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Stranieri a casa e a scuola

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Gli adolescenti “stranieri a casa e a scuola”?
Intervista al prof. Gustavo Pietropolli Charmet

Incontro promosso dall’associazione Il Nostro Pianeta
nel contesto del progetto “Orientamento e successo formativo”
in collaborazione con Arcipelago onlus

Martedì 24 marzo 2009

Prof. Charmet chi sono i ragazzi stranieri?
Uno dei libri che è andato per la maggiore negli ultimi10 anni è “Non lo riconosco più” che parla proprio di come l’adolescente sia diventato “straniero”. Si sta riscontrando una volontà precisa degli adolescenti che sempre più precocemente, decidono di parlare addirittura una lingua diversa dalla lingua madre, come se il loro processo di separazione dalla madre avvenisse proprio a livello linguistico; la lingua madre, che è presente nella mente del bambino, viene sostituita da uno slang generazionale che è adatto per una specie di lingua segreta nei caratteri, nei neologismi di semplificazione che  servono sia per la scrittura elettronica ma anche per la comunicazione verbale e non è facilmente comprensibile a chi non è abituato e anzi obbliga gli educatori ad uno  sforzo perenne di aggiornamento per indovinare il significato dei nuovi modi di gestire il tempo, l’apprendimento, i valori, la corporeità, l’amore, la passione, il futuro, ecc..
Resta il fatto che ci sono ragazzi stranieri che lo sono proprio per statuto perchè vengono da molto lontano oppure sono nati da una famiglia che non è italiana  la quale ha già compiuto un percorso verso l’integrazione, ragazzi che sono già nati in Italia, ma che appartengono ad un etnia diversa da quella italiana e quindi hanno problemi di integrazione. Agli stranieri culturali si aggiungono quindi gli stranieri delle diverse etnie.
I ragazzi inseriscono nei loro comportamenti, nella loro vita relazionale, nella loro vita di gruppo, nell’attualità di relazione che hanno con le regole, con l’autorità, col futuro,  col corpo, con la coppia… tutta una serie di novità generazionali che li portano a diventare stranieri in famiglia e a scuola. L’accelerazione del processo di cambiamento con i quali i ragazzi interpretano il percorso adolescenziale è una cosa che colpisce moltissimo.

Quando si lavora con gli adolescenti stranieri o quando si prepara un progetto rivolto a loro dovremmo rivolgerci all’adolescente in quanto tale o porre l’accento sul fatto che è straniero?
Proprio guardando questi dispositivi presentati oggi mi sono chiesto: si pone il problema di farsi carico prevalentemente dell’appartenenza etnica o dell’età? Cioè, la specificità è avere 14 anni o essere di provenienza filippina, cinese, tunisina o romena? Presumo ci si occupi di tutte e due le dimensioni, cioè essere adolescente e straniero, ma forse bisognerebbe avere in mente che come interlocutore non abbiamo tanto il cinese ma un 15enne che, tra l’altro, è cinese! Questo mi sembra diverso dal pensare di avere come interlocutore un cinese, con la sua mamma cinese, il suo papà cinese, le tradizioni e l’alimentazione cinese che, per caso, ha 15 anni! È chiaro che l’integrazione tra le due dimensioni dovrebbe essere quella che viene presa in considerazione! Nella fondazione di un servizio, ad esempio nell’organizzazione dei servizi per gli adolescenti l’accento è caduto sull’età, non sulla psicopatologia (sono stati anche istituiti dei servizi di consultazione specifici, purtroppo) ma è prevalentemente diffusa la convinzione che se si fanno servizi per adolescenti quei servizi vanno fatti perchè hanno quell’età! All’interno di quei contenitori culturali, sanitari ecc… ci finiscono i ragazzi che possono esprimere il loro dolore, che lo sperimentano nei modi più diversi per esempio drogandosi, rubando, non mangiando, ecc… ma perché lo fanno? perchè hanno 14 anni!

Quale ruolo hanno i gruppi per i ragazzi italiani e stranieri? L’amicizia è un elemento importante come per tutti?
La gruppalità giovanile ha dei confini precisi. É possibile varcare questi confini per un ragazzo straniero? Entrare a far parte, sentire di far parte della mente del gruppo che si incontra per organizzare il tempo libero, lo sport, la quantità di rischi che è inevitabile correre per poter crescere? Non conosco quasi per nulla le aspettative dei ragazzi stranieri rispetto alla loro esperienza gruppale, cos’hanno in mente quando pensano al gruppo dei coetanei, mentre penso di conoscere abbastanza quello che in questo momento circola come mito affettivo condiviso nella gruppalità giovanile italiana. Non usano più il gruppo come un tempo come uno strumento per realizzare, bonificare e legittimare il processo di fondazione di un sapere e di una serie di valori sovversivi rispetto ai valori della famiglia, alle regole della famiglia, alle norme del padre, alle aspettative della madre. Rispetto alla famiglia i ragazzi italiani usano il gruppo per sottoscrivere la relazione tendenzialmente pacifica che hanno con la loro famiglia. Questa è una società di mutuo soccorso che ti fa sentire buono anche se scontenti la mamma, perchè lo fai in nome dell’amore per i nuovi valori condivisi con i coetanei con i quali hai fatto amicizia e che prevede che non si fa come dice la mamma ma si fa come dice il gruppo.
In questo momento la qualità della relazione fra il gruppo e la famiglia prevede che il gruppo non venga rappresentato né dalla famiglia né dai ragazzi come una alternativa sovversiva rispetto alle tradizioni familiari: è un gruppo che prepara alla co-residenza lunga e che l’avalla. Tutte le ricerche che sono state effettuate non solo sulla gruppalità giovanile ma anche sulla qualità della relazione che attualmente i ragazzi hanno con i genitori, mette in luce che la famiglia è in cima all’hit parade delle preferenze affettive; la famiglia sarà il contenitore all’interno del quale verosimilmente si dovrà rimanere ancora per una trentina d’anni visto che il 65% dei giovani maschi italiani a 33-35 anni vive ancora con la mamma. Il gruppo viene spessissimo familiarizzato, diventa una compagine della famiglia, diventa esso stesso famiglia.

La famiglia è quindi centrale nella vita e nell’esperienza dei giovani italiani, ma i ragazzi stranieri condividono la prospettiva di una lunga co-residenza con la famiglia?
Probabilmente il viaggio migratorio, l’inevitabile conflittualità e doppia identità dei giovani stranieri che sono nati da genitori che si sono trasferiti e che a loro volta hanno fatto il loro viaggio migratorio e spesso hanno iniziato qualche processo di integrazione in Italia, crea prospettive diverse.
Tornando al discorso dei gruppi mi risulta difficile poter ipotizzare che possano pensare ad un gruppo come un’istituzione parallela alla famiglia, visto che dalla famiglia sono fuoriusciti “sostenuti” molto precocemente, nel senso di incoraggiati dalla famiglia a organizzare il loro viaggio migratorio più o meno tutelato e protetto, a volte anche da soli  per sostenere economicamente la famiglia. Su questo credo valga la pena fare una riflessione, quando si parla di  processi di integrazione.

Il rapporto di coppia ha lo stesso valore dei gruppi per gli adolescenti italiani e stranieri?
Il gruppo originariamente era il luogo, il tempo, lo spazio in cui si formavano le coppie, ma la risposta oggi dipende dalle etnie, valori di riferimento, dimensione del sacro e da tantissime cose, ma una base di partenza potrebbe essere quella di definire bene in questo momento qual è il riferimento alla gruppalità rispetto alla coppia sapendo che in questo momento i ragazzi preferiscono il gruppo alla coppia e pensano che sia compatibile la vita di gruppo in coppia, tanto è vero che creano il gruppo delle coppie per avere tutte e due le istituzioni copresenti e non esser costretti a decidere di fare “sacrifici umani” per garantire la loro appartenenza e devozione al gruppo oppure al loro amore di coppia…
Il contratto tra maschile e femminile è ampiamente all’ordine del giorno all’interno del gruppo. È il gruppo stesso che sancisce il giusto e l’ingiusto rispetto alla vita di coppia e che ha portato, secondo la mia esperienza, importantissimi cambiamenti nel rapporto tra maschile e femminile. Il gruppo assiste alla fondazione e al disfacimento delle coppie interne al gruppo stesso stabilendo ogni volta chi ha ragione e chi ha torto, se i tempi erano maturi ecc ecc … ma lo fa in base a un regolamento ignoto agli adulti per tanti motivi, perchè la qualità, il galateo della vita di coppia è radicalmente cambiato, ma fortemente approvato dal gruppo che sostiene che i membri di una coppia debbano essere ampiamente autonomi e che la passione amorosa è una malattia dalla quale ci si aspetta che i membri del gruppo guariscano al più presto per ritornare “sani”. Ora questa prospettiva è condivisa dai ragazzi stranieri? Alla fine noi sappiamo che nel gruppo viene accolto come una realtà ovvia e scontata un rilevante differimento della prospettiva coniugale e generativa, il gruppo vive di questa certezza e per i prossimi 15 anni non si parla né di matrimonio né di altro …

I ragazzi investono sul futuro e sulla scuola?
Allora, in questo momento il gruppo ha derubato completamente la scuola del suo significato simbolico, i ragazzi italiani non regalano più una cambiale in bianco alla loro scuola! E il gruppo? È il luogo di festeggiamento, della caduta della scuola come idolo e come istituzione dotata di un particolare valore simbolico, finalmente - come dire -  emancipati. La scuola non può più fare paura e il gruppo festeggia in modo più o meno goliardico la liberazione dal dominio etico della scuola e del furto generazionale del suo significato simbolico. I ragazzi stranieri che conosco fanno il contrario: superinvestono di significato simbolico la scuola. Allora qui i ragazzi italiani e stranieri dovrebbero sedersi al tavolo delle trattative e decidere: restituiamo un valore simbolico alla scuola in modo da andare d’accordo oppure consigliamo anche a voi (stranieri) di andare a scuola, vedere di cosa si tratta e non regalare d’amblé, senza neanche averla sperimentata, un significato simbolico? Ma credo sarà difficile convincere i ragazzi stranieri a togliere significato simbolico alla scuola se non altro perchè loro hanno un motivo particolare, cosa che i ragazzi italiani neanche se lo ricordano, per ritenere che la scuola sia un’istituzione deputata a lottare attivamente contro la loro futura disoccupazione e per consentire un passaggio di classe sociale e di inserimento sociale. Il gruppo di italiani è specializzato nel cancellare la dimensione del futuro. Tutti quelli che han studiato la vita mentale dei gruppi in azione sono d’accordo nel fatto di ritenere che il gruppo deve garantire ai ragazzi italiani che il futuro non esiste più, il futuro non esiste più, perchè il futuro è una bugia. Il futuro non è il tempo in cui si realizzerà il desiderio. Questo disinvestimento del futuro è la funzione di eternizzare il presente  che ha il gruppo all’interno del quale la manomissione del futuro individuale o di gruppo è la costruzione di un eterno presente con questa capacità di travestire i giorni in cui rifare l’identico, di azzerare il valore del futuro per festeggiare l’importanza del presente e la scarsissima rilevanza del passato. Questo mette il gruppo in una posizione depressiva. Per non rimanere schiacciato dalla nerezza del futuro, deve sostenere che il gruppo serve a garantire l’importanza del presente, che il tempo da colonizzare è il presente. Arrivano gli stranieri e se gli togli la speranza che il futuro esiste non credo che siano contenti !. E non è una questione di scarso rilievo, è una questione di dissidio profondo. La funzione del gruppo non è più è quello di riorganizzare la speranza, di scommettere insieme sul fatto che valga la pena crederci, che esiste un futuro in cui si realizzerà la libertà, la creatività, l’amore, la piena, matura, soddisfacente espressione del sé, come realizzazione della persona. Per questo vengo colto dal dubbio: se il gruppo ora avesse come funzione quello di consolare i soggetti che lo compongono? Sarebbe la morte del futuro l’ eternizzare il presente! C’è proprio un conflitto di interessi nell’ uso del gruppo. E poi il gruppo è il garante, l’organizzazione sindacale che garantisce ai singoli che alcune condotte sono normali, sono le nuove normalità che sono una delle grandi emergenze, nonché delle sfide educative attuali: l’abuso di sostanze, l’alcool, ecc… con tutta una serie di rischi e di riti che sono il modo di lavorare, il modo di decidere, il luogo dove ci si confronta con il rischio, con la notte ecc… E su questo, il sopraggiungere dei ragazzi stranieri fa domandare: c’è accordo oppure c’è un disaccordo su una base di tipo valoriale? A questa domanda non saprei rispondere…

Dopo questa panoramica, che ruolo può ancora avere la scuola oggi?
La scuola è uno spazio sociale, come un laboratorio, dove queste problematiche sono all’ordine del giorno implicitamente o esplicitamente e un confronto silenzioso avviene tra ragazzi che hanno la stessa età, che possono avere  la stessa identità di genere e che possono confrontare le due adolescenze. Devo dire che forse la cosa più difficile non è tanto organizzare un dispositivo che possa aiutare i ragazzi italiani e stranieri a fare gruppo, a condividere l’esperienza della crescita, ma le straordinarie difficoltà di inserirsi in una società dominata da una gerontocrazia dissennata, che si esprime attraverso la diffusione di valori socioculturali che non hanno nessuna competenza educativa anzi sono fortemente diseducative. Sono però ottimista rispetto al fatto che ce la possano fare. Io credo che alcune trovate per certi versi straordinarie come quella di immaginare che arriveranno in soccorso dei più piccoli, un gruppo  di peer educator dello stesso gruppo etnico, sia una situazione interessante.

Ci sono dei territori comuni su cui adolescenti italiani e stranieri si possono confrontare?
Esistono degli aspetti invarianti dell’essere adolescente. In ogni cultura e in ogni tradizione c’è un periodo più o meno lungo che consente ai soggetti di abbandonare l’infanzia per entrare nella vita adulta. Qui da noi la chiamiamo adolescenza e abbiamo allungato a dismisura il periodo di moratoria, di soggiorno all’interno di questa fase di passaggio. In altri luoghi e altre culture è chiaro che le cose vanno diversamente. È ovvio che ci sono infinite differenze perchè il compito è invariante, ma a decidere della gestione del compito è il contesto culturale, la famiglia, la società in cui crescono e vivono. La definizione dell’identità sociale dipende infatti dal contesto, dal conflitto, dall’astio che c’è  tra i valori dei contesti familiari, sociali, scolastici, ecc…

Ci può fare degli esempi di questi aspetti invarianti?
Allora per esempio, la centralità del corpo in adolescenza. Purtroppo siamo in una fase in cui le relazioni con la propria corporeità in Italia sono messe male nell’adolescenza a causa dello strapotere dei modelli socioculturali della società e del narcisismo.
In questo momento la difficoltà maggiore è rappresentata dall’accento caduto sulla bellezza; il corpo non è più proprietario del desiderio, dell’eccitamento, del piacere e di tante altre cose. Questi ideali di bellezza sono la bestia nera di questo momento per gli adolescenti e le adolescenti; moltissimi disastri avvengono perchè la sottocultura dei mass media, con dispositivi strepitosi e la quantità immane di denaro, ha effettuato una colonizzazione di ampie zone del funzionamento mentale dell’adolescente, prescrivendo per esempio la bellezza come magrezza, condannando così a morte alcune decine di ragazzi italiani. L’ideale e la rappresentazione narcisistica hanno creato nei ragazzi italiani il pericolo di un corpo inventato, come ad esempio il corpo alimentare che non è il corpo sessuato o il corpo generativo avuto in dotazione dopo la pubertà, ma il corpo grasso, il corpo magro di cui ci si vergogna, oppure il corpo bello, il corpo brutto, il corpo palestrato, il corpo dopato, il corpo con la tartaruga ecc… cioè ideali narcisistici di bellezza e di presentabilità sociale che sono il più delle volte ovviamente irraggiungibili e quindi aprono la porta a sentimenti di vergogna,che producono tutta una serie di manifestazioni psicopatologiche come la dismorfofobia,  ritiro sociale ecc ecc… Allora questo ideale di bellezza, questa ambigua strana relazione con la propria corporeità naturale arriva alla costruzione di corpi inventati come il corpo alimentare e il corpo prestazionale. Allora che ideale di bellezza hanno gli adolescenti stranieri? Devo dire che mi sembra che le ragazze di tutte le provenienze che ho conosciuto hanno un ideale di bellezza proprio, ognuno ha il suo. Ma quello che mi ha sempre colpito è come l’ideale di bellezza sia meno importante di quanto non sia per esempio l’ideale della potenza, oppure un implicito riferimento alla capacità generativa del corpo femminile. La definizione dell’identità sessuale maschile e femminile dipende dal tipo di corpo che si è messo nella mente del ragazzo e dal significato e valore che si dà a quel corpo: è spendibile o non spendibile socialmente? E’ attraente o non attraente? Capace o non capace di arrivare alla fondazione della coppia? I ragazzi italiani dicono “io, badate bene, non sono il mio corpo. Il mio corpo non è mentalizzato, me lo porto dietro come un cane, adesso è seduto qua, gli do un beverone, lo sballo, ma non sono io. Io posso fare al mio corpo quello che voglio, lo posso anche buttar via, posso anche ucciderlo e poi andare a vedere l’effetto che fa al funerale, non sono il mio corpo”! Io credo proprio che se dovessi partecipare a questo dispositivo di integrazione credo che farei molto tifo perché si decidesse o si cercasse di capire o si approdasse a un sapere relativo alla differenza-somiglianza di come attualmente l’adolescente gestisce la costruzione di un’immagine mentale del proprio corpo sessuato e generativo post puberale.
Un secondo compito invariante è il nascere come persona, separarsi quindi da mamma e papà, farsi una famiglia propria, separarsi dalla famiglia naturale. Credo che su questo possano esserci delle differenze interessanti, che sarebbe bellissimo che potessero essere discusse, lavorate nei gruppi di pari età perché i nostri ragazzi italiani vengono dalla famiglia delle relazioni, dal familismo morale, vengono dall’abbassamento della trasmissione etica a favore della trasmissione affettiva ecc… e questo credo che agli occhi delle famiglie che vengono da lontano e da realtà diverse sia “scandaloso”! E presumo che tale scandalo venga in parte condiviso o forse, in parte, invidiato, non saprei dire. I padri delle nostre famiglie sono padri accuditivi, non sono padri etici, ma tutti i padri stranieri che ho incontrato erano un esempio meraviglioso, di cui noi abbiamo nostalgia estrema, erano padri autoritari, etici, normativi. Allora, da che padre devono separarsi e prendere le distanze i nostri ragazzi? Vogliono di fatto una relazione di devozione come in fondo è sempre stato anche nel nostro paese quando si usava il modello del padre etico, autoritario? Le persone in fondo son cresciute in parallelo al padre autoritario senza ucciderlo, se non forse simbolicamente…
Strettamente legato a quest’ultimo punto, è la formazione dell’identità sociale. Da noi i ragazzi riescono a definire la loro identità sociale attraverso il gruppo; soprattutto l’amico del cuore, la coppia amorosa, l’avventura insieme ecc ecc… Certamente il gruppo dei coetanei è il luogo dell’elaborazione degli ideali che costituiscono la premessa per sentire di avere una identità sociale valorosa e di volerla difendere  e di poterla difendere da altre prospettive, suggerimenti o istituzioni. Credo che sia su questo aspetto invariante che il dispositivo dell’integrazione può giocare le sue carte, quello di favorire e svolgere una funzione ostetrica nei confronti dell’identità sociale,qualsiasi siano i suoi valori di riferimento. Si può nascere come oggetto sociale, si può personificarsi, si può diventare un nuovo cittadino portatore di un’ esperienza, di riferimenti valoriali che sono diversi da quelli della maggioranza, ma che proprio per questo  sono particolarmente preziosi.

La scuola come può agevolare il processo di integrazione?
Io penso che il massimo sforzo debba essere fatto per favorire un processo di integrazione orizzontale, con i coetanei italiani che hanno la stessa età e che quindi condividono una parte di problemi che sono strutturalmente in comune. Mi sembra che l’istituzione scuola sia particolarmente adatta per favorire il processo di socializzazione e integrazione tra ragazzi poiché avviene già tra italiani che appartengono a ceti sociali, livelli culturali e tradizioni culturali familiari molto diversi tra di loro. Tra l’altro a me sembra che la struttura scuola sia proprio adatta, proprio perché fa parte della sua mission creare un organismo di rete detto “gruppo classe”. Qualsiasi sforzo culturale e professionale vada nella direzione di accudire la nascita di una mente di gruppo  tra ragazzi che appartengono a realtà culturali etniche, religioni ed economiche diverse è ovviamente straordinariamente pertinente se realizzato nella scuola. É all’interno di un dispositivo naturale che un soggetto antropologico nasce, si sviluppa, in questo caso il gruppo classe e le sue compagini. Il nostro obiettivo strategico sarebbe quello di rimuovere poi gli ostacoli culturali.

Quale può essere un augurio e un consiglio per questi ragazzi?
Consiglio di lavorare pacificamente il conflitto che inevitabilmente c’è, elaborarlo pacificamente in vista di una costruzione di una cultura più ricca, più aperta tanto più che condividono un comune destino; auspico che si mettano insieme per salvare il Pianeta dai disastri che i loro padri e i loro nonni  hanno lasciato loro.
Auguro a questo ragazzi di essere compagni di scuola e diventare compagni di vita, quasi amici o addirittura amici!

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