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Per istruire o per educare?

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Una scuola per istruire o per educare?
Paola Giani


L’educazione va intesa, a mio parere, come accompagnamento dei ragazzi a compiere esperienze che li aprano alla vita, alla scoperta di sé e degli altri, e che nel contempo sappiano suggerire comportamenti solidali e responsabili, ispirati a scelte di autonomia nella consapevolezza della storia e della gente a cui si appartiene. Se intendiamo l’educazione in questo modo, possiamo ritenere che la scuola possa e debba essere luogo di educazione.
In un tempo di “villaggio globale” in cui i ragazzi paiono attirati in tutto il mondo dagli stessi sogni consumistici, pur abitando contesti assai differenti, è importante che la scuola aiuti a riconoscere i processi culturali in atto e le trasformazioni che investono il pianeta, faccia sperimentare l’arte della negoziazione e della soluzione pacifica dei conflitti, sappia insomma educare alla pace positiva.
Non basta istruire le menti; occorre aprirle alla curiosità, educarle a comportamenti che coniughino la ricerca del bene per sé con l’impegno per il bene di tutti e che sappiano investire sulla costruzione del futuro comune. La consapevolezza di appartenere ad un unico grande villaggio dove i comportamenti di ciascuno si tramutano in ben-essere o mal-essere per altri deve interpellare ciascuno e renderlo consapevole del proprio ruolo attivo e partecipe del destino del mondo.


Un mare di educazioni?

Una lamentela giustamente ricorrente negli ultimi decenni tra gli insegnanti è relativa al fatto che la scuola è stata man mano caricata di compiti sempre maggiori rispetto alla formazione dei giovani: educazione stradale, ambientale, alla legalità, sessuale, e così via.
Le famiglie faticano sempre più a seguire la crescita dei loro figli: abbiamo organizzato una società nella quale per varie ragioni i genitori – quando entrambi presenti – lavorano tutta la giornata e possono dedicare poche ore la settimana a seguire i figli, stare con loro, accudirli, rimproverarli, incoraggiarli. La più parte di queste attenzioni, che formano la personalità del bambino e ne segnano pesantemente il futuro, è affidata a educatori e insegnanti, dal nido alla materna e poi via via ai vari ordini di scuola.
La scuola cerca spesso di coinvolgere le famiglie in riunioni di presentazione dei piani di lavoro e dell’offerta formativa; eppure di frequente gli insegnanti sono delusi dalla partecipazione così scarsa e affrettata dei genitori. I genitori da parte loro faticano davvero a trovare una sintonia con i tempi e i modi della scuola. In mezzo ci sono i ragazzini, a cui si offrono splendide opportunità di crescere nella comunicazione, nella capacità di stare con gli altri, nella convivenza con la diversità. Sarà successo a tutti di stupirsi perché i bimbi di una classe in cui è presente un bimbo di colore non si accorgono della differenza di colore della pelle finché un adulto non glielo fa notare; oppure perché bimbi con un compagno di classe disabile giocano con lui, incuranti di ogni differenza di abilità. Questi comportamenti, se ben accuditi e coltivati, sono una preziosa risorsa per il nostro futuro: stiamo crescendo giovani più capaci di convivere con la diversità di quelli delle generazioni passate, più abili a comunicare se stessi, più aperti e disinvolti. Tuttavia ci accorgiamo quotidianamente di allevare figli sempre meno preparati a sopportare le frustrazioni e a indirizzare e sfruttare la propria volontà personale. Da questo punto di vista i ragazzi oggi sono deboli, perché sono spesso cresciuti in ambienti dove tutto pare loro scontato, quasi “dovuto”: si tratta di bambini viziati dalla ricchezza sostanziale del nostro mondo occidentale.
Quando nella scuola superiore arriva un ragazzo immigrato, si resta spesso colpiti dal forte impegno con cui egli si applica nello studio: i buoni risultati vengono da lui concepiti come restituzione ai propri genitori della loro fatica lavorativa e come mezzo di riscatto sociale. Spesso mi è accaduto di dover ringraziare la presenza di un allievo straniero per ristabilire in classe una spinta ad impegnarsi nello studio, a imparare, a riconoscere i privilegi di una infanzia e una adolescenza vissute nella bambagia. Da questa consapevolezza possono nascere finalmente, nei giovani che stanno diventando adulti, comportamenti di responsabilità.
L’educazione interculturale non è “una delle educazioni”: è un modo di fare scuola in cui si mette al primo posto il nesso tra testa, mani e cuore. Studiare diventa un mezzo per conoscere e riconoscere se stessi e gli altri, per far entrare il mondo nel cuore dei ragazzi e renderli capaci di agire perché questo pianeta sia accogliente per tutti ed abbia un futuro, perché siano rispettati la libertà e il diritto di ciascun vivente a stare bene.
È dunque un fare che stimola la partecipazione di tutti, che accompagna i tempi di maturazione di ciascuno, che spinge ognuno a dare il meglio di sé.


La grammatica del pianeta Terra

Ci sono termini che ricorrono e sui quali occorre stimolare la curiosità dei ragazzi, perché si impossessino già da piccoli di suggestioni che potranno lavorare nella loro testa e nel loro cuore. Periodicamente ritornano sostantivi come globalizzazione, squilibri, Nord e Sud, diritti, religioni, minoranze, profugo, clandestino…; verbi come viaggiare, migrare, sfruttare…; e alcuni aggettivi: equo, solidale, ingiusto, illegale, pacifico, europeo, occidentale…
Vorrei richiamare l’importanza di dare stimoli: la scuola non deve “riempire” cuore, testa e mani dei ragazzi; deve offrire loro sollecitazioni e accompagnarli in esperienze significative. Non dimenticherò mai l’esperienza vissuta parecchi anni fa in una classe di scuola superiore, in cui si era ragionato sulle motivazioni dell’immigrazione dai paesi del Sud del mondo. I ragazzi avevano la certezza che gli immigrati dell’Africa nera appartenessero a popoli senza cultura, istruzione e risorse; allora un bel giorno invitammo a far lezione di scienze in quella classe un professore di biologia senegalese che si trovava a Torino nel contesto di uno scambio scolastico. La visita non venne annunciata ai ragazzi, i quali si ritrovarono improvvisamente il “nuovo” insegnante in aula: questi prese subito la parola, continuando la lezione – ovviamente in lingua francese! – dal punto in cui l’aveva lasciata la titolare della cattedra la settimana precedente. In capo ad un’ora non soltanto la classe era meno sicura che gli africani fossero persone senza cultura e istruzione, ma si era anche resa conto che le proprie competenze in lingua francese erano assai modeste!
In questo modo avevo rinunciato a discutere la loro certezza attraverso dati, ricerche sociologiche, studi, preferendo offrire un’esperienza che aveva creato degli interrogativi; furono poi loro a chiedermi in seguito dati, ricerche, studi, e io li accompagnai in questa ricerca. L’atteggiamento della classe era cambiato molto; finalmente erano sorti sani e robusti dubbi: “Forse non sappiamo ancora tutto, forse abbiamo false certezze, forse riceviamo dai media impressioni che lasciano segni e che non verifichiamo”.
Dopo quest’esperienza lavorammo parecchio su stereotipi e pregiudizi; approntai delle attività ad hoc, utilizzando il sapere disciplinare per aiutare la classe a coniugare l’esperienza vissuta con il tempo-scuola.
Occorre allora colmare lo scollamento tra scuola e vita: i ragazzi hanno bisogno di capire a cosa “serve” venire a scuola! Educazione interculturale è scalfire le certezze poggiate sul nulla e aiutare i giovani a crescere riconciliati con un’identità morbida, mutevole, ricca di dubbi e curiosità, dinamica e innamorata della vita, anche nelle sue fatiche.
Educazione interculturale è fare della scuola un’occasione privilegiata per acquisire strumenti di lettura e interpretazione della realtà: dite poco?


Chi siamo? Dove andiamo?

Da dove veniamo? Chi è la gente da cui discendiamo? Di che storia sono portatrici le nostre famiglie? Nella nostra storia ci sono solo viaggi turistici o anche di migrazione? Come vivevano i nostri nonni? Tutti in campagna? Da sempre in città? Sapevano leggere e scrivere? Come festeggiavano le nascite? Quanti figli avevano? Come è fatto il bilancio delle nostre famiglie? Quanto costa la nostra agiatezza? Cosa mangiamo? Quanto mangiamo? Di quanta acqua disponiamo?
E i ragazzi di altre parti del mondo, come vivono? Cosa mangiano? Quante volte al giorno? Quanti quaderni posseggono? Quanti compagni hanno in classe? Come vivevano i loro nonni? Che storia hanno avuto i loro paesi? Che lingue parlano? Che scrittura utilizzano? Perché?
La geografia, questa cenerentola della scuola italiana; la storia, spesso limitata a raccontare il punto di vista occidentale sulle vicende del mondo; il diritto e l’economia, riservati a pochi eletti; la letteratura, che pare esistere solo nel Nord del mondo; l’educazione civica, inesistente nel percorso scolastico dei nostri allievi, possono diventare tutti luoghi affascinanti per familiarizzare con le domande che ci siamo posti.
Al riguardo non va poi dimenticata la religione, questa sorprendente chiave di lettura delle tradizioni e del profondo della mentalità dei popoli, bistrattata nella scuola italiana a causa di rapporti squilibrati tra le Istituzioni: per dirsi laico il nostro paese ha spesso la tendenza a dimenticare l’aspetto religioso della vita e dunque della cultura umana!
La migrazione pone una sfida al nostro senso della libertà e del rispetto dei diritti umani: in occidente, nei paesi di origine e nel rapporto tra Nord e Sud del mondo. Più in generale, la migrazione – in quanto processo di internazionalizzazione di un paese – offre l’occasione per esplicitare norme e regole di comportamento che fanno parte della tradizione italiana e che non necessariamente sono simili o condivise in altri paesi.
Non diversamente accade per il mondo della scuola: differenti sono i sistemi scolastici, differenti le abitudini di comportamento. La presenza di allievi di origine immigrata dà allora l’opportunità di esplicitare, con le norme disciplinari, la ragione e l’uso di tali norme. Si tratta di un percorso assai utile anche per gli allievi italiani: la creazione di un codice di comportamento come cornice che permette il rispetto reciproco in una classe è un esempio per tutti di buon senso e un’occasione di educazione all’esercizio della propria cittadinanza.


Diritto alla diversità. Anche a quella religiosa?

Il diritto al rispetto della diversità religiosa e la laicità dello Stato sono nel nostro paese temi in via di digestione.
Noi italiani non siamo da lungo tempo abituati alla laicità dello Stato; talora alcuni faticano ancora a cogliere la grande opportunità rappresentata dal processo di secolarizzazione, che permette alle religioni una vera e opportuna purificazione.
Lo Stato italiano è laico: lascia cioè ad ogni cittadino la possibilità di scegliere liberamente la propria appartenenza religiosa e regola con intese e concordati il proprio rapporto con le religioni. Attualmente in Italia sono vive intese tra lo Stato e l’Unione buddista, i Testimoni di Geova, la Chiesa cattolica, l’Unione delle Comunità ebraiche italiane, la Chiesa evangelica valdese… .
Non è ignorando gli aspetti religiosi della vita e delle tradizioni degli uomini, delle donne e dei bambini alle varie latitudini e longitudini del pianeta che ci si dimostra laici. Non è festeggiando soltanto alcuni momenti o nessun momento rilevante per una parte del gruppo-classe che si vive in modo corretto la laicità. Non è sopprimendo l’uso del presepe nel tempo di Natale che si rispetta la religiosità di chi non è cristiano: così si crescono ragazzini privi di istruzione, letteralmente ignoranti, non laici!
In Italia abbiamo il complesso che parlare di religione sia di cattivo gusto; credo invece che la scuola debba fornire agli allievi strumenti di conoscenza che permettano di leggere la storia dei popoli, anche attraverso le loro espressioni religiose.
Tutte le feste religiose hanno elementi comuni: spesso molti rituali si assomigliano, così come numerosi elementi del racconto delle storie sacre consentono di ritrovarsi. La scuola può dunque aiutare bambini e famiglie a fraternizzare anche in questi momenti e luoghi della comunanza, prima ancora che preparare muri di differenza e diffidenza.
Parlare di religioni a scuola è necessario perché esse fanno parte della storia, della vita quotidiana, della cultura della popolazione della Terra. Da sempre gli uomini hanno espresso la loro spiritualità interrogandosi sul senso della loro vita, chiedendosi da dove venga la Terra, il loro popolo, il loro re, le loro divinità, cosa succederà dopo la loro morte. E ad un certo momento della loro storia si sono anche codificate regole di comportamento, stabilendo rituali, tempi e luoghi di relazione con le divinità: in breve sono nate le religioni.
Le religioni costituiscono una importante chiave di lettura della cultura dei popoli: come comprendere lo sviluppo, l’impegno di costruzione del futuro, il senso della storia, la stratificazione sociale di una popolazione, prescindendo dalla sua religione? Questo è sicuramente argomento di insegnamento!
È senza dubbio assai difficile parlare di questi temi con i ragazzi senza rischiare di banalizzare o travisare i contenuti: ci si deve rifare continuamente a un linguaggio astratto, che per i più giovaninon fa ancora del tutto parte del loro bagaglio culturale. Ritengo che nella scuola di base si debba parlare di religioni rifacendosi alla conoscenza dei racconti presenti nei testi sacri, alle vicende e ai personaggi più significativi per i libri delle varie tradizioni; si debbano mostrare luoghi e oggetti di culto, raccontare le feste religiose, l’organizzazione del tempo attraverso i vari calendari. Non credo invece che si possa parlare ai ragazzini del modo in cui ogni fede religiosa cerca di attingere la verità senza correre il rischio di banalizzazioni pericolose.
Ogni fede religiosa è un sentiero attraverso cui gli uomini cercano di raggiungere l’unica cima della montagna che tutti vediamo quando le nebbie ce lo permettono. E ogni sentiero è il migliore per chi lo percorre: è la pienezza della verità relativamente alla propria storia, è il nome attraverso cui Dio si lascia conoscere. La verità è più grande di noi: ci affascina e ci possiede, ma noi siamo molto maldestri nel cercarla! A volte essa assume per noi il volto di un dio persona, altre volte prende la forma di un grande ideale di vita, altre ancora appare come una grande assenza.
Questa esperienza, propria della vita di ogni uomo, è anche l’esperienza collettiva dell’umanità; bene quindi che la scuola ne tenga conto e sappia anche che il problema del linguaggio trova nel tema religioso uno dei suoi più importanti ambiti di sfida. Il linguaggio religioso della tradizione occidentale – soprattutto quella cattolica – è un linguaggio che non parla agli uomini e alle donne di oggi, meno che mai ai ragazzi: molto frequentemente utilizza termini che non hanno riscontro nella vita quotidiana e nell’esperienza delle relazioni interpersonali. Occorre allora porre le premesse perché possa esserci lettura e comprensione del patrimonio culturale dell’occidente, così segnato dal cristianesimo nell’arte, nella letteratura, nella storia.
Se la società in cui oggi i ragazzi sono inseriti è multiculturale e dunque multireligiosa, la scuola non potrà limitarsi a tenere conto della religione che più ha segnato la cultura italiana; ci sarà così l’occasione anche per la riscoperta di minoranze significative da sempre presenti sul territorio, che hanno attraversato la storia del nostro Paese. A questo proposito, voglio ricordare il prestito linguistico come opportunità di scoperta del fecondo incontro della diversità culturale: dalla tradizione del sabato ebraico, che dà il nome al settimo giorno della settimana anche nella lingua italiana, alle decine di termini italiani derivati dall’arabo, che mostrano la convivenza sul territorio del nostro paese di donne e uomini portatori di lingue e culture differenti.
Non sono le differenze, ma le somiglianze che ci aiutano a far maturare nei ragazzi atteggiamenti di simpatia e a evitare comportamenti ispirati al timore, al sospetto, al senso di superiorità o di inferiorità. Solo radicandoci bene in una tradizione, padroneggiando la storia del nostro Paese e avendo esperienza degli elementi che ne costituiscono usi e costumi e che hanno ispirato la vita di milioni di persone prima di noi, possiamo diventare davvero cittadini di questo Pianeta, pronti a dialogare con chiunque, fieri di conoscere le origini da cui proveniamo e la gente a cui apparteniamo.
In aule multiculturali e multireligiose questa apertura al mondo è facilitata dal dialogo della quotidianità: ai ragazzi le differenze non appaiono mai insuperabili. C’è un linguaggio della complicità nel gioco, nella condivisione degli spazi della scuola, dei giardini pubblici o della palestra che supera le diversità di lingua, diete alimentari, abbigliamento.
Proprio sulle diversità di abbigliamento o di dieta alimentare va spesa qualche parola: la scuola è luogo di tutti e per tutti e indubbiamente ciascun genitore è autorizzato dalla normativa a chiedere il rispetto di diversità alimentari nelle diete delle mense scolastiche, o che il/la proprio/a figlio/a frequenti la scuola con il capo coperto o stia a casa nei giorni di festa anche di religioni per le quali non è ancora prevista l’intesa tra Stato italiano e autorità religiosa. La scuola deve rispettare le diversità e in questo momento del suo fare educativo deve anche porsi l’obiettivo di aiutare ciascuno a maturare libere scelte; deve cioè aiutare ciascuno ad avere motivi sufficienti per fare proprio in modo consapevole o interpretare in modo differente, la libera scelta di una dieta alimentare o di una modalità di abbigliamento.
Si può allora immaginare che la scelta alimentare sia ampia per tutti, in modo che ciascuno si prepari liberamente e con consapevolezza a scegliere la propria dieta. Non è togliendo il prosciutto dalla mensa scolastica che si rispetta la dieta islamica, bensì offrendo la scelta tra prosciutto ed altro cibo ed educando a scegliere con l’argomentazione che di mano in mano apparirà più completa in rapporto all’età del ragazzo. Rendendo possibili varie opzioni di comportamento si aiuta ciascuno a trovare motivazioni personali, libere e consapevoli per i propri comportamenti: non dimentichiamo che questo processo critico attiene agli obiettivi di tutto il nostro sistema scolastico. La mensa dunque rappresenta un buon esempio di come la formazione avvenga attraverso “testa/mani/cuore”: esperienze di vita, pagine di libri, condivisione di emozioni.
Parlando di abbigliamento intendo sottolineare un aspetto che mi pare non secondario in una scuola che tenga conto con serietà della presenza di famiglie di origine immigrata. Spesso i genitori che hanno lasciato il loro paese non ne hanno seguito l’evoluzione recente e non hanno strumenti per cogliere la trasformazione socio-culturale in atto: mi è accaduto di dover aiutare genitori marocchini, migrati dalle campagne dieci anni fa, a capire che potevano tranquillamente consentire la frequenza scolastica ai loro figli in classi miste, perché ormai anche in Marocco le scuole sono miste e il piano nazionale per l’istruzione ha recepito molti elementi della coeducazione.
Molto spesso fatichiamo a capire comportamenti di scarsa partecipazione delle famiglie immigrate alle riunioni e ai colloqui a cui sono invitati dagli insegnanti. Non dobbiamo dimenticare che in diverse situazioni i sistemi scolastici dei paesi extraeuropei prevedono che la famiglia affidi il bambino agli insegnanti con una delega totale e che ogni interferenza sia interpretata come mancanza di fiducia e di rispetto verso le Istituzioni. La delega arriva fino allo stupore nel constatare che gli insegnanti non utilizzano mezzi di correzione al di fuori delle parole: occorre immaginare la sorpresa dell’insegnante che si vede invitato dai genitori immigrati a “picchiare” il ragazzino disobbediente!


L’igiene del linguaggio

Un altro elemento che mi pare meriti oggi più che mai la nostra attenzione è la proprietà del linguaggio e lo sviluppo delle capacità di comunicazione.
I ragazzi amano sfogliare fumetti, guardare la televisione, giocare al computer: ottime cose, ma nelle dosi opportune. Frequentemente a questi passatempi non si accompagna un congruo numero di ore dedicate a leggere, ascoltare, conversare. È sotto gli occhi di tutti il grande impoverimento del lessico dei ragazzi e la grande superficialità nelle denominazioni: molte parole che i ragazzi sentono a scuola o leggono sui libri non trovano riscontro nel loro vocabolario personale ed essi non si crucciano assolutamente di chiederne il significato, impossessandosi di termini nuovi e più precisi ed inserendoli nel bagaglio delle loro conoscenze per poi utilizzarli.
Molte volte gli insegnanti, pressati dal programma di lavoro da portare a termine o dal numero abbondante di ragazzi che compongono la classe, non hanno tempo ed energia per bloccare la lettura o la spiegazione ed esplicitare il significato di ogni termine che esca dal vocabolario più “televisivo”: quando si presta questa attenzione – anche nella scuola secondaria superiore – non sono rare le brutte sorprese!
Il patrimonio della lingua è il più significativo veicolo di relazione, comunicazione, scoperta, strada per dire sé stessi, la vita, la storia; l’impoverimento della capacità di comunicare va in direzione di una solitudine sempre più forte, di un’insana autoreferenzialità, di esperienze sempre meno condivise. Don Milani sosteneva: “La lingua vi farà uguali”. La lingua capìta, ascoltata, praticata, parlata è lo strumento che la scuola deve incaricarsi di trasmettere con un impegno solenne, irrinunciabile e improcrastinabile.
A mio avviso, questo quadro rende sempre più simili nelle aule scolastiche gli allievi di origine italiana con i ragazzi di famiglia immigrata. Italiano lingua seconda? Sì, ma alle volte mi pare si debba pensare più semplicemente all’italiano come lingua per tutti.
Indubbiamente l’insegnamento della lingua italiana come lingua seconda richiede attenzione e competenze di cui altrove si è già scritto molto. Vorrei tuttavia proporre la relativizzazione dell’insegnamento dell’italiano agli allievi non madrelingua, rendendo questo un obiettivo per tutti e proponendo che accanto agli elementi linguistici occorra una svolta sia per gli immigrati sia per i nativi. Si prestino cioè serie attenzioni educative affinché i ragazzi diventino cittadini: conoscano dove abitano e da dove vengono e siano messi in grado di comunicare nel maggior numero di lingue possibile!
Insisterei anche sullo sforzo di sollecitare un apprendimento della lingua che sia puntuale: termini chiave della lingua di ogni giorno relativa alle categorie di cittadini (emigrante, immigrato, rifugiato, illegale, clandestino, ecc.) spesso vengono utilizzati anche dai mass media in modo scorretto, aumentando il pregiudizio e alimentando la confusione. Esistono ormai molti testi e siti affidabili per imparare l’uso corretto dei termini chiave.

A che serve la scuola?

La scuola deve insegnare ai ragazzi a porsi in modo corretto le domande e a compiere in modo consapevole e completo la ricerca di percorsi di risposta; deve trasmettere il senso della domanda, della fatica della ricerca, del piacere della scoperta. Leggere, scrivere e fare di conto, si diceva un tempo! Ebbene, leggere una carta geografica, scrivere un curriculum vitae, verificare una busta paga sono tre elementi essenziali per la vita di un giovane dopo la scuola; eppure spesso queste abilità non vengono acquisite. Conoscere la grammatica delle lingue europee è importante, ma sapere rispondere al telefono o leggere un articolo di un quotidiano – e non in una lingua straniera sola! – lo è altrettanto se non di più per un giovane che deve cercare un lavoro!
È difficile assumere la responsabilità di programmare l’intervento didattico per la propria classe: per questo può essere utile riesaminare il senso del lavoro collegiale nei consigli di classe. Gli obiettivi educativi vanno condivisi e perseguiti con determinazione, con l’impegno di tutti e con la partecipazione e condivisione delle famiglie. I consigli di classe che definiscono nei loro obiettivi formativi di voler promuovere il senso critico nei ragazzi non possono accontentarsi di un basso cabotaggio nella trasmissione dei contenuti.
L’impegno educativo è fatto di pazienza: richiede tempi lunghi, allenamento, capacità di scelte anche impopolari. Sicuramente la formazione non è il risultato di una maggiore quantità di sapere, ma di una rigorosa qualità della richiesta di impegno, della volontà, dell’intelligenza, del cuore e del mettersi in gioco da parte di ogni componente della scuola.
Non si impara solo con la testa: si cresce nella misura in cui alla testa si affiancano il cuore e le mani. La scuola insegna a sapere, volere, fare: per questo è un mestiere faticoso e che non si improvvisa. Per questo la scuola superiore e l’università debbono essere scelte in modo molto consapevole da parte dei giovani, perché definiscono tutto il bagaglio di quel “sapere” che costruirà il futuro del lavoro e dell’esercizio della cittadinanza.
La scuola primaria e tutto il ciclo dell’istruzione obbligatoria devono aiutare il bambino – nel tempo in cui è più ricettivo – a maturare quegli atteggiamenti e comportamenti di ricerca, curiosità, desiderio di sapere, allenamento all’impegno per ottenere ciò che si vuole, che costituiscono il presupposto su cui il giovane potrà costruire il suo futuro. Che si ottengano questi risultati attraverso l’approfondimento della conoscenza di una disciplina piuttosto che di un’altra, di un argomento o di un altro ancora, non mi pare invero così significativo. Non sono preoccupata della quantità e della sofisticata qualità: leggere, scrivere, far di conto.
Questi sono gli strumenti senza i quali i ragazzi sono votati all’insuccesso; e più sono modeste le loro origini e più la mancanza di queste abilità li penalizza. È soprattutto ai più deboli che la scuola di base deve richiedere e dare il massimo, perché il diritto all’istruzione sia rispettato per tutti. I ragazzi che provengono da famiglie più abbienti e più colte possiedono già gli strumenti linguistici di partenza e gli strumenti di conoscenza della realtà: per loro è urgente non perdere la motivazione, l’interesse, la spinta a conoscere di più e meglio, a interrogarsi e a ricercare. Per questo si insiste sui piani individualizzati di lavoro, sull’attenzione al percorso di ciascuno; e giustamente si sottolinea la necessità di avere gruppi classe meno numerosi in cui davvero questi principi possano non essere disattesi.
Educare è un impegno di speranza: richiede coraggio, volontà ferma e grande fiducia nella vita. Queste sono le caratteristiche richieste ai genitori e agli insegnanti per costruire, con i giovani che gli vengono affidati, un pezzo del futuro di questo Pianeta!

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