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In classe



La Terza indagine nazionale sulle condizioni di vita e di lavoro degli insegnanti nella scuola italiana, svolta nel 2008 dall’Istituto IARD con il sostegno del Ministero della Pubblica Istruzione e della Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo (a seguito delle precedenti realizzate nel 1990 e nel 1999), si è proposta di approfondire i cambiamenti che hanno contrassegnato le opinioni e le pratiche didattiche dei docenti nell’ultimo decennio.

Basata sull’analisi di un ampio campione di interviste condotte mediante questionari somministrati a docenti delle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado a livello nazionale, l’indagine consente di disporre di dati comparativi relativi al 1990, 1999 e 2008 sulle caratteristiche socio-demografiche degli insegnanti, la formazione iniziale e l’aggiornamento; l’immagine della professione, relativamente al prestigio, al riconoscimento sociale e alla soddisfazione per i diversi gradi dell’insegnamento; la pratica didattica e la valutazione dell’apprendimento; il rapporto tra scuola e società, le relazioni con le famiglie, gli studenti e il dirigente scolastico.

Le analisi presentate nel volume forniscono, quindi, un ampio insieme di informazioni sulle modalità di funzionamento della scuola italiana oggi e, soprattutto, sui vissuti dei suoi insegnanti, le figure centrali da studiare per capire come si stiano affrontando i cambiamenti interni al sistema scolastico, ma anche i forti mutamenti sociali e soprattutto i cambiamenti nel rapporto tra insegnanti e genitori e, più diffusamente, sulle difficoltà comunicative e relazionali che incontrano gli insegnanti stessi nel rapporto con gli studenti, una popolazione che negli anni ha profondamente mutato alcuni suoi tratti.

In particolare, i giovani oggi appaiono fortemente orientati al presente, attenti ai contesti affettivi; nelle classi aumenta la presenza di allievi provenienti da famiglie immigrate, si diffondono le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che hanno prodotto profondi cambiamenti nel rapporto dei giovani con il sapere, si moltiplicano le agenzie e le occasioni formative, che richiedono alla scuola di ripensare il proprio ruolo, affinché vi sia per il singolo studente una piena valorizzazione di tutte le esperienze a cui accede in contesti di apprendimento formali e informali.

L’indagine mostra inoltre come i media abbiano dedicato negli ultimi anni al tema dell’insegnamento (e più in generale dell’istruzione) spazi inadeguati e soprattutto distorti dal desiderio di spettacolarizzazione. Eventi scolastici scelti per la loro drammaticità o eccentricità hanno riempito ore di trasmissioni, colonne di articoli e pagine di riviste, spostando la discussione dai veri problemi della scuola a situazioni estreme, che nulla hanno a che vedere con il vissuto quotidiano di milioni di studenti, famiglie e insegnanti.

Il volume si articola in tre parti. Nella prima si traccia un profilo degli insegnanti italiani, focalizzandosi sulle loro caratteristiche sociodemografiche, sui percorsi formativi e individuali che hanno portato i soggetti a questo impiego, sui modi in cui essi percepiscono il proprio ruolo e sul rapporto che hanno con la fruizione culturale e con la partecipazione sindacale e associativa. La seconda parte è dedicata ad indagare il lavoro quotidiano nella scuola e i principali nodi che i docenti sono chiamati ad affrontare: la didattica e l’uso dei relativi strumenti, la valutazione degli studenti, i ruoli organizzativi negli istituti scolastici e il rapporto con le famiglie. Nella terza parte del volume sono invece raccolti capitoli che affrontano le tematiche emergenti nelle politiche e nella quotidianità scolastica, pertanto i fattori di mutamento nel lavoro di insegnante: si analizzano quindi le priorità di policy dal punto di vista dei docenti, le conseguenze dell’autonomia e il rapporto con il dirigente scolastico, il nodo della valutazione dell’insegnamento e quello della soddisfazione per i diversi aspetti del lavoro svolto, ma anche la rilevanza crescente della quota di studenti non italiani nella scuola, l’integrazione nella didattica delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, il bullismo e i problemi relazionali degli studenti.

L’identikit del docente italiano resta problematico. Fa parte della classe insegnante più vecchia del continente (alle medie il 70% ha più di 50 anni), con la carriera più accidentata (fino a nove anni per entrare in ruolo) e con stipendi del 10-20% sotto la media. Eppure le fila degli insegnanti del Bel Paese sono tutt’altro che demoralizzate.

Anzi, secondo lo studio, gli insegnanti sono molto più felici rispetto a 10 anni fa. La quota di chi “sceglierebbe di nuovo la professione insegnante” è cresciuta di 9-10 punti percentuali in ogni ordine di scuola, fino a coinvolgere l’84% degli intervistati nella scuola primaria. Viceversa quanti sognano una fuga verso un altro mestiere sono calati nella stessa misura.

Viene da chiedersi cosa ispiri tanto ottimismo, se sia successo qualcosa di particolarmente incoraggiante. La risposta è no, la scuola non è migliorata. Ma, forse, è peggiorato tutto il resto e, a confronto, il microclima che si respira in classe è senz’altro più positivo.
Il lato umano, infatti, è l’aspetto che più di tutti conquista il cuore dei docenti: il 63% afferma che “poter lavorare con i giovani” è la motivazione che, più di tutto, li spinge a scegliere questa professione.
E anche il rapporto con i colleghi e i dirigenti è generalmente soddisfacente.

C’è di più. Insegnare è, innanzitutto, una “vocazione”. Dieci anni fa sembrava affermarsi sempre di più il moderno auto-ritratto dei “professionisti”, mentre oggi riemerge la “funzione sociale”.
L’impegno di chi fa scuola cresce: ormai la metà degli intervistati si ferma in istituto molto più a lungo di quanto previsto dall’orario delle lezioni.

Eppure la stessa autovalutazione dei professori non è propriamente indulgente. Sanno di essere stati reclutati con criteri lontani dal puro merito, si sentono competenti nelle proprie materie ma mal preparati a insegnarle: 9 maestri su 10, per esempio, non hanno mai seguito un corso di specializzazione.
Confessano anche qualche pigrizia nell’autoformazione: benché vi siano, in questa categoria, più lettori della media, anche rispetto ad altre professioni “intellettuali”, un professore delle superiori su cinque non ama i libri, i professori delle medie meno di tutti (il 44% ne legge meno di 3 l’anno). Però molti si sforzano di tenersi al passo, soprattutto per quanto riguarda la sfera telematica. Nove intervistati su dieci hanno la connessione ad internet, anche se se ne servono ancora poco. Il computer si utilizza soprattutto per preparare il materiale didattico, ma non tanto per fare lezione. In classe, infatti, la lezione frontale continua a regnare sovrana.

Abbiamo voluto parlare dell’ultima indagine IARD, perché siamo convinti che per uno studente l’incontro con l’istruzione non sia mai l’incontro con la scuola “Tale” o “Tal Altra”, ma l’incontro con uno o più insegnanti, con la loro capacità di comunicare, di costruire relazione educativa, di proporre i contenuti della conoscenza disciplinare, di accompagnare il processo dell’apprendimento. In classe, soprattutto alle superiori, i ragazzi “studiano” i loro insegnanti e ne avvertono la cultura, la preparazione disciplinare, ma soprattutto le doti umane, la capacità di stare in dialogo con il mondo che cambia e che richiede personalità sempre più forti, formate, capaci di adattarsi, essere creative, progettuali e concrete.

La classe è per molti giovani un luogo privilegiato di appartenenza, comunicazione fra pari, luogo di aggregazione prima che di istruzione.
La classe è quindi un piccolo laboratorio in cui si cresce nella propria capacità di essere cittadini, di convivere con gli altri, di relazionarsi con le diversità di genere, di età, di provenienza culturale. La classe è un laboratorio di cittadinanza, di una cittadinanza plurale e planetaria, reso oggi più facilmente agibile proprio perché sono aumentate le differenze culturali presenti. Una circolare del ministero diceva già molti anni fa che l’educazione interculturale era un obiettivo “anche in assenza di allievi stranieri”!

Avere in classe allievi che a casa parlano un’altra lingua è sicuramente una sfida per gli insegnanti che li fa misurare con la loro capacità di comunicare contenuti disciplinari, ma è anche un’avventura sul piano della relazione umana. A chi condivide da tempo questa esperienza possiamo lasciar raccontare quanto la fatica del far lezione in modo diverso dal tradizionale sia stata sempre compensata dai mille spunti offerti dalla presenza degli allievi non madrelingua. Ai compagni di classe possiamo far raccontare quanto hanno appreso dalle parole e dai comportamenti dei loro nuovi compagni, spesso assai piu capaci di loro di “affaticarsi” attorno allo studio, di reggere le frustrazioni, di raccontare storie di vita vissuta dense e profonde. Chi ha sentito un compagno di classe raccontare la fuga da una città in guerra, o l’esperienza del coprifuoco, o la vita di famiglia dall’altra parte del mondo sicuramente si è arricchito ed è stato trasformato nella sua capacità di pensare alla dimensione del mondo, che non è piu solo quella della sua città o del suo paese. Sicuramente, se gli insegnanti si confrontano sulle difficoltà di apprendimento degli allievi non madrelingua e riflettono sull’esigenza di una didattica inclusiva, renderanno alla scuola italiana un grande servizio, perché essa imparerà ad essere servizio e diritto rispettato per tutti coloro che – nati ovunque – fanno più fatica ad imparare!

Se fare scuola non solo per trasmettere conoscenze disciplinari vuol dire valorizzare il proprio ruolo di accompagnatori, facilitatori e promotori di percorsi di cittadinanza dei propri allievi – cioè consentire loro di acquisire gli strumenti per vivere consapevolmente nel nostro mondo sapendo da dove si viene e dove si va, avendo strumenti per lavorare, progettare costruire il futuro individuale collettivo – allora le dinamiche che si instaurano e la programmazione acquisiscono un ruolo strategico. Fare scuola vuol dire allora consentire agli studenti esperienze di apprendimento che tocchino la loro testa, ma anche le mani e il cuore. Acquisiscono pertanto importanza viaggi di istruzione, scambi scolastici, e-twinning, esperienze di territorio: la scuola diventa laboratorio.

Questo presuppone la volontà condivisa e complice del Consiglio di Classe – o almeno di gran parte dei suoi componenti – e vuol dire definire con gli studenti e con le loro famiglie un patto formativo dove gli obiettivi educativi vengano esplicitati e poi si lavori con grande coerenza e intensità.

Nella sezione dedicata ai casi, portiamo, quali esempi, alcune esperienze di volontà condivisa (caso di S. e caso di K.).

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