure”, in cui si imparano mestieri e professioni richieste sul mercato, ma altri istituti ad alta concentrazione sono invece durissimi, e danno accesso alle facoltà più professionalizzanti.
Le bocciature differenziali (la differenza tra la percentuale dei bocciati stranieri e quella dei bocciati italiani), sono cresciute nell’ultimo anno, come è cresciuta la percentuale dei bocciati totali. Il massimo assoluto di bocciatura si ha nelle scuole frequentate da bambini rom. Alcune scuole frequentate da stranieri hanno percentuali di bocciature molto alte, altre invece piuttosto basse. Naturalmente quelle con percentuali di bocciature più alte sono anche quelle che danno accesso alle facoltà “dure”.
Per non rimandare all’Osservatorio, si possono citare alcuni dati.
La percentuale degli stranieri  è del 9,49% nelle scuole dell’infanzia, del 11,78% nelle primarie, dell’11,59% nelle secondarie di primo grado; del 7,30% nelle secondarie di secondo grado.
Ma al Boselli gli stranieri sono il 30,2%; al Plana il 26,9%; al Birago il 26,4%; allo Zerbini il 24,8%; al Giulio il 24,3%; all’Arduino il 23,2%; al Sommeiller il 21,0%; al P.Levi il 20,0%; al Luxemburg il 19,2%.
Per non parlare, tra i centri di formazione professionale della Casa di Carità dove gli stranieri sono il 76%; del CNOS – Agnelli (53,0%); dello IAL Gheddo (50%), ecc.
Bisogna aggiungere che nei centri di formazione professionale gli stranieri sono gli unici brillanti. Per quello che si sa dagli insegnanti, all’Avogadro, tutti quelli che hanno un andamento accettabile tentano l’accesso al Politecnico, stranieri e non. Si sa anche che da alcune scuole di massima frequenza il passaggio all’Università è raro, che le dispersioni non da bocciatura ma da necessità economica o da problemi della famiglia possono raggiungere un terzo degli stranieri.
Che tende a crearsi un circuito della cura, o una “catena della cura”, come dice Alma mater, fin dalle scuole. Da alcune scuole e facoltà si entra preferenzialmente nel circuito delle persone che si occupano di stranieri o di persone in difficoltà. Cosa che potrebbe essere anche ottima se l’intero circuito dell’accoglienza non dipendesse pesantemente da commesse pubbliche, o delle Fondazioni, che al momento latitano.
Se si guarda alle differenze per provenienza, i numeri sono anche più impressionanti.
Degli 11.693 allievi rumeni, 2230 sono nati in Italia. Ma dei 4.974 marocchini ben 2997 sono nati qui, tre quinti, molto più della metà. Come 816 dei 1.872 albanesi; 406 dei 1.431 peruviani; 554 dei 1.106 cinesi.
Se si conoscono le caratteristiche delle provenienze, le date dell’arrivo, le differenze non hanno neppure bisogno di un commento.
Hanno invece bisogno almeno di un punto esclamativo le percentuali per ordine di scuola.
Nelle scuole per l’infanzia i nati in Italia sono il 74,2%; nelle primarie il 45,2%; nelle secondarie di primo grado il 16,9%; nelle secondarie di secondo grado il 6,3%. E’ in arrivo, e crescerà di molto, salvo catastrofi, l’ondata dei bambini nati qui. E tutto ciò che sappiamo sulla dipendenza dalla differenza sociale e non dalla provenienza non potrà che accentuarsi.
Per passare ai dati delle iscrizioni all’Università, che non siamo in grado di collegare direttamente a quelli di uscita dalle secondarie, per i motivi ampiamente chiariti, non si può che constatare che i settori professionalizzanti – medicina, il Politecnico – sono un altro mondo rispetto a quelli meno professionalizzanti.
Al Politecnico, ma anche a medicina, gli studenti vengono dall’estero per laurearsi qui. Perciò il numero dei diplomati all’estero è ancora prevalente. Le variazioni da un anno all’altro sono difficili da interpretare per il sovrapporsi dei mutamenti di condizione giuridica, come l’ingresso nella Ue della Romania, Bulgaria, Polonia, ecc, e di progetti congiunti, come quello per gli studenti cinesi.
Quello che si vede dai dati, gentilmente forniti dall’Ufficio diritto allo studio, (allego solo l’ultimo anno, perché molte variazioni sono oscillanti) è che il numero dei diplomati in Italia è già prevalente nelle facoltà non direttamente professionalizzanti, e crescerà rapidamente nei prossimi anni.

GLI ISCRITTI CON CITTADINANZA STRANIERA NEI TRE ATENEI DEL PIEMONTE, DISTINTI IN BASE AL PAESE DI CONSEGUIMENTO DEL DIPLOMA DI SCUOLA SUPERIORE (ITALIA O ESTERO).

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GLI IMMATRICOLATI CON CITTADINANZA STRANIERA NEI TRE ATENEI DEL PIEMONTE, DISTINTI IN BASE AL PAESE DI CONSEGUIMENTO DEL DIPLOMA DI SCUOLA SUPERIORE (ITALIA O ESTERO).

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CONSIDERAZIONI DI SISTEMA.

Qualunque valutazione generale di un sistema di accompagnamento e indirizzo ha necessariamente due dimensioni: quella della integrazione personale, del completamento di sé, della libera scelta, della realizzazione dei progetti e delle aspettative e quello della competenza, della formazione ad attività di cui il mercato del lavoro ha bisogno. Caso per caso la dimensione della costruzione di sé è assolutamente prevalente; deve essere la stella polare di qualsiasi programma. Pensare al mercato del lavoro quando si consiglia a qualcuno che scuola scegliere, senza rendersi conto che lei ha una voce da Carmen o che lui è uno stupendo sassofonista, sarebbe criminale. Come pretendere che si decida se concepire o non concepire un figlio in base all’ultima proiezione demografica.
Se però uno si rende conto che la tendenza prevalente - al di là delle vocazioni evidenti e delle scelte senza scelta dovute al fatto che la necessità di guadagnare subito qualcosa è più forte di ogni altra necessità, porta verso professioni e capacità che nessuno vuole, forse qualche problema bisogna porselo.
E’ una vecchia controversia, che è assolutamente sbagliato formulare come se si trattasse di una alternativa globale.
L’alternativa non è tra scelta totalmente libera, l’autorealizzazione  (autoctisi, diceva Giovanni Gentile), e la fornitura di carne da cannone alle armate del profitto. L’alternativa vera è tra una decente informazione, una buona ricognizione delle capacità e dei desideri (della intenzionalità) degli allievi, una comprensione del percorso formativo individuale, che non ha tempi uniformi e che nel caso degli stranieri arrivati adolescenti è necessariamente rallentato per un certo tempo, da un lato, e applicazione brutale di uno stereotipo dall’altro. Tutti gli stranieri alle presse, o alla manovalanza, o a badare alle vacche, o a scaricare ai mercati, perché quello solo possono fare per mangiare (fruges consumere nati, diceva Gentile); oppure tutti gli stranieri a laurearsi in filosofia o in filologia romanza.
E’ una ovvietà, ma qualche volta si vede proprio la caricatura che si realizza.
Vorremmo chiudere con una considerazione che difficilmente avrà conseguenze pratiche, ma che sembra molto ragionevole.
Piaccia o non piaccia – e a molti di noi non piace – le scuole si sono aziendalizzate. Sarebbe perciò loro interesse sapere e rendere noto che fine fanno i loro allievi quando escono di lì e cercare di capire che opportunità ci sono sul mercato del lavoro. Il follow up, sia per quel che riguarda il proseguimento degli studi, sia per quel che riguarda la ricerca di lavoro, dovrebbe far parte della offerta formativa di ogni istituto. Dopo tutto se si vuole dar senso al processo formativo bisogna dimostrare che ha a che fare col mondo fuori – il proseguimento degli studi, il lavoro, la costruzione di reti sociali – oltre che alla costruzione di una personalità armonica.
In una discussione tra insegnati è emerso che un’allieva, non particolarmente dotata in italiano, faceva la traduttrice per la Questura. Cosa forse imbarazzante.
La traduzione giudiziaria è un mestiere raro e ci sono difficoltà per mancanza di un numero adeguato di persone capaci. Mettere insieme capacità e necessità, in fondo, è lo scopo ultimo di un buon programma di orientamento!

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