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Ricongiungimento familiare:

La famiglia ri-trovata degli adolescenti

di Roberta Ricucci


All’interno delle scuole secondarie, la maggioranza degli allievi stranieri è ancora formata da coloro che sono nati all’estero e hanno raggiunto la famiglia (o parte di essa) ad un certo punto del loro percorso di crescita. Di chi arriva prima dell’inizio della scuola dell’obbligo si tratterà in una specifica sezione, mentre qui ci si occupa di coloro che Rumbaut (1994) definisce come generazione 1.5 e generazione 1.25, ossia dei pre-adolescenti e degli adolescenti. Sono loro ad essere stati sinora i protagonisti di molte ricerche e studi, impropriamente dedicati alle seconde generazioni, ma di fatto riguardanti ragazzi e ragazze “nati altrove”. Sono loro che negli anni hanno irrobustito i numeri degli allievi con cittadinanza non italiana, in particolare nelle scuole secondarie di secondo grado. Di essi e delle difficoltà di inserimento scolastico, dei bisogni di sostegno linguistico, della necessità di recuperare le nozioni già acquisite nella lingua madre, dell’essere la rappresentazione reale, nella loro storia di tutti i giorni, dello slogan “allievi in classe, stranieri in città”, si è scritto molto. Invece, su come le relazioni familiari ri-trovate e ri-definite condizionino tali processi si è riflettuto più raramente (11) .
Questi ragazzi vivono, all’interno della dura esperienza migratoria, una parabola personale discendente. Infatti essi conoscono l’agio dato dalle rimesse, il benessere e il relativo privilegio che l’avere un genitore all’estero comporta. Come ricordano le madri peruviane e filippine, i figli in patria vivono da benestanti, poiché attraverso il denaro inviato possono accedere alle scuole migliori (spesso private), acquistare beni di consumo di lusso (o all’ultima moda, secondo le griffes del consumo globale), vivere in abitazioni confortevoli (talora anche curate da collaboratrici domestiche). Tutto questo rappresenta l’illusione del successo del progetto migratorio. Illusione, perché il ricongiungimento diviene il momento dello svelarsi della reale condizione socio-economica della famiglia. Il viaggio dei giovani protagonisti, non sempre sperato, si traduce in una disillusione.
Il racconto del successo dei genitori, del benessere, dell’inserimento occupazionale è così “svelato” nella sua dura realtà. Le abitazioni si traducono in appartamenti modesti (quando non in situazioni di coabitazione con altri nuclei familiari). La disponibilità di denaro per i consumi si riduce drasticamente. Le professioni svolte dai padri e dalle madri sono quelle dequalificate, poco pagate, talora pericolose e penalizzate socialmente. E questa è la cornice entro cui si svolge l’incontro, ovvero va in scena il ri-trovarsi di genitori e figli dopo periodi, più o meno brevi. Avviene il primo trauma. Diventano figli di immigrati, diventano quei figli d’altrove nei cui confronti la società manifesta ansie di assimilazione e che riconosce solo con le categorie con cui ha imparato a gestire, nel proprio immaginario, le generazioni dei padri e delle madri: operai dell’edilizia, sottoproletariato agricolo, badanti, raramente personale specializzato, impiegati e imprenditori nel settore del commercio al dettaglio o della ristorazione. Uno shock che talora genitori cercano di attutire non negando ai figli quei beni di cui in patria avevano goduto e che potrebbero in Italia differenziarli dai coetanei italiani: è il ricorso al brand, alla marca, come sinonimo di status economico. Ma nel far questo emerge come non sia possibile attraverso regali colmare la distanza che separa genitori e figli. Frontiere geografiche che, in effetti, hanno eretto barriere difficili da abbattere fra le due generazioni. Sono quelle di un’autorità genitoriale non più riconosciuta o fortemente rimessa in discussione. Nel tempo l’immagine dei genitori si è sbiadita ed è stata sostituita da quella dei nonni e/o da altri parenti che ne hanno assunto il ruolo e l’autorità. Inoltre, quale autorevolezza può essere riconosciuta ad un genitore che agli occhi dei figli ha la colpa di averli sradicati, costretti a re-inventarsi in un nuovo contesto e a ridefinire abitudini e stile di vita? Il ritrovarsi rappresenta un’esperienza dai contorni complessi, che mette in discussione relazioni di autorità, processi di riconoscimento, ruoli all’interno della famiglia, sia essa monogenitoriale o completa.
Tale complessità si amplifica nell’incontro con l’esterno, con la società. È in questo incontro che si colloca il secondo trauma che questi ragazzi hanno nel breve periodo: da figli di immigrati diventano figli di stranieri. Può sembrare un passaggio scontato, ma così non è nella vita e nell’esperienza di adolescenti che aggiungono al declassamento sociale anche un’immagine negativa, una percezione stereotipata della loro presenza. A scuola e nel gruppo dei pari sono in primis peruviani, rumeni, albanesi, egiziani e solo successivamente ragazzi, studenti, appassionati di musica o di calcio.

Fig. 1 – Traiettoria delle biografie dei ragazzi stranieri ricongiunti ai genitori

tabella1
Legenda: A = assimilazione; I = integrazione; M = marginalità; IE = Identificazione etnica.


In questo immaginario sono le avanguardie del processo di sostituzione che conoscerà il mercato del lavoro: le madri lasceranno il posto di badante alle loro giovani figlie, da poco ricongiunte, e i padri saranno sostituiti nei lavori più pesanti e dequalificati dai figli, per questo studenti degli istituti professionali o dei corsi di formazione professionale. Questo è però l’immaginario degli altri, degli italiani. Perché fra i figli dell’immigrazione, a cui è toccata la sorte, per forza e non per scelta, per amore (dei genitori) e non per desiderio (proprio), le reazioni possono essere diverse. Si può decidere di mimetizzarsi, di mettersi dalla parte dei più forti (o della maggioranza) e quindi di “farsi passare per italiani”, abbandonando e occultando l’impatto delle “3 A” (ascendenza, aspetto e accento). Certo in alcuni casi è più facile rispetto ad altri. Taluni possono invece decidere di esasperare le specificità della provenienza, quasi in un atteggiamento di sfida nei confronti dei genitori e della società in generale. Sono coloro che cercano nell’identificazione etnica un rifugio e un conforto per poter reagire e inter-agire con il nuovo contesto di vita. Vi sono poi coloro che finiscono ai margini, incapaci di relazionarsi, da un lato, con la famiglia ritrovata e dall’altra con i nuovi coetanei. Ultima possibilità è quella, superato lo shock iniziale, di trovare nelle nuove relazioni forza e fiducia per massimizzare gli effetti di un percorso migratorio in Italia e di un bagaglio di conoscenze – soprattutto linguistiche – precedenti. Quali gli effetti in termini di relazioni con la famiglia e quindi quali le attenzioni necessarie da parte della scuola? Lo schema seguente cerca di suggerire dei sintomi: va considerato come un esercizio e uno spunto di riflessione per insegnanti e formatori, a cui è affidato il compito di leggere oltre gli oggettivi risultati di una prova scritta o di un colloquio, ovvero di rispondere alla sfida educativa.


tabella2

Nella scelta di una strategia le variabili che intervengono sono diverse. Non si tratta solo di una partita che si gioca sul terreno della scena domestica. Se la famiglia ne è il palcoscenico, gli attori protagonisti non sono solo genitori e figli. Vi sono ad esempio le politiche di inclusione che la società di immigrazione definisce e le modalità di traduzione di esse in programmi e azioni concrete a livello locale. Vi sono poi i media e le loro presentazioni (e costruzioni) dei figli dell’immigrazione nell’opinione pubblica. E infine, le comunità etniche. Allo stesso tempo, come già rilevato, supporto e zavorra dei giovani. Sostegno per coloro che si sentono più deboli, smarriti, disorientati e che nella risorsa etnica trovano non solo rifugio ma anche il senso della migrazione vissuta. Peso perché rischiano di perpetrare l’immagine di un paese che nel tempo si trasforma e cambia oltre a richiedere loro di essere i fedeli custodi di norme e valori che, di fatto, ogni processo migratorio rimette in discussione.
Si delinea un quadro articolato, del quale gli insegnanti devono essere consapevoli e attrezzati per decodificarlo, poiché frequentato da adolescenti che si trovano a vivere il difficile passaggio di un cambiamento traumatico e radicale su tutti i piani di vita (familiare, scolastico, amicale, relazionale-affettivo). È da considerarsi come un elemento, che richiederebbe di essere riconosciuto e individuato. D’altra parte è un bisogno a cui la scuola, per la sua struttura e le sue risorse, non sarebbe ad oggi in grado di rispondere.
Di fronte a loro, i genitori. Impegnati nel difficile compito di recuperare un rapporto e di costruire per i propri figli percorsi di mobilità sociale ascendente. Ne discende l’investimento in istruzione, la scelta – in prima battuta – di percorsi scolastici di alto profilo, senza valutarne l’effettiva adattabilità ai figli o i desiderata degli stessi. Ecco che ne consegue un mismatch fra scelta della scuola e successo, che si trasforma in un fallimento e in un impatto negativo con la realtà italiana per la figlia/o ricongiunto. È questa però solo una parte della storia. L’altra è scritta da quelle famiglie, meno dotate sul versante del capitale culturale e dei legami sociali, che chiedono ai figli di essere un valido (e precoce) aiuto nell’economia familiare. In questo caso il percorso di inserimento avviene nei corsi di formazione professionale, sul lavoro, avvicinando le biografie di questi ragazzi a quelle dei genitori.


(11) Si citano a questo proposito Balsamo, 2005; Gozzoli e Regaglia, 2005, Decimo, 2006.

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