Oltre le migrazioni

Oltre le migrazioni

Global Education Week

Archivio

Gew

restorlogo

Dites non à la discrimination

Alcuni nostri progetti sono sostenuti dalla

comp_sanpaolo

Fondazione CRT


e godono del patrocinio del

citta-torino


uff-scolastico


Incontrando migranti

logo-manuale-banner-web1

Incontrando migranti per le strade del mio paese
Articolo di Francesco Ciafaloni – Lo Straniero, ottobre 2009


Mi è capitato di incontrare in tram, a Torino, da porta Palazzo verso il Po, una signora, molto nera, con quattro bambini, tre maschietti e una femminuccia, diciamo cinquenni. Anche loro molto neri e ricci. I bambini hanno una età troppo simile per essere fratelli. È possibile che la signora, che è piuttosto bella e, direi, elegante, come le persone giovani e ben fatte, che portano bene i vestiti, sia la madre della bambina e che sia di turno a riprendere anche i bambini delle amiche all’asilo.

I bambini ne fanno di tutti i colori. Parlano fittamente tra loro, in italiano, con un leggero accento torinese. Cantano filastrocche, quelle che imparano a scuola, in italiano. Fanno l’esercizio, che potrebbe essere mortale per uno della mia età, di mettersi in fila, con le spalle rivolte al moto del tram, e di restare immobili quando il tram frena. Cioè devono indovinare quando la frenata sta per arrivare e piegarsi un po’ in avanti per riuscire a non fare passetti all’indietro. E non cadere naturalmente. Ma questo, basta guardarli un po’, per loro non è neppure un rischio. Non cadrebbero neppure se il tram finisse contro un muro. Poi si mettono a fare girotondi, ridono, saltano. La bambina ride e si muove più di tutti. Si mette a fare una vera e propria danza di guerra.

La madre decide di intervenire. “Be quiet! Sit down!” Probabilmente sono ghanesi, istruiti, perché il ghanese parlato a Torino è quasi inglese per gli istruiti e si riempie di vocaboli non anglosassoni al diminuire dell’istruzione formale. I nigeriani a Torino parlano pidgin o edo, o altro, e sono più chiari. La bambina si mette in ginocchio sul sedile e continua la danza di guerra così. La madre: “Sit down! Properly!” La bambina fa tutte le contorsioni compatibili con una interpretazione molto lassista di properly, continuando a ridere e parlare. In italiano, naturalmente.
La madre non dice una sola parola in italiano. I bambini parlano solo in italiano, con accento torinese, ma evidentemente capiscono l’inglese-ghanese.

A Chieri, paese vicino a cui abito e dove vado il sabato a comprare il pane e la frutta al mercato, quasi nessuno parla italiano quando è in gruppo con gli amici, soprattutto se è di una certa età. Le venditrici, che sono contadine del posto, parlano chierese stretto; le clienti rispondono in chierese, se sono locali, o in italiano se sono romene, moldave, marocchine, meridionali. Nei capannelli i baresi parlano barese, i moldavi parlano moldavo. Per i matrimoni i moldavi si vestono col vestito buono, con la giacca e senza cravatta, come noi quando eravamo contadini. Come una foto di Sanders.

La panettiera, molto miope e di una certa età, parla fittamente in chierese con le amiche, che si esercitano in complessi racconti di storie di vita, oltre che nei trenta modi di specificare la qualità del grissino – “bin coeit, poc coeit, eccetera”. Quando esercita la sua funzione professionale però parla in italiano con tutti, anche con le amiche. La cliente paga. La panettiera: “Grazie.” La cliente amica: “Grassie a chila.” Panettiera: “Dovere e piacere.” Amica: “Propri parei.” Letteralmente “proprio così”, cioè “ben detto, così si dice.” La panettiera tratta con molta gentilezza gli invalidi di un ospizio vicino, che vengono con il foglietto scritto e non sono in grado di contare i soldi. Fa rispettare l’ordine di arrivo, li aiuta. Ci vado anche per questo, oltre che per la varietà cromatica e linguistica dei clienti, che mi mette sempre una grande allegria: madri marocchine col fazzoletto e bambine ricciutissime; poderose signore romene con la figlia che va al liceo scientifico. E poi c’è un pane ottimo.

Chieri è un polo dell’immigrazione romena. L’ultimo concorso all’ospedale lo hanno vinto quasi solo infermiere romene, incluso un gruppo che conosco e che è stato ferocemente truffato da una intermediaria romena e da uno italiano, che le hanno convinte a costituire uno studio infermieristico. Gli intermediari raccoglievano i soldi per i contributi Inps, Inail, per l’Ordine, per le tasse, ma se li tenevano loro. E lo studio infermieristico è come uno studio di avvocati: la responsabilità è personale non del commercialista. I soldi non li rivedranno mai. Siamo “in questo mondo libero”. O no? Loro però non si sono vendicate. Hanno vinto il concorso appena il loro paese è entrato nella Ue; hanno stretto i denti; ricongiunto le famiglie; non vogliono più neppure ricordare il passato. Pagano le tasse e i contributi una seconda volta, a rate. Hanno fatto causa tutte perché qualcuna di loro è senza famiglia, più giovane e battagliera, e vuole tenere il punto che non bisogna rubare né farsi derubare. Ma non si aspettano nulla. A questo mondo ti fregano. Si sa.

Come l’infermiera moldava, vicina ai sessanta, ortodossa, col fazzoletto incrociato davanti, il lembo destro a sinistra quello sinistro a destra, come le marocchine, col suo diploma bilingue, russo e moldavo, in cirillico, e la falce e martello, che nessuno le riconoscerà mai. Per avere qualche possibilità dovrebbe chiedere il riconoscimento dalla Moldavia, attraverso l’ambasciata italiana, che impiega secoli. Ha un figlio operato al cervello, con un drenaggio continuo e dolori forti, con metastasi irrimediabili. Qui una associazione caritativa glielo tiene in un posto tranquillo, con un giardinetto interno, la sedia a rotelle, l’assistenza della madre e le iniezioni antidolorifiche. In Moldavia farebbe una fine disumana. Lei, per mantenere sé e il figlio, fa la badante e la serva; e l’infermiera, pagata da serva. Resterà fino a quando il figlio avrà vita. Sembra la pietà che hanno messo al posto della fiamma eterna, dopo la caduta del muro, nella Hauptwache, a Berlino.

Sempre a Chieri, l’aiutante del mio barbiere è una ragazza romena. Ha cominciato un paio di anni fa, lavando i capelli e spazzando per terra. Poi ha imparato, anche facendo un corso, ed è diventata il punto di forza del negozio, perché taglia i capelli ai romeni, che sono molto numerosi, con cui parla fittamente in romeno, anche se il suo, e il loro italiano, a questo punto, è buono.

L’estate dell’anno scorso le ho chiesto se sapeva che stavano presentando una ricerca sull’emigrazione da Màrginea, nel nordovest della Romania, a Chieri e a Torino, non lontano da lì, in una sala del Comune, e se aveva voglia di andarci il giorno successivo, che era festa. Lei mi ha risposto che il giorno dopo andava al mare e che poi Màrginea è un posto disgraziatissimo. Lì non sono neppure romeni; parlano ucraino. Lei è di Sucèava, a una quarantina di chilometri da Màrginea. Qualcuno parlerà ucraino anche lì.

Share and Enjoy:
  • Print this article!
  • E-mail this story to a friend!
  • MySpace
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • del.icio.us
  • Turn this article into a PDF!
  • Wikio IT
  • Technorati