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Ieri e oggi, migranti

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Ieri e oggi, migranti
Articolo di Francesco Ciafaloni – Lo Straniero, ottobre 2009

Fino all’impennata della disoccupazione per la crisi il numero dei migranti, soprattutto dei lavoratori migranti, era in forte ascesa in Piemonte, soprattutto nel Piemonte orientale e a Torino.
I numeri assoluti sono ancora minori di quelli della immigrazione meridionale e veneta, ma non più di uno o due ordini di grandezza, come venti anni fa. L’aumento dei romeni regolari nel 2007 è certo minore dell’aumento delle residenze degli immigrati nel 1961, quando fu abolita la legge fascista contro l’urbanizzazione che richiedeva un contratto di lavoro per risiedere, ma anche la residenza per stipulare un contratto; ma è la metà non un decimo.
A Torino, nel 2008, un neonato su tre ha almeno un genitore straniero; e uno su quattro tutti e due. E la percentuale cresce sempre, anche perché nel Piemonte orientale l’età mediana delle donne è di 50 anni. Le donne straniere crescono di numero, sono giovani, fanno 2,5 figli a testa e non meno di uno. Il numero dei matrimoni misti cresce e quello dei matrimoni tra cittadini italiani diminuisce.
In Piemonte la metà delle aziende edili è di proprietà di cittadini stranieri.
Nei primi quattro mesi di quest’anno, malgrado la crisi, le assunzioni in agricoltura sono rimaste stabili e gli stranieri, a Carmagnola e Saluzzo, hanno raggiunto il 40% del totale. Invece a Biella e Ivrea, vecchie zone industriali, sono al 10%.
Nelle scuole di Torino gli alunni stranieri hanno superato il 10% e aumentano.
Nei posti di maggiore intensità dell’immigrazione la presenza alle elementari di bambini stranieri fatalmente supererà un terzo tra pochi anni e potrebbe raggiungere la metà, come è avvenuto a Zurigo e Francoforte.
Cosa sta succedendo nei luoghi di lavoro, nelle strade, nelle scuole? Cosa c’è di diverso da quarant’anni fa, quando Goffredo Fofi pubblicò, da Feltrinelli, L’immigrazione meridionale a Torino, ripubblicato oggi da Aragno? Cosa succede tra i giovani?

Le differenze

La maggiore è l’assenza di idee sociali e politiche condivise e la mancanza di una condizione sociale condivisa – quella di dipendenti della grande azienda, a Torino – su cui fondare la cittadinanza e una comune appartenenza politica.
La politica, il sindacato, il lavoro condiviso, non erano l’unica dimensione della immigrazione veneta e meridionale. Non c’erano solo i compagni, le leghe, i comitati studenti e operai, la fabbrica, l’inclusione nella classe operaia che cancellava la esclusione dei terroni – e dei veneti, magari nati a Taglio di Po, che più padani di così si muore. C’era anche il rifiuto, la discriminazione, l’esasperazione della differenza culturale.
C’erano lo sfruttamento tra compaesani, i cantieri edili e il collocamento clientelare, l’intermediazione parassitaria, la prostituzione, la criminalità. C’erano le associazioni di provenienza, qualche volta divise per appartenenza politica, come l’Associazione Gramsci e la Famiglia sarda, l’Associazione Carlo Levi e la Famiglia lucana, che erano la sinistra e la destra dei sardi e dei lucani. Ma c’erano anche la Quinta lega e la rivolta del dialetto, quando i napuli pretesero la ripetizione in italiano del discorso che un sindacalista aveva fatto in torinese. Così almeno la racconta Paolo Franco, che della Fiom era segretario – e fu scavalcato nelle preferenze da un operaio napoletano.
C’era Così ridevano, ma c’era anche Trevico-Torino. Oggi c’è solo In questo mondo libero. La criminalità e la violenza, anche politica, erano più invadenti di quella attuale. C’era la banda “dei catanesi”, c’erano i travestiti baresi – che ci sono ancora, come ci ricorda la overdose di Lapo Elkann – c’erano i giudici, i giornalisti, morti per le strade. Ma c’era un grande impegno per l’istruzione, la scuola di massa, il tempo pieno, le scuole popolari, le comunità di base, i sindacati, i partiti politici. Le differenze sociali si attenuavano. Oggi siamo in piena restaurazione, o disgregazione, che è anche peggio.
La partecipazione è marcita. I partiti non ci sono più. I sindacati, al meglio, sono diventati un servizio pubblico per lavoratori stabili e anziani. La differenza di ricchezza è cresciuta come non mai, anche per gli italiani. Gli immigrati adulti istruiti costituiscono le loro Little Italy e non si associano né per mestiere né per idee.
C’è molta integrazione, a Torino, forse più di quanta non ce ne fosse mezzo secolo fa, anche perché gli immigrati sono più istruiti e i governi dei paesi di provenienza sono attivi nel promuovere l’associazionismo nazionalistico e gli affari. Ci sono più di dieci discoteche romene a Torino, mi garantisce chi ha l’età per andare in discoteca. E più di dieci chiese pentecostali, in prevalenza nigeriane, alcune delle quali hanno anche rapporti con il giro della prostituzione. Le ragazzine romene e marocchine – più dei ragazzini, come si sa – cominciano la salita nei licei scientifici e negli istituti tecnici. Si parlano molti dialetti e molte lingue: un’integrazione cosmopolitica perché tutti, bene o male, capiscono e parlano l’italiano, ma accettano e qualche volta un po’ capiscono, i dialetti locali, italiani e stranieri. L’integrazione però avviene al livello dei consumi: gli stessi vestiti, con differenze marcate solo per scelta identitaria, come il fazzoletto delle donne nordafricane. Le stesse musiche, lo stesso affollarsi in riva al Po o per il va e vieni delle vacanze. Avremmo tutti molto da dirci, perché, ciascuno per sé, accanto alle fonti di informazione condivise, abbiamo fonti e memorie e conoscenze diverse.
Abbiamo un passato intrecciato e condiviso, dal punto di vista storico e da quello antropologico. Con alcuni dei migranti abbiamo condiviso riti funebri e regole grammaticali. Siamo il paese che ha avuto il più forte partito comunista dell’Europa occidentale e abbiamo i gruppi di immigrati più numerosi che provengono da paesi ex comunisti. Avremmo risorse comuni da elaborare e comuni tendenze degenerative da bloccare. Siamo stati la potenza coloniale determinante nel Corno d’Africa. Siamo stati la parte forte del Regno d’Italia e di Albania.
Quello che sta avvenendo è meglio di ciò che ci meritiamo. Il razzismo e la xenofobia si manifestano più nelle zone di divertimento o in quelle di emarginazione che nei quartieri, dove si sta ripetendo, con qualche maggiore difficoltà, la storia dell’immigrazione veneta e meridionale.
Ma il tempo del confronto diretto, della scoperta reciproca, tra persone nate in luoghi diversi ma con storia e costumi simili, è forse già chiuso.
Noi siamo gli ultimi. Gli ultimi a essere nati in un mondo contadino, di scarsità, di lavoro, di solidarietà, anche di lutto e di rimorso, che altri hanno condiviso. Gli ultimi a ricordare, a non rimpiangere ma a capire, il fazzoletto e le gonne lunghe delle donne, le famiglie allargate, le lotte operaie, il desiderio di eguaglianza e di progresso.
I giovani, quelli veri, gli adolescenti, non hanno né vissuto né studiato, né letto, nulla di tutto questo. I giovani immigrati, se vengono dal mondo contadino, pensano che appartenga solo a loro; se vengono dai paesi comunisti, hanno al posto del passato un grande vuoto. Più o meno come la sinistra italiana, che in parte si è spostata all’estrema destra, convertita al sottogoverno trasformato in governo e agli affari; in parte ha finito di spolpare il cadavere del Pci e della sinistra democristiana.
Uno potrebbe dire: ma cosa vuole questo qui? Ci sono meno rivolte che in Francia, meno tensioni tra locali e migranti che negli anni cinquanta e sessanta, c’è ancora qualche parziale sanatoria, le leggi leghistissime contro gli stranieri sono inapplicabili o quasi, gli zingari un po’ se ne sono andati un po’ sopravvivono da zingari, male come prima. Cosa gli manca? Le ideologie, le conventicole politiche, il movimento?
Non credo. Mi perseguita la convinzione che la società dei consumi non possa andare avanti all’infinito, a meno che qualcuno non conosca una qualche fonte di energia non vicina all’esaurimento, e diversa dal sole, e non ce lo abbia mai detto. Siamo in piena restaurazione, o alla vigilia del crollo. E una convivenza basata sulla, imperfetta e servile, condivisione dei consumi, non sopravviverà alla frenata dei consumi.
Tutto si regge sull’aumento: del Pil, dei posti di lavoro, della aspettativa di vita, della popolazione, del turismo, dei viaggi. Agli stranieri abbiamo fatto posto, molto malvolentieri, in ritardo, delegittimandoli e segregandoli, in quanto ne avevamo assoluto bisogno. Oggi i loro figli giocano sui tram, fanno la coda dal panettiere, zampettano in precario equilibrio, come tutti i cuccioli, per le strade delle città e dei paesi. Cominciano a muoversi verso l’alto studiando e lavorando. Ma non votano; non vengono percepiti come legittimi dalla maggioranza dei cittadini. Non c’è una forza politica importante che contribuisca a un discorso pubblico sui diritti e i doveri degli stranieri; su un rapido accesso alla cittadinanza e al voto, che è la cosa fondamentale.
C’è una letteratura degli stranieri; ma gli italiani non la conoscono. Forse non conoscono più nessuna letteratura. Non esiste un’elaborazione condivisa di una cittadinanza aperta. Nessuno insegna nelle scuole i diritti e i doveri della cittadinanza cosmopolita. Forse siamo cosmopoliti nell’uso delle lingue e dei dialetti; ma senza saperlo e senza dirlo. Lo siamo un poco, ma non vorremmo esserlo, nel costume.
Ci sono le posizioni alla Fallaci, xenofobe e suprematiste. Ci sono le posizioni cattoliche escludenti e quelle caritative, che sono indubbiamente il meglio che abbiamo, ma qualche volta sembrano approdare alla lode dello stato di cose presente: il volontariato può rispondere a tutto, non ci sono problemi irrisolvibili; i volontari crescono e sono in grado di far fronte.
Persino le posizioni liberali e libertarie obbligano a ricordare la belle époque e la sua fine. Una volta i difensori dei costumi e della morale giravano il mondo a coprire le vergogne di indigeni nudi e promiscui. Adesso vanno in giro a decidere il grado di copertura compatibile con la libertà; a pretendere di spogliare le donne che cento anni fa volevano vestire.
Abbiamo cancellato un secolo di antropologia, per non parlare della geografia e della storia. Dovremmo essere molto espliciti nella polemica con tutte le religioni e tradizioni oppressive, in quanto imposte e contrabbandate come verità. Bisogna essere molto netti nella polemica con le gerarchie; come la parabola dei tre impostori, chiunque l’abbia scritta. Difendere la libertà, nei limiti delle leggi, di chiunque abiti qui e ce lo chieda. Ma non si può essere bigotti contro i singoli che hanno, qui, un costume diverso dal nostro, o violenti contro società che abbiano costumi diversi dai nostri, altrove.
Il fazzoletto non sarà il massimo. Ma ci sono ragazzine che portano fazzoletti e cuffiette estremamente civettuoli. E altre che lo prendono molto sul serio. Almeno una, una volta, mentre cercavo di spiegare che le donne hanno portato il fazzoletto dalla Kamchatka al Capo di Buona Speranza, con differenti fogge; che qui le contadine hanno portato il fazzoletto fino agli anni sessanta e, per l’Ottocento, basti guardare i Macchiaioli; che faremmo bene a chiamarlo fazzoletto, o foulard, come i francesi, per non confonderlo col velo davanti alla faccia o col burqa, che copre anche gli occhi, mi ha interrotto e mi ha detto, prendendo il lembo del suo di fazzoletto: “Francesco! Lo vedi questo? Si chiama velo! È un simbolo religioso!” Devo ammettere che aveva ragione. Uno non se la può cavare con le croci al muro dicendo che sono un arredo; o dire che chi porta la catenina con la croce porta un ciondolo. Qualcuno o qualcuna la porterà come un ciondolo; ma per qualcun altro è una croce. Non dobbiamo imporla a nessuno, come invece facciamo, ma neppure banalizzarla, come invece fa la legge, contro cui i cattolici osservanti protestano più di tutti gli altri.
I simboli sono stati, nei secoli, spesso sublimati. Si potrebbero sublimare anche quelli più pesantemente fisici, come le circoncisioni. Ci sono stati dei tentativi, perché la tradizione prevede solo sette gocce di sangue, nulla più, ma sono stati ovviamente repressi. Nelle restaurazioni, si vogliono ricacciare i simboli odiati in gola al nemico. Impedire, cancellare, bruciare; non sublimare. La risorsa rappresentata dalle ideologie universalistiche del Novecento e dai vecchi che le incarnavano si sta esaurendo. È più difficile parlare con gli stranieri oggi di quanto non lo fosse ieri. Dubito che le discoteche e Facebook possano supplire a una qualche comprensione sociale, storica, etica, del mondo in cui viviamo, dei limiti materiali che ci pone, del futuro, in cui i giovani si troveranno a vivere.
Tutti si affannano a rabberciare l’intonaco di una casa di cui non reggono le strutture. Cosa succede tra i giovani, come influisce la crisi, cosa potrebbe cambiare in futuro?

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