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Adolescenti nativi e immigrati: identità multiple
Alessandra Simonetto


Dare spazio al fatto che la salute mentale e quindi la salute delle relazioni è un settore di investimento essenziale per il futuro significa riconoscere che ha la stessa importanza che si attribuisce alle esigenze di salute fisica, di nutrimento e di energia. I costi umani individuali, sociali ed economici della patologia psichica e della patologia delle relazioni sono notevoli ed appare quindi doveroso utilizzare tutte le competenze possibili per investire sulla loro prevenzione e sulla loro cura.

L’adolescenza è una parte della vita di recente scoperta per l’occidente, ha poco più di un secolo di vita, nasce dalla possibilità di investire educazione, tempo ed attenzione,  sul passaggio dalla dipendenza infantile all’indipendenza e alla responsabilità adulte. L’adolescenza è diversa a seconda delle condizioni sociali, culturali ed economiche in cui ogni ragazzo e ragazza vivono.
E’ una fase della vita particolarmente dinamica e sottoposta ad intense sollecitazioni che provengono da più direzioni:
dal corpo (per le mutazioni fisiche fino al raggiungimento della capacità di procreare)
dalle relazioni con il mondo originario primario (prevalentemente la famiglia biologica, ma come vedremo questo costituisce già un aspetto che distingue alcuni degli adolescenti immigrati da altri)
dalle relazioni con il mondo esterno (amicale, sociale, scolastico, massmediatico e tecnologico, lavorativo).
Si può definire quindi come un tempo della vita in cui si svolgono intensi dibattiti interiori, intense contrattazioni, in cui ci si sente attratti dalla fedeltà nei confronti di ciò che è più familiare e protettivo, ma attratti e sospinti anche verso la curiosità di ciò che è almeno parzialmente insolito, sconosciuto, da “esplorare”. Un adolescente è, in un certo senso un “migrante”, dalla dipendenza alla esplorazione; dalla famiglia al gruppo di amici e alla coppia.
E ogni migrazione contiene perdite e tradimenti, spostamenti a volte laceranti.

L’identità si costruisce sulla base delle esperienze psichiche e relazionali primarie e sulla base delle esperienze psichiche e relazionali che l’ambiente sociale nel quale si è inseriti consente. Inoltre la restituzione ricevuta proprio dall’ambiente sociale, composto sia dagli adulti sia dai coetanei, costituisce un rispecchiamento fondamentale per arrivare ad una percezione discretamente coerente ed omogenea di se stessi.

Durante l’adolescenza si giocano i vincoli e la loro rivisitazione e ricontrattazione. I legami antichi sono inevitabilmente messi a confronto con le esperienze di vita più recente ed autonoma che ogni ragazzo e ragazza vive. Se immagino l’adolescenza come uno spazio, questo è popolato da vincoli intensi, talvolta assunti con fedeltà assoluta e talvolta rigettati con rabbia e disprezzo: uno spazio con funi che legano, che sono strappate, che sono tagliate.
Ma gli adolescenti non sono gli unici protagonisti della loro stessa adolescenza, perché il fatto che queste funi siano strappate, o tagliate o saldamente annodate, dipende anche dagli adulti che li circondano.

Nello spazio dell’adolescenza si giocano i tre tempi della vita attraverso cui ogni persona si muove: il passato, il presente ed il futuro. Il passato di un bambino piccolo, figlio di genitori che hanno investito su di lui come sul proprio futuro sia nella propria terra sia in un nuovo paese; il presente di un ragazzo che incrocia altri coetanei, figlio di genitori che sono nel pieno della realizzazione dei propri successi o dei propri fallimenti progettuali, che intuiscono la necessità di lasciare libero un figlio ma che intuiscono anche che questo significa perderlo ed invecchiare.

Certamente la capacità di dare il giusto valore ed il giusto riconoscimento ad ognuno di questi tempi, dentro i quali si struttura l’identità di ogni individuo può portare ad una adeguata salute psichica e relazionale. Il passato della propria storia, qualunque essa sia; il presente dei propri progetti e delle alleanze fatte per realizzarli; il futuro dei propri desideri e della consapevolezza di aver dato un senso alla propria vita.
L’identità di ognuno si struttura in un percorso che rende necessario conservare e svincolarsi, utilizzare i legami di dipendenza e protezione e affrancarsi da essi per cercare o inventare nuove strategie di vita. Anche gli adulti quindi devono affrontare il desiderio di conservare il proprio potere su un bambino piccolo o possono accettare di invecchiare passando con gradualità e lungimiranza il “testimone” della vita ai ragazzi che crescono. Il fatto che il testimone della responsabilità adulta venga passato in modo più rapido e precoce, o venga strappato da ragazzi in fuga, o venga invece dato rispettando tempi di crescita e gerarchie generazionali crea il presupposto per diverse strade evolutive. Ed è importante riconoscere queste premesse quando si decide un intervento educativo o scolastico o psicologico

La letteratura scientifica che si è occupata della trasmissione psichica e relazionale individua nel passaggio tra 3 generazioni la possibilità di instaurare un circuito distruttivo e patologico (sotto varie forme) oppure un circuito risanante e virtuoso, capace di produrre un adeguato adattamento ed una adeguata creatività.
Occuparsi quindi di una generazione, rappresentata in parte di questo convegno dagli adolescenti e dei giovani in generale, implica sapere che soltanto un investimento graduato e simultaneo sulle tre generazioni che coinvolgono i giovani (e quindi soltanto il passaggio alla IV generazione di immigrati, ad esempio) o comunque un investimento che tenga conto della complessità di una storia che va oltre il singolo individuo e che riguarda i suoi genitori e i suoi futuri “figli”, potrà favorire la costruzione di inter-relazioni costruttive.

In sintesi sino a quando non si saranno sperimentate tutte le condizioni delle fasi della vita, con i loro carichi di storia e con le loro possibilità di costruzione di nuovi legami. Sin quando una persona non avrà sperimentato la propria condizione di figlio, si sarà svincolata da essa per accoppiarsi con un parziale estraneo/estranea diventando genitore e avrà dato la possibilità ai propri figli di svincolarsi per prendere la propria strada.
Questo significa che l’attenzione alla vita psichica deve avere in mente in modo simultaneo (anche se poi gli interventi sanitari o pedagogici o politici saranno inevitabilmente strutturati per segmenti) questo lungo arco vitale. Bisogna avere in mente un lungo tempo, tre generazioni appunto.

Se penso ai ragazzi immigrati ho in mente tre tipologie, con storie ed inevitabilmente caratteristiche diverse, ma la cui possibilità di adeguata interazione ed integrazione è sinergica.

Ho in mente i ragazzi adottati attraverso l’adozione internazionale, e non sono pochi, circa 13.000 in Italia negli ultimi 5 anni; ho in mente i ragazzi nati in Italia o entrati in Italia in età scolare insieme ad una parte significativa del proprio nucleo familiare; ho in mente i ragazzi arrivati da soli in Italia già preadolescenti o adolescenti.
La percezione che l’immaginario collettivo può avere di ognuno di loro, e in  modo analogo la percezione che ognuno può avere di se stesso attraverso gli altri è fondamentale per la costruzione di una propria identità. Ho in mente un ragazzino di origine albanese, adottato grande, che si è finalmente illuminato quando ha scoperto che anche Madre Teresa di Calcutta era di origine albanese, perché questo gli consentiva di avere un’immagine della sua terra di origine e quindi una possibilità di identificazione fondamentale per il proprio futuro finalmente più costruttiva di quella che invece incontrava con maggiore frequenza dal rimando sociale.

Questo ci consente di comprendere come l’immaginario collettivo sia determinante nel fornire oggetti di identificazioni, fondamentali, e ai quali è necessario prestare grande attenzione.
Tra questi tre filoni di ragazzi immigrati sono certamente diversi i processi di identificazione, il mantenimento o la rottura dei legami storici originari; ma le loro reazioni si possono raccogliere intorno a tre tipi di strategie difensive:
– la chiusura totale dei legami con le proprie origini con una scissione ed una cesura sopravvivenziale rispetto al rischio di provare depressione, nostalgia, tristezza, tutti sentimenti ingombranti e dolorosi; con una centratura totale sul presente e senza la capacità di costruire legami adeguatamente integrati nella misura in cui non è possibile integrare dentro di se la propria storia.
L’aggressività e la strutturazione sociopatica rischiano  di essere strategie inevitabili per evitare il pensiero.
– il mantenimento di una idealizzazione nei confronti delle origini che è in parte di sostegno e conforto ed in parte però riduce la possibilità di investire sul presente in nome di una sorta di “paradiso perduto”. Il disinvestimento cognitivo oppure la sensazione di costante deprivazione e disillusione producono una intensa sofferenza
- L’idealizzazione del futuro come luogo di riscatto dei propri genitori e della propria storia, con il rischio di strutturare una combattività che, se non sostenuta da competenze efficaci, diventa paralizzante, produce vergogna ad ogni insuccesso.

Un adolescente immigrato si trova a vivere quindi in modo straordinariamente potenziato rispetto ad un ragazzo nato e vissuto in Italia da genitori che abbiano vissuto storie di migrazioni in un passato ormai remoto, lo svincolo dai terreni idealmente sicuri dell’infanzia per andare verso le esplorazioni e le conoscenze del mondo.

Eravamo abituati a pensare, in parte per comodità e in parte per realtà storica alla costruzione dell’identità come ad una costruzione lineare, che consentiva di accumulare il patrimonio degli antichi, il mestiere dei padri. Realtà storica per molti ma anche comodità mentale ed ideologica visto che da sempre si presentano delle fratture rispetto a questa linearità.
Certamente la costruzione della propria identità attraverso un processo di identificazione lineare è più semplice, meno travagliato e complesso. Ma credo che, almeno nella parte di mondo che conosco meglio, questo tempo sia definitivamente finito. Le sollecitazioni globali sono troppe, le possibilità di identificazione anche, per non mettere alla prova questo schema di costruzione lineare. Dobbiamo incominciare a pensare alla costruzione dell’identità come soggetta a due tipi di processi: uno di sedimentazione che procede per stratificazioni successive ed uno di discriminazione che consente di sfrondare e scegliere, con gradi limitati di consapevolezza ovviamente, quanto trattenere, data la molteplicità di stimoli anche contrastanti incontrati..

Mi sembra quindi che, quanto appare diverso dai processi di costruzione dell’identità oggi rispetto al passato, per tutti gli adolescenti, sia dato proprio dall’intreccio di questi due tipi di processi. Credo si possa osservare il prevalere dell’uno o dell’altro a seconda delle sollecitazioni ambientali, cognitive, emotive a cui ogni ragazzo è sottoposto. Tanto più il mondo in cui vive è limitato e quindi i confronti sono ridotti, tanto più sarà prevalente un processo lineare di sedimentazione. All’estremo opposto tantopiù le sollecitazioni saranno intense diventerà necessario confrontare e discriminare.
Questo porta a dire che, individuate queste due tipologie, si dovrà valutare, per ogni persona e per ogni famiglia quali modalità prevalenti vengono utilizzate e sulla base di questa valutazione si potranno calibrare i propri eventuali interventi pedagogici o anche terapeutici.

Appare evidente come tutti i ragazzi corrano il rischio di frantumare la costruzione di Se in una miriade di parti, in una molteplicità di atteggiamenti, di modalità relazionali distinte, con il rischio di non arrivare ad una adeguata integrità di se stessi, della propria mente. Se da un lato quindi ogni forma di sollecitazione, da quelle minime a quelle massime date da un cambiamento territoriale, culturale, affettivo costituiscono un’opportunità di ampliamento dei propri orizzonti, dall’altro la violenza traumatica di questi cambiamenti porta ad un rischio di lacerazione e di frantumazione difficilmente risanabile. Anche perché, talvolta, la lacerazione viene utilizzata come modalità difensiva per evitare di sostare per troppo tempo in quel territorio di tristezza, di mancanza, di nostalgia che si colloca in una posizione intermedia tra un solido ed antico senso di appartenenza e un prospettico talvolta sopravvivenziale spostamento verso nuovi mondi.
Non credo che dimenticherò mai il dolore e la rabbia di un adolescente, intelligente e sensibile, adottato a 8 anni, che mi diceva “io sono nato a 8 anni” e aggiungeva più con il corpo e le azioni che con le parole che non si sarebbe neanche dovuto tentare di affermare il contrario, tagliando così un pezzo della sua vita essenziale per recuperare l’uso dell’intelligenza e della sensibilità, ma ben sapendo che il prezzo da pagare sarebbe stato quello di passare attraverso il dolore del riconoscimento di quei primi 8 anni di vita.

Penso possa essere utile tenere a mente uno schema di riferimento semplificato ma che può consentire di organizzare i propri pensieri su ogni ragazzo e ragazza che si incontra.
Se la costruzione della propria identità si colloca all’interno di un processo, tipicamente adolescenziale in cui gli svincoli e l’indipendenza dalla storia originaria si accompagnano alla costruzione di nuovi legami, si potranno osservare:
forti vincoli con le proprie origini, date da un patto di “fedeltà” e di trasmissione dell’identità di cui ci si sente portatori in quando membri di una famiglia-cultura da cui si è dipendenti. Quindi aggregazioni con coetanei ridotte o mediate dal riconoscimento di un analogo vincolo. Costruzione di accoppiamenti difensivi.
negazione dei vincoli con le proprie origini, con un rifiuto radicale delle identificazioni, come se si dovesse ricominciare la propria vita da zero, senza che l’esperienza sia acquisibile e trasmissibile.
Rinnegare la famiglia o rinnegare la scuola, con tutta l’umiliazione cognitiva e con tutto l’attacco a questo “corpus materno” che la scuola è istituzionalmente. Intense aggregazioni di sostegno e solidarietà con i coetanei con la creazione di un mondo autoreferenziale impermeabile agli adulti
proiezione nei nuovi legami con il riconoscimento dei vincoli originari comunque percepiti sia come patrimonio sia come zavorra ed impedimento.
Sono ovviamente consapevole che le identificazioni che portano a distinguere l’identità maschile da quella femminile incidono in misura diversa  rispetto alla percezione di essere portatori/portatrici della fedeltà alla famiglia d’origine. Gli svincoli familiari delle ragazze sono diversi da quelli maschili, a seconda delle culture d’origine possono essere inconcepibili o viceversa stimolati.
Questo schema di riferimento va quindi ulteriormente articolato tenendo conto delle differenze di genere.

Perdere la propria identità fa giustamente paura, terrorizza. Perché significa perdere i riferimenti in base ai quali ci si muove, si ascolta, si pensa, si parla. Si teme di essere invasi e prevaricati da altre identità più forti. Questi sentimenti di paura, esitazione nell’esporsi, timore di essere annullato, si incontrano a qualunque età: ma è certamente il passaggio adolescenziale nel quale si struttura oppure fallisce la strutturazione della competenza nell’unire all’angoscia di un cambiamento la curiosità e la speranza per la costruzione del futuro. Se questa competenza non si struttura ci si dovrà rifugiare nel rifiuto di qualunque cambiamento, terrorizzati da ciò che i processi mentali e i processi sociale continuamente sollecitano.
E’ ovvio per tutti che ciò che è familiare rassicura e ciò che non lo è affatica; è ovvio che chiudersi in una dimensione endogamica appare più semplice e tranquillizzante, mentre gli incontri extrafamiliari ed extraculturali sollecitano una necessità esogamica stimolante ma anche destabilizzante.

Quindi anche gli adulti che si occupano di adolescenti, gli insegnanti, per gli psicologi, per gli educatori, per i medici devono essere consapevoli e formati per comprendere che loro stessi si trovano ad abitare quello spazio di vincolo e svincolo, di riconoscimento e svilimento dell’autorevolezza adulta. Spazio scomodo perché nessuno ha le chiavi del futuro, nessuno lo conosce. Il futuro si costruisce man mano, navigando a vista, tenendo d’occhio la costa delle certezze, le stelle, ed avendo bene in mente che il mare è grande i pericoli e gli imprevisti infiniti.
Navigare a vista significa sforzarsi di imparare costantemente da ciò che facciamo, ma questo non è lo sforzo che si chiede ai ragazzi che crescono? Loro devono “apprendere dall’esperienza”, ma non solo loro.
Anche i genitori immigrati, che non hanno gli stessi codici e che si confrontano anche, in alcune realtà, non soltanto con i codici dominanti, ma anche con altri immigrati.
Anche tutti gli adulti che lavorano sul governo delle trasformazioni psichiche o sociali, che talvolta possono essere stanchi di confrontarsi con il costante movimento della vita e vorrebbero rifugiarsi in qualche Eden rassicurante e garantito attraverso l’immobilità per evitare di mettersi alla prova sfidando l’ignoto.

Anche gli adulti quindi possono rischiare di semplificare il processo adolescenziale. Come? Ignorando la continuità, sopravvalutando le competenze che distinguono un ragazzo dal suo nucleo familiare, a maggior ragione quando un ragazzo appare molto più competente linguisticamente dei propri genitori; oppure rischiando di sopravvalutare questa continuità costringendo un adolescente (tantopiù se immigrato) ad uniformarsi alle presunte caratteristiche della propria famiglia d’origine, sottovalutando quell’elemento di svincolo e di invenzione di cui ogni adolescente è potenzialmente portatore.
Solo un esempio sul rischio di non riconoscere una continuità generazionale e generativa con la storia di un ragazzo, presentificata o meno dall’esistenza dei genitori biologici: rompere una catena generazionale di riconoscimento della potestà genitoriale, ad esempio utilizzando i ragazzi come “mediatori” anche linguistici tra gli adulti della scuola e gli adulti della famiglia, significa sfasare ulteriormente il processo di emancipazione.

Vi propongo ovviamente uno schema semplificato rispetto al percorso di riconoscimento delle proprie identificazioni, allo svincolo da esse e alla costruzione di nuove identificazioni. In sintesi uno schema semplificato per indicare il percorso che si deve compiere per attraversare quel fiume che separa l’infanzia dal mondo adulto. In un bello scritto di Ducoli leggevo della metafora di un “ponte” che deve unire queste due sponde. Ponte che, psichicamente, credo sia proprio la costruzione che ogni adolescente deve compiere per spostarsi dal mondo della dipendenza infantile al mondo della responsabilità ed indipendenza adulta.

Usando questa metafora e questo schema di riferimento, appare ovvio constatare come, tantopiù le sponde sono distanti tra loro, tanto meno si possono utilizzare per appoggiare i pilastri o le palafitte che avviano la costruzione di questo ponte, tanto più questo passaggio si può rivelare fallimentare e le oscillazioni del ponte intense e anche spaventose.
La sponda delle origini, siano date da genitori reali o da genitori scomparsi non può essere ignorata. Con tutte le caratteristiche di cui ogni famiglia, reale o fantasmatica si fa portatrice: vergogna, orgoglio, senso di rivalsa, sfida, angoscia sopravvivenziale, investimento sui figli come affrancamento dalla propria storia o come conferma della propria inadeguatezza. Le proiezioni dei genitori sui figli sono molte e diverse fra loro, specifiche certamente, ma ognuna fondamentale per comprendere con quali strumenti e con quali zaini un ragazzo si accinge a tentare il proprio percorso di affrancamento dalla dipendenza all’indipendenza.
Sono molti gli esempi che si potrebbero fare ma ora vorrei solo ribadire come l’assorbimento di un passaggio radicale come quello di un cambiamento di territorio, di cultura, di lingua sia un cambiamento così traumatico da richiedere uno smaltimento emotivo che passa attraverso i processi di contrattazione e di svincolo di due generazioni di adolescenti: la prima sarà alle prese con la “riparazione”, sotto varie forme, del trauma subito. Intendendo come trauma proprio una lacerazione violenta, concentrata nel tempo, che non da quindi al corpo e alla mente il tempo di essere assorbita e smaltita. Ed è un tempo di elaborazione che il corpo e la mente si prendono utilizzando più persone, più generazioni. Il processo di assorbimento e di integrazione richiede più corpi e più menti. Quelli dei figli e quelli dei nipoti, che gradualmente avranno la possibilità di mediare tra il passato dei propri genitori, il loro presente e le basi del futuro. Tenendo conto che il processo di accoppiamento che l’adolescenza porta con se, con la creazione di nuove coppie offre un’occasione ed una opportunità straordinaria per costruire alleanze che sostengono nel processo di incontro tra persone diverse fra loro e contemporaneamente abbastanza vicine da costruire una relazione.
La sponda del futuro, del mondo adulto, della capacità di inserirsi in una dimensione sociale della quale ci si sente responsabili e nella quale ci si sente riconosciuti. Una sponda su cui l’indipendenza sia stata discretamente raggiunta.
Ma su questo ponte bisogna prevedere degli spazi di sosta e di incontro: quelli tra coetanei.
Non vorrei che questo elemento, presi come siamo dal pensare, anche generosamente, alla nostra centralità adulta, rischi di essere sottovalutato.

L’identità individuale si affianca all’identità collettiva. E questa si costruisce in tutti quei luoghi di incontro e di aggregazione tra coetanei che possono avere o meno dei minimi comuni denominatori. Ma se non sarà possibile costruire dei riconoscimenti collettivi rispetto all’identità di coetanei aggregati, se non sarà possibile riconoscere una matrice di base comune, che consenta di inserire l’elemento delle differenze etniche tra le variabili che distinguono ogni persona, ma che sono appoggiate su qualche elemento di base condivisibile, allora anche il processo di identità, che non è mai soltanto individuale, produrrà sottogruppi ed aggregazioni parziali: produrrà quindi nella dimensione psichica sociale quella frammentazione e quella disidentità di cui parlavo prima riferendomi al processo di acquisizione dell’identità individuale.
Quei coetanei sono i compagni di viaggio che si troveranno adulti insieme, quando “noi adulti” avremo passato il testimone; che costruiranno o falliranno la costruzione di una rete relazionale fondamentale per il riconoscimento e la percezione di ognuno. Per questo penso che l’incremento dei gruppi tra pari e dei peer group siano strumenti da affiancare a quelli utilizzati prevalentemente dagli adulti. La formazione degli insegnanti, degli operatori sanitari di base che operano negli spazi di incontro “obbligatori” per tutti, deve essere affiancata al lavoro dei ragazzi tra loro.
Sportelli di ascolto, gruppi di confronto, ricerca di elementi comuni tra coetanei e riconoscimento di quelli che differenziano. Questo è il lavoro che credo si debba fare con gli adolescenti direttamente.
A fianco a questo, l’utilizzo del riconoscimento delle gerarchie generazionali, consentendo ad ogni membro della famiglia di fare la propria parte nello svincolo dalla propria terra d’origine e senza la rischiosa riduzione del riconoscimento di potestà autorevole.

Immagino l’interazione/integrazione nello sviluppo psichico di un adolescente come il passaggio da un monologo in cui si è autoreferenziali, totalmente centrati su di se, ad un dialogo con un interlocutore, non necessariamente attento, ma che restituisce nella dualità di un rapporto positivo o negativo un rispecchiamento che fonda la capacità di rendersi conto che si fa parte di una relazione. Monologo e dialogo per arrivare poi ad un discorso, più articolato e complesso, con più voci che talvolta si sovrappongono. L’equilibrio mentale deve consentire di utilizzare entrambe queste competenze, di monologo riflessivo, di dialogo con segmenti parziali della propria vita e di articolazione di discorso più amplia ed integrata appunto.

Vorrei prendermi la libertà di usare una frase forse troppo poco scientifica: penso che per la cura delle relazioni, per la costruzione ed il risanamento di relazioni per le quali dobbiamo costantemente utilizzare la capacità di osservare, di trarre spunto dalle riflessioni e dai pensieri, e dobbiamo inventare strategie con la prontezza di verificarne la validità e la capacità di modificarle se non danno l’esito sperato, occorre un’attenzione amorevole. Ed occorrono il ragionevole coraggio e la speranza di una società che investe amorevolmente sul proprio futuro.
Questo ho imparato dai tanti successi dell’adozione internazionale: un bambino che arriva in adozione dalla Russia o da Campo Belo o dal Madagascar, a parità di solitudine ha codici di rapporto fisico completamente diversi, codici ai quali i genitori devono imparare a rapportarsi, conoscendoli ed integrandoli con i propri. Apprendimento possibile attraverso l’uso di un amore intelligente e rispettoso, fiducioso del fatto che quelle nuove interazioni, impreviste ed imprevedibili, potranno produrre ben-essere per tutti.

Torino, 13 marzo 2006

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