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Una riflessione

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Una riflessione sull’anno scolastico


La scuola è finita. Per la maggior parte. Restano fra i banchi gli studenti esaminandi, i professori, il personale di segreteria. In ogni caso, finite le lezioni, ad oggi divenuto il compito più importante della scuola, tutto tace. Presto calerà il sipario sull’a.s. 2009/2010 e ancor più rapidamente le proteste, i clamori e le inquietudini che lo hanno caratterizzato si quieteranno, per poi riprendere con nuovo vigore nell’autunno.

Sembra che il tempo dell’istruzione e dell’attenzione alle tematiche educative sia di nove mesi (o anche meno, se si escludono le vacanze e le interruzioni politico-amministrative durante l’anno) e non di un anno. Eppure tali temi ci accompagnano ogni giorno. Sia come educatori sia come educanti, docenti e discenti allo stesso tempo nei confronti di noi stessi e degli altri.

La strategia del life-long-learning è da oltre un decennio all’ordine del giorno nei programmi dell’Unione Europea, mentre fatica ad entrare nella quotidianità delle nostre agende. Gli insegnanti sembrano talora refrattari a rimettersi in gioco. Forse è una questione generazionale: con le nuove leve di docenti, abituate ad essere “on-line”, ad essere pervasi da un “flusso continuo di informazioni”, forse questa tensione a stare sempre all’erta per aggiornarsi è propria. Forse è una questione di prestigio e di riconoscimento. Qualcuno dirà “ancora una volta”! Le questioni di cui discutere per avere studenti migliori riguardano pochi temi. Innanzitutto, le condizioni materiali dell’offerta didattica (ci sono scuole adeguate? laboratori che funzionano?). Ed è noto come in certe province, da nord a sud, le necessità di manutenzione e di adeguamento delle dotazioni informatiche, laboratoriali, sportive sia alta, dalla scuola primaria a quella superiore.

Vi è poi l’offerta didattica. E questa è data dalle caratteristiche dei docenti. Lasciando sullo sfondo ogni polemica sulle varie proposte di riforma, un punto è certo: la qualità dell’insegnamento è anche garantita dalla qualità della formazione dei docenti. Tale qualità forse è certificata in ingresso. O meglio è così per chi supera un concorso (assumendo che tale forma permetta di certificare delle competenze, fatto su cui non tutti sono d’accordo). Ma per la maggior parte, la formazione avviene sul campo. Un tempo esisteva la SSIS, che aveva l’intenzione di insegnare ad insegnare, prevedendo anche un periodo di tirocinio nelle classi. E’ stata abolita. Si impara ad insegnare insegnando. Stranezza, considerato che a scuola si forma il capitale umano della società. Vale a dire, si diventa medico curando i pazienti. Forse non si ha la percezione del danno che un insegnante “poco preparato e poco dotato” possa fare perché nessuno peggiora nella propria condizione di salute o muore. I danni però ci sono. Per gli allievi e per la società in generale.

Rispetto ad altri paesi l’Italia non ha un sistema di valutazione del lavoro degli insegnanti anno dopo anno. Si è tentato di introdurlo in passato, ma si è assistito a serrate di ranghi. Come ci si permette solo di pensarlo! Scambiando così il prestigio che può avere una professione per la capacità di svolgerla e la competenza nello svolgerla. Certo bisogna anche essere nelle condizioni per poterla svolgere al meglio. Ma si ha l’impressione che quest’ultima affermazione talora diventi una scusa.

Ricordo la prima metà degli anni Ottanta, quando arrivarono i primi allievi con cittadinanza non italiana nelle scuole. Non si sapeva che fare, ci si arrangiò, qualcuno si rimboccò le maniche, molti restarono a guardare. Materiali, metodi, strumenti e attività nacquero e via via si perfezionarono. Certo, con molte risorse si può fare ancora di più. Ma perché, invece di pensare a ciò che non abbiamo più o a ciò che vorremmo avere (e di questi tempi difficilmente avremo) non ci guardiamo alle spalle e recuperiamo quell’ardore dell’essere educatori che figure come quella della Montessori ricordano. Sempre. Anche nel periodo estivo, quando i più deboli hanno più bisogno. Quando i figli dell’immigrazione, ad oggi fra i più deboli come molti coetanei italiani, hanno bisogno di attività didattiche che nel tempo estivo non facciano perdere loro né la lingua né l’entusiasmo per una scuola che li affatica, non solo nei compiti dell’apprendimento ma spesso anche nelle attività di socializzazione, dove da studenti ritornano ad essere stranieri e quindi, forse, poco graditi.

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