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Ricongiungimento familiare - punto di vista

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Il punto di vista dell’insegnante – Ricongiungimento familiare


Il ricongiungimento è un momento particolarmente delicato nella vita di una famiglia, e spesso avviene dopo lunghi anni di lontananza, durante i quali, talvolta, non è stato adirittura possibile mantenere viva la relazione familiare con contatti e scambi significativi.
L’ambiente di provenienza in cui viveva la famiglia, il microcosmo sociale in cui la figlia/o ha vissuto dopo la partenza dei/l genitori/e, e l’eventuale dissoluzione del legame coniugale a causa della lontananza, sono solo alcuni fra gli elementi di cui tener conto nel momento dell’inserimento.
Per gli adolescenti, abbandonare l’ambiente sociale in cui vivono è una frattura che lascia il segno: si tratta della fase della vita in cui, in modo indipendente dalla famiglia, si costruiscono un tessuto sociale di amicizie, relazioni amorose e di gruppo dei pari. Abbandonare questa rete di contatti, per ricostruire, chissà dove e chissà con chi, una nuova rete di relazioni è un trauma. Innanzitutto perché la decisione non è presa dai ragazzi ma dagli adulti, anche se spesso la scelta per i genitori è anche dettata dall’idea di poter offrire proprio ai figli migliori opportunità di studio e lavoro. Comunque l’allontanamento dal proprio ambiente è quasi sempre vissuto come un’imposizione.

In secondo luogo perché, in molti casi, si tratta di un ricongiungimento con il/i genitori emigrati da molti anni: nel frattempo i figli hanno dovuto ricostruirsi una relazione familiare con il genitore rimasto o con gli altri familiari a cui sono stati affidati. Il genitore/i genitori emigrati hanno lasciato un bambino, legato da un rapporto di dipendenza affettiva e sociale, che però negli anni della lontananza si è trasformato in un adolescente scontroso con difficoltà a relazionarsi con il mondo adulto, che sta elaborando un progetto di vita indipendente dalla propria famiglia di origine, con cui si scontra per le ovvie diversità di veduta in occasioni di scelte. La lontananza durante gli anni di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, ovviamente, ha reso più difficile la confidenza e il confronto. Non solo: la permanenza in un’altra cultura ha sicuramente mutato l’atteggiamento del genitore verso i suoi figli, a volte perchè si è adattato a nuovi modelli sociali di famiglia, a volte perchè ha accentuato i comportamenti tradizionali per affermare la propria identità culturale in una realtà da cui si sente rifiutato o emarginato.
Spesso la lontananza fra i coniugi ha portato alla dissoluzione del legame di coppia e i genitori hanno instaurato relazioni con nuovi partner. Se è difficile per i figli sopportare il divorzio dei genitori e l’eventuale inserimento di nuove figure genitoriali, lo è molto di più se i genitori sono a migliaia di chilometri di distanza, fattore questo che rende la comunicazione e la possibilità di incontro faccia a faccia complesso e costoso. Il ricongiungersi con il genitore emigrato è vissuto allora in modo doppiamente traumatico, perché vuol dire troncare col genitore rimasto e dover imparare a conoscere e relazionarsi con uno sconosciuto.

La lontananza e il contatto con una diversa cultura hanno modificato comunque la relazione di coppia: in alcune società il padre ricopre spesso un ruolo di autorità, e la madre quello affettivo. Quando sono le donne a migrare per prime, (ad esempio ci sono per loro più possibilità di trovare lavoro nell’ambito socio-assistenziale), queste hanno modificato la percezione di se stesse, valorizzando le proprie capacità di indipendenza e autosufficienza economica, anche perché inserite in un ambiente in cui sono offerte più opportunità rispetto al paese d’origine. Non sempre questo cambiamento viene accettato dal marito, e in molti casi porta alla ricerca di nuovi partner, spesso italiani, anche prima che il ricongiungimento possa avvenire. La figlia/o allora si trova a ricostruire un rapporto non solo con una madre diversa da quella che ricordava, ma anche con nuove figure.

Se è il padre ad essere arrivato prima, il ricongiungimento con la moglie e i figli è l’occasione per riaffermare il suo ruolo di capofamiglia, accentuato dal fatto che spesso è l’unico intermediario e mediatore linguistico con la nuova realtà sociale. Quando le differenze linguistiche e culturali sono molto forti, le famiglie ricostruiscono la loro società d’origine ripristinando il modo di vita originario, socializzando quasi esclusivamente con connazionali, usando l’italiano solo a scuola e sul lavoro (e non sempre) e usando mezzi di comunicazione (telefonia, mass media, network….) in lingua madre.

Esempi possono essere le famiglie magrebine in cui spesso le madri non apprendono la lingua italiana, e le ragazze e le giovani donne, che nel paese d’origine non avrebbero portato il velo, se non in qualche occasione, in Italia lo utilizzano come affermazione della propria identità. Altro esempio è la comunità cinese, i cui membri tendono a riunirsi in zone specifiche e a lavorare insieme. Gli immigrati adulti imparano il poco italiano che serve per il lavoro, e a volte addirittura capita che ottengano la cittadinanza italiana, pur avendo scarse conoscenze della lingua, ma, come per molte famiglie maghrebine, dipendano dai figli più scolarizzati (anche se in Italia da meno tempo) per rapportarsi con la burocrazia e i servizi.

In genere i genitori considerano il ricongiungimento con i figli come una cosa naturale, la realizzazione di un progetto da lungo tempo rincorso e pensano che nulla andrà storto. Difficilmente genitori e figli hanno la percezione di quanto sono cambiati, non solo a causa del tempo che passa, ma anche perché sono vissuti in ambienti sociali e culturali diversi. Il genitore spesso pensa di ricominciare il rapporto come se nulla fosse successo nel periodo di lontananza. Anche quando il matrimonio non si è spezzato, il/la ragazzo/a vive con fatica il doversi adattare a persone che hanno di lei/lui una percezione falsata dalla lontananza oltre che dal fatto che la permanenza in Italia ha modificato la loro concezione di rapporti familiari, avvicinandola ad altri modelli oppure, per reazione, li ha portati a idealizzare i ruoli che rivestivano nella cultura d’origine, enfatizzandoli e rendendoli più rigidi.

Il genitore, pensando alla scuola del/la figlio/a adolescente, compie per lei/lui delle scelte: non ha ben chiaro quali sono i progetti di vita del/la figlia/o, le sue aspirazioni, le sue competenze, mentre ha ben chiaro un progetto di vita di successo per la figlia/o in un ambiente italiano, in cui la/il ragazza/o non saprebbe orientarsi.
Nella maggior parte dei casi, la scelta della scuola è quindi fatta prima che la/il ragazza/o arrivi in Italia o che comunque sia in grado di comprendere come funziona l’ambiente scolastico in Italia, sia perché non capisce la lingua sia perché non conosce il nuovo paese in cui si trova a vivere. La scelta, vissuta dal genitore come importante passo per l’integrazione, viene vissuta dal figlio come un’imposizione, un “non ascolto” dei suoi bisogni e dei suoi desideri.

Nello stesso momento in cui la/il ragazzo si trova ad affrontare, volente o nolente, il pianeta scuola e le relazioni con coetanei “stranieri”, deve anche incominciare a ricostruire una comunicazione con dei genitori che percepisce come estranei e impositivi nei suoi confronti. I genitori si preoccupano che lei/lui non vada bene a scuola, la figlia/o pensa dovrebbero preoccuparsi di capirla/o e accettarla/o così com’è.
Accade spesso che i ragazzi si ricongiungano con la propria famiglia d’origine durante la loro pre-adolescenza e/o adolescenza, ossia in quel delicatissimo momento dell’esistenza in cui si delinea e si rafforza la personalità di ciascuno di noi. A dubbi, incertezze, insicurezze proprie di questa età della vita si sommano il disorientamento e le difficoltà che accompagnano il trasferimento in un paese straniero, per di più all’interno di una famiglia divenuta anch’essa, a causa della lontananza prolungata, straniera. La nostra esperienza ci consente di individuare risposte diverse dei ragazzi di fronte alla loro nuova realtà: se, da una parte, vi sono sicuramente ragazzi e ragazze che riescono a inserirsi nella società italiana senza troppi problemi - magari grazie all’appoggio di amici, parenti, insegnanti, associazioni varie – e si fanno autori e protagonisti di un autonomo progetto di vita; dall’altra, molti adolescenti stranieri vivono con molta difficoltà questo cambiamento radicale della loro esistenza. In questo caso, abbiamo riscontrato due atteggiamenti fra loro opposti ma analogamente indici di un disagio profondo. Il primo atteggiamento è quello di quelle ragazze e ragazzi stranieri che rifiutano qualsivoglia forma di integrazione o, meglio, scelgono di vivere quell’angolo della società italiana occupato da frange integraliste delle varie comunità nazionali, alimentando così anche il fenomeno delle bande giovanili. Il secondo atteggiamento consiste nell’omologazione al modello “televisivo” di adolescente italiano, ovvero modaiolo, superficiale, un po’ volgare e menefreghista, nella speranza che nessuno si accorga della loro vera nazionalità: ovviamente si tratta di una forma di travestimento che non cancella il malessere e le incertezze ma, apparentemente, esso permette di affrontare con maggiore coraggio i nuovi compagni e gli insegnanti. Questo tentativo di cancellare la propria identità nazionale, fra l’altro, rivela la sua vanità non appena si attacca e/o si loda lo stato di provenienza del/la ragazza/o, pronto in questi casi a difendere e/o esaltare la propria patria.

Un esempio è la vicenda di A., di origine romena: A. ha raggiunto la famiglia a Torino a 13 anni e si è subito impegnato molto negli studi, raggiungendo una buona competenza della lingua italiana, di cui è giustamente fiero. A., inoltre, dimostra intelligenza, maturità e senso di responsabilità piuttosto elevati e, comunque, maggiori rispetto ai compagni italiani: nondimeno, pur di essere accettato dalle classi in cui si è successivamente trovato nel suo corso di studio (ora frequenta la quarta dell’istituto professionale alberghiero), il ragazzo tende ad assumere comportamenti piuttosto infantili e immaturi. A., inoltre, rifiuta di parlare della propria esperienza migratoria che per lui è sicuramente un problema non risolto e, tuttavia, la sua possibile risoluzione gli sembra essere troppo “gravosa” e destabilizzante…

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