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Formazione interattiva

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La formazione interattiva: una scelta di metodo e di contenuto
di Paola Giani e Marco Bajardi


Processi di comunicazione

Le definizioni rispetto al processo comunicativo sono molte e varie. Se consideriamo l’etimo in sé della parola comunicazione (dal latino communis = vincolato insieme), si nota che esso fornisce un concetto di partecipazione e un senso attivo di uguaglianza. Attraverso il circuito comunicativo, dunque si instaura una relazione paritaria, relazione che persiste solo se vi è una partecipazione attiva di entrambi gli interlocutori. Questa sua caratteristica sottolinea l’importanza della compartecipazione, del rispetto per l’altro e delle norme che regolano la vita associata.
Se infatti non esiste un principio di azione in comune tra chi emette e chi riceve il messaggio, la comunicazione sarà come non avvenuta; perciò ogni qualvolta un emittente trasmette un messaggio ad un ricevente e questi reagisce si avvia un processo comunicativo, processo in cui le due parti sono contemporaneamente responsabili. Il concetto di responsabilità legato ai ruoli dei due interlocutori, è rilevante per definire la partecipazione attiva, il “qui e ora” e infine il successo della relazione di aiuto.
La comunicazione interpersonale, intesa come un momento di incontro/scambio determina quindi la qualità della relazione.
Spesso si pensa che l’arte del comunicare consista principalmente nella capacità di farsi ascoltare e di farsi comprendere senza fraintendimenti.
In realtà il successo della comunicazione non dipende unicamente dall’intenzione dell’emittente, ma è soprattutto dalla percezione del ricevente, per cui l’ascolto ed il “feedback” (messaggio di ritorno) del ricevente sono importanti rivelatori della qualità dell’interazione.
Perché il rapporto con gli altri sia affrontato con successo, occorre dunque essere consapevoli della propria responsabilità sia nella fase di trasmissione sia in quella dell’ascolto.
Gli elementi base della comunicazione sono essenzialmente tre:

Emittente - Messaggio – Ricevente

Come è evidenziato dallo schema, nel trasmettere un messaggio si passa un contenuto, verbale o non verbale, che è sempre accompagnato da un’emozione, da una determinata percezione o interpretazione (un messaggio psicologico) che determinano la qualità della comunicazione.


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Il messaggio, con la sua duplice valenza, rimane il punto di incontro tra le due esperienze di chi codifica e di colui che decodifica un contenuto trasmesso.
Nel processo comunicativo, inoltre l’emittente influenza l’efficacia della comunicazione in base a due dimensioni in particolare: la competenza e la credibilità, le quali sono strettamente connesse al messaggio psicologico di cui sopra.
Il ruolo del ricevente non è comunque di minor rilevanza: l’ascoltare costituisce la maggior parte delle attività inerenti la comunicazione. Essere un buon ricevente vuoi dire essere capaci di auto-osservazione, tempo e pazienza per decodificare con attenzione il comunicato ricevuto e rimandare messaggi di ritorno che favoriscano la piena comprensione dell’intenzione dell’emittente. Spesso chi ascolta ha la tendenza di giudicare, interpretare o disapprovare il messaggio originario, ostacolando in tal modo l’efficacia della comunicazione. Il ricevente, al contrario deve essere capace di ascoltare, di parafrasare e di verificare, con chi trasmette, la reale percezione dei sentimenti e la negoziazione del significato, mostrando così di voler comprendere a fondo il messaggio, prima di darne una valutazione.


Il ruolo dell’emittente

Nel circuito comunicativo si deve tener conto che non si trasmettono e ricevono unicamente dei contenuti, ma anche emozioni, percezioni, interpretazioni.
Partiamo dal principio che si comunica “con” gli altri e non “a” gli altri!
Mettiamo in evidenza pregi e difetti di due tipi di comunicazione:

Unidirezionale – Bidirezionale

Nel primo caso la trasmissione del messaggio avviene voltando le spalle agli interlocutori, i quali a loro volta non possono interrompere la comunicazione con domande di approfondimento. Tale situazione elimina chiaramente ogni possibilità di feedback; si ha una comunicazione rigida, non flessibile incapace di rimodellarsi a seconda del contesto di riferimento; la trasmissione è diretta, lineare, veloce e spesso valida, ma dal solo punto di vista di chi emette, il quale deve essere capace di sistematicità.
Nel secondo caso si trasmette nuovamente un messaggio complesso, ma questa volta chi trasmette è rivolto verso i “riceventi”, può fare dei gesti esplicativi ed inoltre può rispondere a tutte le domande di esemplificazione da parte di chi riceve. Tale comunicazione richiede sensibilità e capacità di autocorrezione; il “feedback” garantisce l’efficacia del messaggio e permette un miglioramento dello stile di comunicazione nel tempo.
La comunicazione a due vie antepone la qualità alla quantità ed è riconosciuta come la modalità più efficace nel campo relazionale; essa infatti è caratterizzata da un principio di circolarità che permette di autocorreggersi continuamente, sui propri errori o limiti, riadattandosi con più precisione all’obiettivo, cioè che il messaggio sia ricevuto.
Inoltre, al fine di essere precisi, chiari e volendo perseguire l’obiettivo di realizzare in modo compiuto il circuito comunicativo, l’emittente dovrebbe seguire una serie di principi fondamentali:
- Principio di pertinenza: messaggio adeguato all’ascoltatore
- Principio di semplicità: il messaggio è chiaro quando è semplice
- Principio di definizione: esplicitazione dei termini
- Principio di ripetizione: puntualizzare i concetti chiave
- Principio di comparazione: le associazioni di idee favoriscono la comprensione
- Principio di focalizzazione: centrare l’attenzione sugli aspetti fondamentali
È chiaro, rispetto a tali principi, che l’obiettivo è quello di favorire la percezione del ricevente e il buon esito della comunicazione.
L’emittente infatti, seguendo tali principi ed accogliendo i “messaggi di ritorno” dell’ascoltatore, favorisce l’efficacia del circuito comunicativo, e inoltre ribadisce l’importanza del principio per cui non si comunica a gli altri, ma con gli altri.


Il ruolo del ricevente

L’ascolto è la capacità di creare i ponti per una interazione positiva, la responsabilità del ricevente è quindi quella di non avere la tendenza di interpretare il messaggio con un ascolto superficiale, ma essere capace di auto-osservazione, pazienza e tempo allo scopo di decodificare con attenzione anche attraverso domande di approfondimento e di ulteriore chiarezza.
Nella comunicazione interpersonale il ruolo dell’ascoltatore assume una notevole importanza per il successo dell’interazione.
Le modalità di relazionarsi con gli altri, sono varie; l’atteggiamento di ascolto assunto determina l’esito positivo o negativo della comunicazione.
Esito positivo si ha quando, ad esempio nel ricevere un messaggio, non si assume un tono valutativo, si fanno domande di approfondimento cercando di comprendere l’interlocutore, ci si mette in una posizione di ascolto positivo, favorendo e stimolando l’emittente nel suo interloquire.
Un buon ricevente, in particolare, è capace di ascoltare con comprensione e riflessione dei sentimenti. Attraverso domande di approfondimento, cercando di valorizzare il messaggio verbale e non che l’interlocutore gli trasmette, egli assume un comportamento empatico, capace di comprensione, distensione, massima efficacia e positività nella comunicazione. Tramite l’ascolto empatico infatti si accoglie l’altro compartecipando le sue emozioni, facendo sentire la propria vicinanza, offrendo il massimo livello di ascolto e favorendo cosi il successo della relazione stessa.
Tale tipologia d’ascolto, pur essendo la più auspicabile, è molto difficile, in quanto richiede una rilevante capacità di osservazione, di attenzione per l’altro, di pazienza nel vivere il “qui e ora”.
Gli atteggiamenti di ascolto alternativi purtroppo, non sono tutti positivi. Spesso infatti assumiamo dei comportamenti che non favoriscono una buona comunicazione.
Quando ad esempio non prestiamo attenzione a chi ci parla, manifestando apertamente il nostro disinteresse con messaggi verbali e non verbali di disattenzione verso i contenuti trasmessi, determiniamo l’esito negativo della relazione, caratterizzato dalla negazione dell’altro. Non ascoltare significa infatti negare la possibilità di avere conferma di sé, di conseguenza tale situazione di ascolto è la più negativa.
Un altro esempio di ascolto negativo è quello accompagnato dai giudizi di valore. E’ il caso in cui si vuol interpretare il messaggio che viene trasmesso, cercando di avvicinarlo il più possibile alla propria esperienza, paragonandolo con eventi già accaduti. In tal modo si preclude una reale comprensione, volgendo verso la chiusura, il non ascolto e lasciando nell’interlocutore sentimenti di ambiguità e di insicurezza.
In conclusione, la comunicazione determina la riuscita positiva delle relazioni e in particolar modo delle relazioni d’aiuto. Un educatore deve quindi affinare capacità di auto-osservazione, di ascolto empatico, semplicità di linguaggio, adattamento all’interlocutore.
Pertanto, consapevoli che il processo comunicativo è spesso vincolato da particolari interferenze (rumori esterni, difficoltà di linguaggio, sentimenti di antipatia ecc.), occorre essere capaci di mettere, gli altri, nella condizione di ascoltare bene, consci che la qualità della comunicazione dipende dalla percezione del ricevente e non dall’intenzione dell’emittente.


La formazione interattiva

La riuscita delle formazioni interattive non dipende solo dalla pertinenza dei contenuti, ma soprattutto dalla forma pedagogica che li veicola, dalle dinamiche di gruppo che si riescono a creare, dalla “temperatura” che si instaura tra le persone.
Il primo modulo, dedicato alla conoscenza e alla coesione del gruppo, è il più delicato, è quello che pone le basi di tutto il percorso: consente, ai partecipanti, di capire cosa viene chiesto loro in termini di impegno, continuità, attenzione, presenza reale. Permette inoltre di percepire l’importanza delle componenti socio-affettive nel processo d’apprendimento: le micro trasformazioni che si creano dentro di loro, tra loro e tra loro e il/i conduttore/i.
La buona riuscita di questa prima parte di lavoro conduce “naturalmente” alla definizione del contratto formativo stabilendo gli impegni sia di chi partecipa sia di chi conduce.
Con questo primo modulo si introducono una serie di costanti metodologiche trasversali a tutto il percorso quali:
- Il partire da sé nei processi d’apprendimento;
- Il qui e ora;
- La fiducia in sé e negli altri;
- L’attenzione agli altri;
- Il controllo della comunicazione;
- L’uso dell’agenda per sottolineare i tempi e gli obiettivi di ogni attività proposta;
- La verifica di ogni sessione di lavoro come parte fondamentale dell’apprendimento nei suoi vari aspetti (sapere, saper fare…);
- La riflessione successiva a ogni attività proposta, volta anche a migliorare la qualità della comunicazione all’interno del gruppo;
- Il rispetto dei tempi di ciascuno.

L’applicazione di tali costanti rende questo tipo di formazione, occasione di cambiamento e di acquisizione di pratiche metodologiche trasferibili in altri contesti e con altre “utenze”.
La disponibilità dei partecipanti a mettersi in gioco, la fiducia e la stima nei confronti di chi
conduce, unite ovviamente alle capacità del trainer di cogliere le sfumature nelle dinamiche del gruppo, sono l’ago della bilancia rispetto alla tenuta del gruppo e al raggiungimento degli obiettivi proposti .
Nelle formazioni interattive la prima sequenza d’esperienze proposte prevede sempre attività di conoscenza e di fiducia in quanto il punto di partenza è: lavorare insieme. Vedere nell’altro non solo uno degli aspetti della sua personalità ma, conoscerlo in modo più approfondito, amplia notevolmente la potenzialità e l’efficacia del lavoro di gruppo.
Creare un clima di fiducia, percepire il livello di attenzione che siamo in grado di attivare verso l’esperienza che stiamo vivendo e verso gli altri, “misurarci” attraverso piccole somiglianze e differenze che ci rendono in parte uguali e in parte diversi, sono esperienze fondamentali, per un gruppo che dovrà lavorare e progettare insieme.
Riflettere inoltre su cosa si sta facendo, in ogni passaggio del percorso formativo, consente di approfondire contenuti teorici per “rivisitare i propri comportamenti abituali”, infatti, confrontarsi su temi che spesso toccano le aree sensibili del nostro io e ridefinirsi alla luce di quanto maturato, è un esercizio importante per chi deve lavorare in contesti densi di complessità come quelli sociali complessi.


Coesione di gruppo

Spesso siamo a disagio a parlare di noi stessi, quasi temessimo di dare troppo di noi per una semplice esperienza formativa.
Le persone che partecipano a una conferenza o a un aggiornamento di tipo frontale, in genere, si definiscono in rapporto al lavoro o all’ambiente in cui vivono ma raramente condividono con gli altri partecipanti e con i docenti interessi, situazione famigliare, storie di vita, aspirazioni, sogni nel cassetto, interessi del tempo libero….Spesso lo stesso nome è “dimenticato” in questo tipo di formazioni. In un percorso formativo risulta invece molto efficace introdurre, fin dall’inizio, elementi di conoscenza che vadano più in profondità e diano informazioni sulla persona, magari a partire dal perché siamo lì, dalle proprie competenze, aspirazioni, dalle cose curiose di sé. L’obiettivo è abbattere le barriere tra le persone e acquisire capacità d’interazione con gli altri sia in modo formale sia informale.


Contratto formativo

Quando il gruppo è coeso, si è instaurato un clima rassicurante, di fiducia, quando si percepisce dentro di sé che ci si può abbandonare al percorso formativo, solo in questa fase, si può procedere al contratto. Il contratto formativo, come qualunque altro tipo di contratto, consiste nell’assunzione di impegni a partire dall’esplicitazione e dalla eventuale mediazione tra due proposte: le aspettative esplicitate dai partecipanti e gli obiettivi formativi definiti dal/i conduttore/i.
Il richiamo al contratto consente, durante l’intero percorso, di poter avere dei punti di riferimento chiari sia per le verifiche in itinere o finali, sia per il rispetto delle regole di comportamento definite dal gruppo.


Ce que j’ai appris sur moi, comme professeur

* maintenir mon propre contrôle, garder en permanence le choix ma réaction;
* ne pas chercher à gagner sur l’autre, mais avec lui et être capable de perdre, si cela est nécessaire ;
* ne pas lutter pour la règle, mais pour les valeurs qu’elle assure ;
* avoir la perception et la connaissance de mon propre cadre de références culturelles et éducatives, les dimensions qui le composent et le structurent ;
* être capable de me décentrer de ce cadre, de percevoir celui de l’autre, ses croyances, ses valeurs, ses présuppositions et la perception de sa réalité ;
* accepter que l’autre puisse me voir autrement que ce que je pense être. Il a eu ses expériences passées, il peut me voir comme un italien, un francais de plus, un
ami, un ex-colonisateur. J’accepte cette dépersonnalisation ;
* la capacité de rencontrer l’autre dans son modèle du monde, de négocier et de construire la relation dans un projet commun. Savoir que lui aussi fait une partie de chemin pour me comprendre et nous sommes deux formateurs - formés ;
* la capacité d’associer les contraires: empathie et contrôle, puissance et douceur, exigence et patience.

M.L.tratto da CBAI “en formation”

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