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Europa
di Ugo Perone


Se in una sorta di gioco di società si chiedesse a quali delle modalità temporali (passato, presente, futuro) si deve accostare la cultura, le risposte che si otterrebbero varierebbero a seconda dell’orientamento dell’interlocutore, ma prevalentemente si orienterebbero verso il passato o verso il futuro.

Non a caso, anche dal punto di vista linguistico, si parla sovente di cultura in termini di beni culturali, ossia di un possesso, un’eredità, un tesoro, un lascito da gestire. Il tema del passato è qui prevalente ed è allora anche prevalente la dimensione nazionale della cultura, poiché nella storia dei nostri ultimi secoli (pur con differenziazioni notevoli da paese a paese) la cornice nazionale, grandemente aiutata dall’unità linguistica, è stata il luogo in cui la cultura ha esercitato la propria funzione identitaria e in cui ha concentrato l´eredità di un passato piú remoto, di cui ci si è però riappropriati in chiave nazionale.

Ma anche il tema del futuro può essere accostato alla cultura, per la capacità innovativa, creativa che la caratterizza. L´utopia di un tempo nuovo o l´apocalisse della imminente decadenza sono temi non inconsueti all´immaginario artistico. E la dove la cultura si fa critica e non solo critica della quotidianità, vi inerisce un benefico alito di futuro. Ma quand´è cosí la cultura non ha confini; ha certo radicamenti anche locali e talora nazionali, ma non ha confini: parla a ciascuno  e a tutti e in essa prevale la dimensione internazionale.

Ma la cultura, se è tutto questo, è peró anche altro e ha uno specifico e particolare e produttivo legame con il presente. Non intendo qui quel presente che è attimo, istantaneità (che `piuttosto il contesto del piacere e del divertimento), né quel presente che è inerte registrazione di come stanno le cose: Penso al presente come a quell´incrocio – per dirla con Benjamin – pericoloso, tra passato e futuro; quella soglia in cui il passato viene ricapitolato e assunto come nostro e trasferito in scelte, istituzioni, modi di vivere. In questa sogli, che applica all’ora il passato, vi è anche  un´immaginazione di futuro, un progetto, un´anticipazione. Questo presente è del resto il nostro tempo, il tempo misurabile (non troppo breve, né troppo lungo) in cui si distende la nostra esistenza). Ebbene questo presente ha bisogno di una cultura, perché ha bisogno di strutture di senso che ce lo rappresentino, altrimenti scivola via in attimi e non ci resta che il passato (trascorso) o il futuro (inattuale). Se c´è un deficit della cultura questo concerne la sua capacità di rappresentare in modo riflessivo e critico il nostro orizzonte di vita. Ma cosí va perduto proprio ciò che piú di tutto è nostro e al tempo stesso ci fa problema: la caducità del tempo, il fatto che esso è bene che scorre, che passa, che viene meno. Esattamente come la nostra vita.

Il nostro compito dovrebbe diventare quello di dar voce al presente – e di rappresentare lo sforzo di costruire qualcosa che dura e resta nelle ineliminabili condizioni della temporalitá. Questa cultura, di cui vi è bisogno, ha oggi, a mio modo di vedere, relazione con l´Europa. L´Europa è il nostro presente, proprio perché costituisce quell’orizzonte in cui è possibile oggi dar senso alle nostre stesse identità di origini; è quel luogo in cui il passato ha una possibilità di sviluppo.

E´qui allora che vedo un ruolo della cultura e della politica culturale per l´Europa. Non è tanto nella ricerca delle nostre comuni origini passate (che è certo in un incrocio fitto di comunanze: ma appunto complesso e talora contraddittorio; in un incrocio che `fatto sovente di conflitti), ma nella definzioni qui quegli orizzonti di senso condivisi in cui vogliamo giocare la nostra vita non per sempre, ma per i prossimi cinquant’anni.
Il presente è precario, perché deperisce. Diviene facilmente passato: il passato che non fu. Questo è il pericolo dell’Europa, che non può affidarsi all’inerzia delle istituzioni, ma che devo oggi, subito, immediatamente creare già condizioni nuove e comprensibile; rendere possibile un´identità europea che è ciò di cui abbiamo bisogno. La strada non è tanto quella dei vincoli e delle regole, quanto quella dei nuovi diritti. L´Europa vi farà liberi, dobbiamo dire come si disse per le città in epoca comunale: la scoperta di una nuova appartenenza, di una nuova mobilità, di nuovi diritti soprattutto per le giovani generazioni. Di uno spazio più vasto in cui sentirsi a casa propria.

E qui s’innesta il secondo tema. L´Europa costituisce un´affascinante sfida per la cultura, perché in modo eminente contiene un questione che si agita al fondo di molte altri temi. La sfida dell’Europa è coniugare identità e differenza. E questa sfida non avviene in un territorio immenso, che può sfumare, attraverso nuove frontiere, le differenze unificandole in progetti inediti. Questa sfida avviene in un territorio ristretto, vastamente popolato, ricco di storia, molteplice nelle lingue fino alla babele. Come trovarmi a casa propria vivendo da altri; come conseguire un´identità se in fondo, sempre vivo altrove. E come farlo se gettare la mia origine, senza perdere i legami, né la lingua.

La risposta va nella direzione di giocare tutto su un´identità che non si costruisce attraverso la ripetizione di sé, attraverso il semplice e ripetuto radicamento nella propria storia, ma nell’assunzione consapevole (del resto già avvenuta nella storia dell’occidente) del carattere di mosaico di questa, pur reale, identità. L’identità non è il prevalere di un tassello sull’altro, e neppure l’eclettismo che nasce dalla mera sommatoria dei tasselli: l’unità sono le fughe che tengono insieme le diversità. La cultura e una politica culturale sono questo sforzo di mostrare che la differenza – difficile, e talora davvero faticosa - è, prima ancora che la nostra chance, il nostro vero tratto distintivo. Imparare a convivere produttivamente con le differenze è più facile se le differenze non sono vissute anzitutto sul piano della quotidiana, ma appaiono anzitutto come alternative ideali, immagini e progetti culturali. Far venire alla parola la differenza significa non semplicemente ripeterla o affermarla ideologicamente e autisticamente, significa al contrario aprirla al dibattito, alla critica al confronto, farla un elemento della nostra identità (che è, sempre, nel mondo moderno un’identità plurima: cioè composta essa stessa di differenze). L’Europa è questa terra che può insegnare al mondo come gestire le differenze e come fare di ciò una ricchezza.

Ultima brevissima considerazione. L’Europa non è la terra del tramonto, ma il luogo in cui il sole non picchia con i raggi dello zenit, dove il sole conosce anche il riposo della notte, la differenza di luce e buio. Fuor di metafora, l’Europa radica la propria forte identità non su un unico principio ma molti e differenti punti di appoggio. Perciò è potenziale terra della tolleranza, della condivisione del dialogo. Perciò ha interesse a costruire ponti contro le diverse forme di totalitarismo o di integralismo. La vecchia Europa è così giovane da non limitarsi a teologizzare se stessa, in nome forme di integralismo dell’occidente, ed è così giovane da ricercare il dialogo con le altre forme non occidentali di cultura. Non può però integrarle, nella misura in cui esse non hanno compiuto questo lungo cammino di secolarizzazione di sé, che è l’eredità più produttiva dell’Europa.

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