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Musulmani in Italia o musulmani d’Italia

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“Musulmani in Italia o musulmani d’Italia? Ricchezze e sfide di un percorso interculturale”
Maria Adele Valperga Roggero


Articolo apparso in: D.Grassi (a cura di), Il Cerchio Magico, Narrazioni e dialoghi sulla ricchezza culturale dei popoli, Edizioni Ellin Selae, Murazzano (Cn) 2009, che riprende un intervento durante la settimana del dialogo islamocristiano di Asti.


Parlo della possibilità di un incontro interculturale tra italiani e musulmani partendo da un’esperienza di cui sono responsabile da una decina d’anni a Torino all’interno del Laboratorio di dialogo islamo-cristiano del MEIC: si tratta di un progetto “Torino la mia città – Percorsi di alfabetizzazione e di cittadinanza per donne maghrebine”.
Quest’attività ci sta dando grandi soddisfazioni; siamo arrivati ad avere annualmente centotrenta donne che seguono i nostri percorsi, accompagnate dai loro bimbi in età prescolare. Oltre all’insegnamento della lingua italiana offriamo incontri con esperte per far conoscere le leggi sulla migrazione, i servizi sociali che la nostra società offre agli immigrati, scambi di informazioni sulle cure materno-infantile, sull’educazione dei figli, sulla legislazione familiare, sull’organizzazione scolastica. Inoltre accompagniamo le nostre iscritte a conoscere Torino attraverso la visita a musei e monumenti storici. Alle donne già in grado di esprimersi in lingua italiana proponiamo anche dei laboratori di approfondimento su vari temi quali la storia e la costituzione italiana, l’evoluzione della famiglia ed il ruolo della donna nella società italiana, la scuola italiana e le sue finalità educative…
Questo progetto è attivo dall’anno 2000 ed è una realtà ormai conosciuta e consolidata nella città. Grazie ai finanziamenti pubblici e privati che ci sostengono, la stiamo ora estendendo in diversi quartieri là dove sono più numerose le famiglie di immigrati. Pensiamo si tratti di un buon servizio che ha fra le altre sue caratteristiche vincenti quella di essere tutto al femminile: ci tengo a sottolineare questo aspetto perché credo che un’autentica integrazione sia più efficace se passa attraverso le donne: le donne sono le prime mediatrici culturali naturali all’interno della famiglia, fra donne si crea facilmente condivisione e complicità, ci si capisce al volo in quanto si condividono spesso percorsi e fatiche che permettono di far crescere amicizia, sororità, solidarietà.
Per realizzare questo progetto è fondamentale avere luoghi attrezzati per accogliere mamme con bimbi in orari e ambienti compatibili con la loro vita, perchè se le mamme sapranno capire e parlare bene la lingua e orientarsi all’interno del paese che le accoglie, trasmetteranno anche sicurezza e fiducia alle future generazioni. Abbiamo ottenuto una buona collaborazione dalle biblioteche civiche di Torino che ci mettono a disposizione le loro sedi per svolgere le varie attività. Abbiamo nel nostro gruppo di lavoro mediatrici e babysitter arabofone per facilitare la comunicazione
L’aspetto più importante è quello di saper accogliere queste donne con un atteggiamento di simpatia e di rispetto della loro identità, senza pre-giudizi nei confronti delle differenze di abitudini e di comportamenti.

Questa modalità di approccio a parer mio dovrebbe essere adottata anche quando si affronta il tema del dialogo interreligioso: conoscere la religione dell’altro con un atteggiamento di simpatia e di rispetto reciproco, essere cioè interessati a capire dall’interno ciò che l’altro vive sul piano religioso senza pre-giudizi che impediscano un’autentico scambio. Quando questo avviene reciprocamente – e non è cosa facile – diventa una preziosissima base per un reale dialogo culturale e religioso.

Ciò di cui voglio parlare stasera è proprio il cammino interculturale di conoscenza reciproca e di integrazione delle comunità musulmane, in Italia e in Europa e di quale sia attualmente lo stato della questione.
Tutti noi ci ritroviamo, di questi tempi, a vivere dei disagi e delle diffidenze reciproche dovute più che alla realtà, alla rappresentazione che di essa ci viene proposta.
Un’immagine che mi piace sempre usare, suggeritami dall’amico Stefano Allievi (1), è che esiste un Islam di carne e un Islam di carta e che questi due mondi non si incontrano quasi mai: l’Islam di carne è fatto di quei 10/15 milioni di persone che vivono in Europa, lavorano, hanno famiglia, seguono le leggi, pagano le tasse; persone che in Europa progettano il loro futuro e quindi sono di fatto integrate. Persone che però non fanno notizia, mentre la rappresentazione che dell’Islam danno i giornali e i media, è di tipo fortemente negativo e inquietante: ossessivamente vengono sottolineati gli aspetti di fondamentalismo o di devianza per cui, quando poi si incontrano gli islamici in carne e ossa li si evita, perché si ha paura di loro. Paradossalmente poi , quando si conosce un musulmano e ci si fida di lui si dice, “vabbè, ma questo è diverso, i musulmani veri sono gli altri.”
A me succede di tenere lezioni di educazione interculturale a scolaresche di Torino e sovente incontro ragazzi con un sacco di pregiudizi.
Quando poi li faccio ragionare sui coetanei musulmani che sono nelle loro scuole e che conoscono personalmente, la loro risposta è: “si, ma quelli sono nostri amici, quindi non contano”.
Per cui bisogna farsi forza da entrambe le parti per uscire dagli stereotipi, operazione estremamente difficile, ma anche estremamente necessaria in quanto ormai, che lo si voglia o no, l’Islam non è una realtà da cui si possa prescindere.
Un milione di musulmani residenti stabilmente in Italia con le loro abitudini e i loro abbigliamenti a volte simili, a volte differenti, con le loro sale di preghiera che in Italia si pensa siano circa 730, non si possono non prendere seriamente in considerazione.
L’Islam è la seconda religione d’Europa e quindi dall’ex nemico del nostro immaginario collettivo, è diventato un coinquilino con cui dobbiamo e possiamo serenamente fare i conti e i confronti anche perché i temi che suscita, sempre molto animatamente, si incrociano spesso con nostri valori in crisi.
Faccio degli esempi: si parla spesso del ruolo della donna nell’Islam e questo crea sempre molti problemi. Ma di fatto quello che si vuole affrontare quando si tocca questo tema è: c’è effettiva parità fra uomo e donna nella nostra società?
Così come quando si parla della religione islamica, così forte, così poco laica , così sicura delle proprie ragioni, secondo me, il tema vero è: che ruolo vogliamo dare alla religione all’interno della nostra società? E così via.
Quindi, grandi stimoli che ci derivano da una parte di popolazione ormai stabilmente presente tra noi.
Anche se poi molti musulmani non vestono, né vivono in maniera diversa da noi, non praticano i pilastri dell’Islam, se non limitatamente ad alcuni aspetti, perché sono ormai secolarizzati dall’incontro con la società europea e dall’acquisizione dei nostri usi e costumi.
Una cosa è certa: rispetto ad altri gruppi di migranti, quelli provenienti da società islamiche tendono maggiormente a non “ridursi”, rifiutano un’assimilazione pura e semplice. L’Islam è una cultura fiera di sé, che chiede di essere rispettata e riconosciuta in quanto tale, che rivendica di poter esistere all’interno di un contesto europeo dove la laicità, intesa come rispetto di tutte le culture, è uno dei valori fondanti.
E questo è certamente un grosso stimolo e una sfida: sarà possibile per la cultura islamica che fa fatica a scindere fra ciò che è vita civile e vita religiosa inserirsi serenamente all’interno di una società i cui valori di democrazia, laicità e libertà di coscienza hanno uno spessore storico su cui nessuno, almeno per ora, è disposto a tornare indietro?
Questo è un nodo importante su cui tutti dovremo lavorare.
Una caratteristica dell’Islam europeo è di essere giunto ormai alla terza o quarta generazione di immigrati islamici. E qui bisogna legittimamente domandarsi: è possibile chiamare ancora “immigrati” delle persone quando i veri e soli immigrati erano i loro bisnonni?
Questo dimostra che non abbiamo neppure il linguaggio adatto per affrontare la situazione: cosa significa “quarta generazione di immigrati”? Si tratta di persone i cui genitori sono già nati, cresciuti e scolarizzati in Europa; parlano la nostra lingua, condividono gran parte della nostra cultura. Hanno semplicemente una religione diversa, forse un cognome arabo, ma per noi restano ancora “immigrati”.
Conosco personalmente molti studenti universitari di origine maghrebina, nati in Italia, che si sentono perfettamente italiani, anche se noi continuiamo a vederli diversamente. Questi ragazzi si sentono assolutamente offesi e depressi quando qualcuno dice loro: “tornatevene a casa vostra”. Ma dov’è casa loro? Casa loro è qui e da nessun’altra parte, loro sono italiani.
Bisogna però anche rendersi conto di alcuni fattori:
- le prime generazioni islamiche immigrate in Piemonte negli anni ottanta, generalmente provengono dai paesi del Nord Africa, paesi che per la maggior parte pur dicendosi democratici sono retti da monarchie o da regimi presidenziali di tipo quasi dittatoriale, dove il discorso della democrazia così come si è sviluppato in Europa è qualcosa di non ben digerito e nemmeno ben accettato. Nazioni dove è ancora aperta la ferita della colonizzazione, che fa vedere l’Europa come un continente sicuramente attraente per la sua ricchezza e per il suo progresso, ma anche il continente da cui sono venuti i colonizzatori che hanno oppresso i loro paesi.
Quindi ecco che c’è un atteggiamento duplice: da un lato il desiderio di venire a cogliere il benessere lì dove c’è, dall’altro la diffidenza verso quelli che sono stati considerati come regimi di oppressione.
- Inoltre sono tutte società che hanno ancora una struttura evidentemente patriarcale, da cui si fa difficoltà a staccarsi specie nelle zone rurali da cui provengono molti dei nostri immigrati
Società patriarcale non significa solo predominio dell’uomo sulla donna, ma soprattutto una cultura basata sul consenso e sull’obbedienza a norme e a schemi culturali trasmessi autoritariamente di padre in figlio. Anche le modalità educative familiari e scolastiche riflettono questo modello culturale e quindi l’Islam dei padri, di coloro che sono arrivati e non nati qui, è ancora immerso in questa cultura che effettivamente si nutre di valori diversi da quelli che noi consideriamo fondanti come la libertà di coscienza, la libertà di pensiero, la laicità, la parità fra uomo e donna.
Tra le 130 donne che quest’anno hanno partecipato ai nostri corsi ne abbiamo circa la metà, di età tra i venti e i trent’anni praticamente analfabete non avendo mai frequentato la scuola. Questo perché la maggior parte di loro viene dal Marocco, uno splendido paese che io conosco e amo moltissimo, ma che ha grossi problemi e uno di questi è l’analfabetismo nelle campagne. In certe zone del Marocco l’analfabetismo femminile è ancora dell’80/90 %.
E quindi pensate allo choc culturale di persone che arrivano da una simile realtà con valenze ancora antiche e vengono catapultate a vivere in grandi città.
Naturalmente bisogna tener conto che tra quelli che giungono qui ci sono i contadini, ma ci sono anche persone istruite che hanno diplomi o lauree: mettere tutti dentro la stessa cornice fa comodo, ma non rende un buon servizio né a loro, né a noi. Bisogna stare molto attenti nel pronunciare giudizi e crearsi opinioni, perché se si ascoltano tre musulmani che esprimono un’opinione, non è che tutto l’Islam, composto da un miliardo e 200 milioni di persone ragioni come quei tre signori: c’è una grandissima varietà di culture, di atteggiamenti e di visioni, esattamente come per noi.
- Un’altra differenza molto grande è quella di inserirsi in una società multiculturale e di scoprirsi minoranza. Per un musulmano proveniente dal Marocco o dalla Tunisia, questa è una sitauzione mai vissuta e nemmeno ipotizzata. Non c’è abitudine al confronto culturale o religioso. In Italia anche la comunità islamica stessa è eterogenea al suo interno. Si parlano lingue diverse, si è tutti musulmani, ma si è senegalesi, marocchini, pachistani, albanesi e così via.
E poi ci sono diverse appartenenze all’Islam che caratterizzano queste comunità: da quella mistica dei Sufi a quella sociologica, cioè delle persone che si definiscono musulmane, ma seguono le regole alimentari e religiose in modo non rigoroso, e che magari vivono il mese del Ramadan con grande fedeltà perché può segnare il momento di ritorno al legame familiare ma per il resto dell’anno frequentano poco la moschea; e poi ci sono altri che appartengono a movimenti religiosi più radicali, che vengono educati religiosamente in maniera rigida e che vogliono quindi riprendere in mano la propria fede. Questo anche perché, quando ci si sperimenta come minoranza c’è chi tende a stringere le fila, a serrarsi sulla propria cultura nel tentativo di preservarla, cosa che crea a volte anche delle difficoltà.
A Torino molte famiglie frequentano poco la moschea in quanto, affermano: “noi in moschea ci sentiamo solo e sempre sgridare, dagli imam che ci dicono: dovete tenere le vostre donne in casa, fate attenzione ai vostri figli e a dove vivete perché qui tutto è pericoloso, è peccaminoso ecc. e noi non ne possiamo più”.
Questo fa si che molte famiglie vivano il loro Islam in modo privato, casalingo (l’islam permette questa modalità di pratica). Questo però è un guaio, perché in una società complicata come la nostra, vivere senza avere qualcuno con cui confrontarsi, qualcuno che ti faccia capire cos’è bene e cos’è male diventa anche difficile . Allontanandosi dalle pratiche religiose comunitarie, diventa anche difficoltoso trasmettere le tradizioni e la cultura ai figli perchè non sempre si hanno gli strumenti necessari per farlo.
Parlando invece della cosiddetta “seconda generazione”, dei giovani sotto i 25 anni, troviamo dei ragazzi figli di genitori di impostazione ancora molto tradizionale, i quali coltivano in alcuni casi il sogno di poter tornare nella loro terra. Magari hanno costruito una casetta là e curano ancora molto i rapporti con il paese di origine: se hanno delle figlie sognano di farle sposare con persone che vengono di là, se hanno dei figli vorrebbero farli sposare con ragazze provenienti dalla cerchia famigliare e trasmettono ai giovani messaggi che suonano come, “ricordati che noi siamo diversi, siamo musulmani marocchini e tu non devi cambiare tanto, non devi perderti, ricordalo”.
Al contrario invece, noi ci ritroviamo spesso di fronte a ragazzi che essendo cresciuti qui, si sentono molto poco marocchini e molto italiani e che fanno difficoltà a parlare la lingua di origine e ad accogliere certi aspetti della cultura tradizionale. Non conoscono più l’arabo per leggere il Corano in lingua originale, hanno amici italiani e sognano il loro futuro qui.
Io conosco delle ragazze credenti, praticanti, che vedono la loro vita futura qui e si confidano dicendomi: “mia madre dice sempre di scegliere una facoltà universitaria che sia riconosciuta in Marocco, perché io dovrò sposare un marocchino e tornare là, ma io piuttosto di sposare un marocchino scappo di casa. Però a mia mamma non lo dico perché la farei troppo soffrire”.
Questo è un problema molto grosso, che hanno vissuto a suo tempo anche gli italiani migranti, è il gap generazionale, dove i genitori sono ancora legati alla realtà di partenza e i giovani camminano in avanti. Ma questo è soprattutto un problema sociale che si tratta di monitorare con molta attenzione, perché spesso ci troviamo di fronte a dei ragazzi che vivono situazioni schizofreniche e non sanno da che parte stare: amano e hanno rispetto per le proprie famiglie e non vogliono farle soffrire, per cui in casa si comportano in un certo modo e fuori casa con gli amici si comportano in un altro modo e questa è una situazione lacerante per chiunque.
Questo passaggio va agevolato e aiutato; bisogna aiutare le famiglie a comprendere meglio le situazioni in cui si trovano i loro figli e a conoscere senza troppa diffidenza quali sono i valori fondanti della nostra società, a cercare delle mediazioni per permettere un transito sereno verso il cambiamento, perché il cambiamento ci sarà comunque, anche per i musulmani che pensano di restare uguali a se stessi. Molti musulmani hanno sperimentato, tornando in patria dopo due o tre anni che non ci si ritrova più, nemmeno la lingua è più la stessa: il dialetto, gli usi, i costumi sono diversi, tutto cambia continuamente.
Proprio l’altro giorno una giovane mamma mi raccontava di sognare tutto l’anno il momento in cui in estate ritorna in Marocco per portare i propri bambini dai nonni e dalla famiglia, ma poi quando è là scopre che i suoi figli sono diversi dai cuginetti e che non c’è più la possibilità di una comunicazione del tutto spontanea.
E lei da un lato vorrebbe riportarli in Italia subito, nell’ambiente dove loro vivono, e dall’altra le viene il dubbio di non essere stata capace di educarli adeguatamente.
E quando torna qui è sempre piena di paure, perché non è sicura di riuscire a trasmettere abbastanza della sua cultura di origine. Questo è un sentimento che attraversa moltissime persone che vivono queste situazioni, ed è un sentimento che noi italiani dobbiamo saper riconoscere e accompagnare in qualche modo con amicizia, con condivisione, perché i percorsi difficili che vivono le famiglie musulmane con i loro figli adolescenti, li viviamo anche noi, quindi fondamentale sarebbe non creare barriere, ma ponti, aprirsi e mettere i problemi in comune, discuterne insieme per tentare di trovare delle soluzioni, per poterci arricchire reciprocamente e riconoscere dei vissuti comuni.
In ogni caso, le giovani generazioni certamente a poco a poco si distaccano da questa mentalità di Islam etnico dei loro genitori, fortemente radicato nel paese di origine, e tendono a sentirsi italiani di religione musulmana, e quindi a spogliare la loro appartenenza religiosa di tutta una serie di appartenenze culturali.
Ma qui sorgono altri problemi, perché non è semplice capire che cosa è culturale e che cosa è religioso, visto che nei paesi d’origine tutto è molto intrecciato e quindi questo è un lavoro molto grosso che viene caricato sulle spalle delle famose seconde generazioni: costruire un Islam europeo. E’ possibile? Certo, lo vediamo in tanti paesi; questo Islam europeo sta nascendo, con difficoltà, con fasi contrapposte di irrigidimento e di apertura.
Ad esempio, uno dei problemi che stanno sorgendo è questo:
Si legge il Corano nella lingua del paese in cui si vive, perché non si hanno più gli strumenti culturali per leggere in arabo. Questa è una novità culturale molto grossa, perché significa comunque aprirsi ad una interpretazione del testo coranico di tipo diverso; e qui si apre il grande tema: è possibile interpretare il testo coranico o no?
Poi c’è il discordo di genere: nei paesi d’origine i ragazzi e le ragazze vivono separatamente, mentre qui i due sessi sono abituati a crescere insieme fin dall’infanzia e questo comporta tutta una revisione di ciò che è valore religioso autentico e di ciò che è sovrastruttura culturale.
Pensate all’uso del foulard. Le occidentali che vedono una donna con il velo pensano subito a una costrizione, voluta da qualche membro maschio della famiglia e sotto quel velo ipotizzano spontaneamente percorsi di sopraffazione, di incapacità di vivere la propria autonomia.
Le ragazze che portano il velo, interrogate, dicono che portarlo è una scelta individuale di libertà, “è un mio modo di sottomettersi alla volontà di Dio”; affermano “sono io che scelgo”. Sarebbe assurdo che in una società come la nostra, europea, laica e dove il diritto individuale alle libere scelte è di tutti, alla fine le donne musulmane fossero costrette a non mettere il velo che hanno scelto liberamente di portare.
Quindi, lo stesso velo, può essere una bandiera di libertà per alcuni o un evidente segno di oppressione per altri, si tratta di mettersi d’accordo.
E comunque, è vero che il velo connota certe forti caratteristiche culturali. Il fatto è che può succedere che in certi momenti della propria storia, queste caratteristiche le si voglia proprio rivendicare: “parlano tutti male dei musulmani? E io allora voglio proprio vestirmi da musulmana e voglio vedere se posso realmente essere libera di essere musulmana in questo paese che grida alla libertà come a uno dei suoi valori fondanti”.
La cosa importante mi sembra comunque quella di rendersi conto che siamo in una fase in cui, da entrambe le parti, non c’è niente di fisso; siamo in una fase di grosso cambiamento, cambiamento della società, cambiamento delle comunità immigrate che camminano nella nostra storia, insieme con noi. Cambiamenti che si devono anche al fatto che viviamo in un mondo globalizzato, in cui se c’è la guerra in Palestina o in Irak, o se saltano le Torri Gemelle, è impossibile che qui non ci sia una ripercussione.
Tarik Ramadan(2), intellettuale islamico di origine egiziana che vive in Svizzera, filosofo e anche teologo, che lavora molto per portare alla costruzione di un Islam europeo e quindi si rivolge specialmente ai giovani, perché rivendichino il loro diritto ad essere europei di religione islamica, afferma che ci sono molte sfide da affrontare e da risolvere per i musulmani che vivono in Europa.
Ad esempio, si chiede: è possibile mantenere la propria religione islamica in un contesto di modernità secolarizzata così come è l’Europa oggi? E’ possibile far coesistere laicità dello stato e religione islamica? Questa è una sfida su cui i musulmani che vivono in Europa devono riflettere insieme a noi che abitiamo queste terre da tanto più tempo: è possibile essere musulmani europei o si è condannati a rimanere musulmani marocchini, egiziani, turchi ecc.?
E poi, se si separa la pratica religiosa dal rivestimento culturale che ci è stato trasmesso dai nostri padri, che cosa resta? Cosa resta della lingua araba per leggere il Corano, dell’abbigliamento, dei divieti alimentari, degli orari delle preghiere, delle festività?
Che cosa sono le cose proprio importanti, essenziali, che bisogna mantenere ad ogni costo, per sentirci ancora appartenenti a questa grande religione che è l’Islam? E quali sono le cose su cui invece possiamo contrattare, che non sono così fondamentali?
Questo discorso, anche il cristianesimo l’ha fatto, per tanti secoli, e continua a farlo.
Dal Medio Evo fino ad oggi il cristianesimo è andato avanti a depurare, con fasi alterne, avanzamenti e retrocessioni, togliendo tutto ciò che non era fondamentale, ma che era apparso tale fino a quel momento. E ogni grande religione questo cammino lo deve fare e di fatto lo fa. Così come anche l’Islam l’ha fattoe lo fa con fasi alterne di aprtura e di chiusura: trecento anni fa ad esempio, nei paesi del Magreb le donne non andavano in giro velate e adesso sì, in nome della stessa religione.
E poi, si chiede ancora Ramadan, rispetto alle leggi europee, come ci poniamo noi musulmani? Le accettiamo, le contestiamo, vogliamo avere delle legislazioni separate? Pensate alla legislazione famigliare, la monogamia rispetto alla poligamia, ill ripudio rispetto al divorzio: ci irrigidiamo oppure ci adattiamo? La maggioranza dei musulmani presenti in Europa, divenendo cittadini europei, accettano la legislazione vigente, ma ci sono delle piccole frange che ribadiscono la volontà di restare diversi. La comunità islamica nel suo interno e poi tutta la società dovrà affrontare questa serie di nodi per giungere ad un soluzione. E divenuti cittadini, vogliamo divenirlo a tutti gli effetti e partecipare all’elaborazione di un percorso legislativo, economico e politico comune, oppure no?
Queste sono tutte piste di lavoro molto grosse che io mi auguro non facciano i musulmani da soli, perché dobbiamo percorrerle tutti insieme fino ad arrivare ad essere cittadini alla pari, a tutti gli effetti al di là delle singole fedi od opinioni. Io credo che in una società come la nostra questa sia un’idea di futuro ipotizzabile e possibile.”

Domanda di un giovane presente in sala:
“Io sono uno dei ragazzi di cui parlava prima: mi sento cittadino italiano islamico. Appartengo ai “Giovani musulmani in Italia”.
E’ stata stipulata una “Carta dei valori” tra lo Stato ed il mondo islamico, ma poi ci sono stati dei problemi, perché lo Stato si è trovato davanti al problema di chi rappresentasse veramente i musulmani in Italia. Inoltre, qualcosa, soprattutto sull’emergenza riguardante i casi di razzismo, non ha funzionato.”

MAR.” Quello che si respira attualmente è un clima molto pesante, purtroppo: molti giovani musulmani, ma anche molti italiani sono demoralizzati. Proprio pochi giorni fa una ragazza musulmana di Torino mi diceva d’aver appena preso una laurea e di volerne prendere un’altra di indirizzo totalmente diverso, ingegneria gestionale, per poter andarsene dall’Italia, perché, diceva, non è possibile sentirsi tacciare d’essere stranieri in qualsiasi momento, non si può vivere respirando questo continuo clima di diffidenza. Ho provato con lei disagio ed anche un po’ di vergogna per tutti noi.
La firma degli accordi con la comunità islamica avrà ancora un percorso lunghissimo perché, così come avviene negli altri paesi europei, non si sa chi è l’interlocutore con cui trattare. Le comunità islamiche sono ancora divise, in bilico tra l’appartenenza etnica e quella religiosa. E poi ci sono i musulmani italiani, i convertiti, che dicono di essere gli unici a poter firmare l’accordo perché la legge di acquisizione della cittadinanza è complicatissima: molti ragazzi nati in Italia, avendo le famiglie non italiane, non riescono ad ottenere la cittadinanza e vivono con l’angoscia che se non continuano a studiare o non trovano subito lavoro, verrà il giorno in cui qualcuno dirà loro “voi siete stranieri, qui non potete stare, non fate niente e quindi fuori”.
Ma cosa significa “fuori”, se io sono sempre vissuto qui?
Queste sono cose assolutamente destabilizzanti: pensate a cosa vuol dire con i tempi biblici della nostra burocrazia continuare a dover rinnovare il permesso di soggiorno, non poter andare a fare un corso di specializzazione all’estero perché non ti arriva il permesso che ti consente di espatriare e così via: significa vivere sempre con la valigia sotto il letto e con l’idea che non sei sicuro da nessuna parte; e allora i più forti resistono, ma molti si spezzano per l’usura e spezzarsi significa cadere in mille reti diverse.
Questo è sicuramente un grosso problema contro cui tutte le persone con un minimo di coscienza civile dovrebbero battersi, come dovrebbero battersi contro questo terribile, fasullo e montato ad arte clima di emergenza e di paura, che provoca ondate di razzismo privo di senso.
Non esiste l’emergenza: esiste una stragrande maggioranza di persone inserite, che vivono serenamente nella normalità e poi piccole frange di disadattati, di malavitosi, come in ogni situazione.
La maggior parte dei musulmani provenienti dal Maghreb che vivono in Italia, sono famiglie con bambini che cercano di vivere onestamente come tutti noi.
I numeri della malavita, fanno parte di realtà completamente diverse, non possono essere identificati con quelli dell’immigrazione che vediamo nelle nostre città. E’ necessario e doveroso scindere il discorso sull’ordine pubblico da quello della vita quotidiana di tante persone.”

D.G. “Più di una volta, nel corso di queste serate, abbiamo sentito parlare del senso di scissione che si crea nelle persone che si trovano a vivere improvvisamente in una realtà completamente diversa da quella in cui sono nate. D’altronde è una cosa che abbiamo sentito raccontare anche dai nostri nonni o parenti che sono emigrati in passato verso altri paesi. Cosa si può fare per colmare questa frattura e farla divenire una risorsa, un’occasione su cui far crescere qualcosa di nuovo, per chi arriva nel nostro paese, ma anche per noi stessi?”

MAR“Si può fare qualcosa lavorando direttamente sui rapporti interpersonali. Se smettiamo di parlare di Islam in generale e invece ci guardiamo negli occhi e parliamo di uomini e donne, di mamme, di compagni di lavoro, di compagni di scuola, l’atteggiamento cambia, rintracciamo i tratti comuni: siamo tutti esseri umani e poi, all’interno di questa nostra grande appartenenza, siamo tutti lavoratori nella stessa fabbrica, compagni nella stessa scuola e così via.
Dentro a queste esperienze comuni, il racconto di sè, il sostegno reciproco nelle difficoltà, il darsi una mano tra vicini di casa, permette di creare quei ponti che veramente danno poi la possibilità di comunicazione di esperienze ricche e condivise.
Quello che sto dicendo, noi lo sperimentiamo continuamente nel nostro lavoro con le donne: il calore umano, il senso dell’accoglienza, l’onestà profondissima, il senso di amicizia che noi
impariamo quotidianamente dalle donne che frequentano i nostri corsi, “allieve” che diventano poi amiche , è qualcosa di preziosissimo, che fa sì che il nostro gruppo di lavoro si arricchisca di anno in anno di volontari entusiasti che si accorgono di come sia bello poter lavorare insieme, imparare nell’incontro con l’altro tante cose inattese.
E d’altro canto è fondamentale la possibilità offerta a queste donne, vissute magari per anni isolate nel loro contesto famigliare (ci sono donne che abitano da quattro o cinque anni a Torino e che, quando le portiamo a fare una gita in collina, scoprono che la città è contornata di montagne: non lo sapevano perché non avevano mai avuto occasione di salire in alto, non sapevano che Torino aveva un fiume, il Po, perché, specie se si hanno bambini piccoli, si vive un po’ prigionieri della propria vita) di aprire le porte, di fare amicizia e condividere esperienze, di raccontarsi e di ascoltare il racconto di altre donne e madri.
Noi abbiamo un bel laboratorio che chiamiamo “Della memoria” in cui ognuno racconta come viveva da bambino, quali sono i ricordi dei propri nonni, della vita d’infanzia, dei giochi. Lo facciamo alla pari, donne del Maghreb e donne italiane che si raccontano a vicenda, ed è un tipo di esperienza che alla fine non si vorrebbe mai terminare, perché crea degli ampi e profondi legami di confidenza, con se stessi anche, recuperando il senso della coscienza di sé: perché quando si vive in situazioni di grande difficoltà, di distacco traumatico dai propri affetti, si rischia di non sapere più chi si è. E questo è terribile, doloroso, destabilizzante. Se poi pensiamo che spesso queste giovani donne sono a loro volta educatrici, perché hanno dei bimbi piccoli, ci si rende conto che quest’operazione del ritrovarsi è doppiamente importante, perchè cosa puoi trasmettere ad un bambino se dentro di te hai solo questa tristezza, questa enorme nostalgia e non sai dove ti trovi, non capisci niente di quello che ti circonda, e vivi nella paura, nell’ansia e nella difficoltà continua?
Quindi, ecco, mettiamoci nei panni gli uni degli altri, perché l’incontro con una persona, chiunque sia, è un arricchimento indicibile. Una società multiculturale come è ormai la nostra, è una società da cui - se ne usciremo vivi e con le ossa tutte intere ( perché è comunque un enorme impegno) - riemergeremo tutti più ricchi, enormemente più ricchi, perché avremo sperimentato la fiducia che si crea nei confronti di chi ci sembra diverso, avremo costruito dei ponti oltre noi stessi.
Non sono parole teoriche, sono la constatazione del nostro lavoro di ogni giorno, ma è essenziale vincere la diffidenza iniziale, questo sì.
Ricordo ciò che mi raccontava una mamma marocchina, laureata in fisica come suo marito, che qui però faceva il falegname.
Erano venuti a Torino con i loro due bambini e lei era una persona sensibile, colta, gentile e raccontava come ogni mattina vivesse, portando a scuola la sua bambina, il grande disagio che le derivava dal senso di rifiuto che le trasmettevano le altre mamme, le quali, vedendola si chiudevano a capannello, escludendola.
“Io e la mia bambina” diceva, “rimaniamo fuori dal cerchio delle altre mamme che chiacchierano e io non so cosa fare per spezzare questo capannello.”
Ecco, spezziamoli noi per primi questi cerchi, questi capannelli: tocca a noi che accogliamo farlo, anche pensando a ciò che hanno vissuto i nostri nonni nelle loro migrazioni. Mettiamoci nei panni di chi vive questo enorme choc culturale.
La cosa più dura è abbattere i pregiudizi: questa sera noi potremmo dire di tutto, ma se uno è venuto qui con un pregiudizio che gli nasce dalla pancia, esce con il suo pregiudizio, perchè questo purtroppo è un lavoro lungo, anche di autoeducazione.
Se poi, al contrario, si fa di tutto per alimentarlo questo pregiudizio, magari attraverso la cosiddetta informazione, è la fine. In questo senso, purtroppo, è un guaio che nel mondo musulmano non esista un portavoce, un papa e nemmeno un vescovo che possa parlare a nome di tutti.
Ogni musulmano parla per sé, e ognuno ovviamente si pronuncia, sugli attentati, sui fatti di cronaca, ma le voci sono deboli ed il pregiudizio è così grosso che pare che i musulmani non prendano mai posizione.
Inoltre noi ragioniamo da maggioranza e da occidentali, ma chi proviene da paesi che hanno visto lo sfacelo del colonialismo, forse ragiona in maniera diversa.
Un altro grosso ostacolo nel cammino di comprensione reciproca, è ciò che si sente spesso ripetere, cioè che noi diamo la possibilità ad ognuno di praticare la propria religione, ma che gli islamici nei nostri confronti sono intolleranti.
Tutto ciò deriva dal fatto che nel mondo musulmano non esiste la libertà di conversione: non c’è nessun paese musulmano dove non sia proibito cambiare religione.
Oggi i teologi musulmani cominciano lentamente a ridiscutere questa posizione, ma ci vorrà tempo, molto tempo. Le conversioni sono proibite, avvengono di nascosto e sono uno choc.”

Dal pubblico viene detto che nel Corano non c’è nessuna costrizione, bisogna rivolgersi ai politici. Quando Maometto ha conquistato La Mecca, non ha costretto nessuno a diventare musulmano, ma ha detto ai suoi fratelli,” andate in pace, fate come volete”.

MAR “Si è vero, storicamente i musulmani non hanno mai costretto nessuno ad adottare la religione islamica, ma è anche vero che oggi la legislazione dei paesi musulmani non permette la conversione dall’Islam ad un’altra religione. E se voi qui in Europa avete coscienza di questa contraddizione, dovete essere i primi a far sentire la vostra voce unita a quella di tutti coloro che vogliono la libertà di religione, facendo presente che ciò non è coranico. Questo sarebbe un buonissimo esempio contro i pregiudizi.
Pregiudizio è dire “questa situazione non cambierà mai”; il giudizio è dire “al momento è così, poi cambierà, cambierò io, cambierai tu”. Tanto è il mondo che cambia, che piaccia o no, allora bisogna prenderne atto e cercare d’intervenire consapevolmente.”

Dal pubblico c’è un intervento sulla scarsa frequentazione delle moschee e su come questo sia disgregante per i musulmani d’Europa.

MAR “In realtà le scuole coraniche a Torino sono molto frequentate. I genitori vi portano i bambini la domenica mattina e in quell’unico giorno in cui si potrebbe dormire, i bambini si alzano alle otto per andare a scuola di arabo coranico.
Molto, per quanto riguarda la frequentazione delle singole moschee, dipende dall’imam, dalle cose che lui dice e da come vengono dette. Come nelle parrocchie cattoliche, d’altronde.
La formazione degli imam europei comunque, è un grosso problema, perché fino a che gli imam rimangono legati alla cultura del paese di provenienza, senza conoscere i problemi e il modo di vivere del paese in cui si trovano attualmente, rischiano di fare discorsi molto tradizionali o di valutare male i fatti, di non saper rispondere alle persone.
In Francia e in Belgio si è sta tentando di aprire scuole europee di formazione degli imam. A me risulta che qui in Piemonte, quando c’è qualche problema grosso che non si sa come affrontare, vengono chiamati degli imam che vengono dalla Danimarca: però io mi chiedo se questi imam conoscano bene le condizioni di vita dei musulmani italiani.
Ma se le moschee sono vuote, lo sono anche le chiese, allora forse la domanda è: come mai i luoghi di culto sono vuoti? E le discoteche e i centri commerciali, ad esempio, no?
Comune anche nei paesi di origine mi risulta che ci sia una crisi di presenze in moschea.”

Un intervento dal pubblico ribadisce l’importanza dell’atteggiamento negativo dei media, che tendono a identificare l’Islam come un pericolo per l’Europa.

MAR “Concluderei così, ribadendo quanto abbiamo già detto: è essenziale la conoscenza personale, la creazione di una fiducia reciproca basata anche sulle esperienze quotidiane di incontro.
Un futuro migliore è possibile anche se i tempi sono difficili.
Dipende da noi alimentarlo con le buone pratiche.”


Note:

(1) Stefano Allievi è professore di Sociologia all’Università di Padova. E’ specializzato in sociologia delle religioni, nello studio dei fenomeni migratori e del mutamento culturale in Europa, con particolare attenzione alla rilevanza dell’Islam, tema sul quale è uno degli esperti europei più accreditati. Tra i suoi volumi più recenti: Islam italiano. Viaggio nella seconda religione del paese (2003); Niente di personale, signora Fallaci. Una trilogia alternativa (2006); Pluralismo (2006); Le trappole dell’immaginario: islam e occidente (2007); I musulmani e la società italiana (2009).

(2) “(…)Lei si definisce un musulmano europeo: quale ne è l’identità?
«Fondamentalmente, i principi sono quelli dell’Islam, alcuni dei quali sono anche universali. Però la mia cultura è europea. Oggi ci sono milioni di fedeli, uomini e donne, che come me sono di cultura europea. È un certo modo di guardare al mondo, razionale, che, secondo i fondamenti di una fede, potrebbe anche essere considerato critico: un fedele in Europa non potrebbe affidarsi a una fede che non abbia una dimensione critica. Da questo punto di vista, il fatto che esistano critiche è la prova che ormai esse sono ammesse. Ci sono anche elementi legati alla cultura, al gusto, all’arte, a una certa idea dei rapporti interpersonali che compongono una forma specifica, a un modo di essere musulmano, un modo di vivere. Quello oggi lo vedo ovunque in Europa».

Suo nonno ha scritto: «Il futuro è l’Islam». Lei dichiara: «Sono profondamente occidentale». C’è un cambiamento, una contraddizione?
«No, c’è il tempo, la storia e anche il fatto che io non sono mio nonno! Lui è nato all’inizio del ‘900 e pensava che per la gente l’avvenire fosse l’Islam e il contributo che poteva dare al mondo. Pensava l’Islam come la soluzione, più che come il futuro. Dal punto di vista personale, la mia soluzione personale resta l’Islam. Dopo di che, la soluzione per tutti risulta essere il dialogo e il rispetto reciproco. È così che vedo le cose».(…)”
(estratto dall’intervista a Tariq Ramadan, a cura di Domenico Quirico, pubblicata su “La Stampa”, del 21 giugno 2009)

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