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Identità, appartenenza

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Identità, appartenenza religiosa, dinamiche socio-culturali dei giovani musulmani d’Italia
Maria Adele Roggero
Almese - 2007


L’integrazione delle nuove generazioni

La formazione delle  nuove generazioni figlie della migrazione rappresenta non solo un nodo cruciale dei fenomeni migratori, ma anche  una sfida per la coesione sociale e  un fattore di trasformazione delle società riceventi.
Una questione del genere rimanda evidentemente all’identità e all’integrazione della società nel suo complesso, di cui la “lealtà” dei giovani di origine straniera, da un lato, e la loro inclusione paritaria dall’altro, divengono un banco di prova di grande risonanza simbolica.

Nell’ambito delle popolazioni immigrate, proprio la nascita e la socializzazione di una nuova generazione rappresenta un momento decisivo per la presa di coscienza del proprio status di minoranze ormai insediate in un contesto diverso da quello della società d’origine. Con la nascita e la crescita dei figli in contesti stranieri, sorgono esigenze di individuazione, rielaborazione e trasmissione del patrimonio culturale, nonché dei modelli di educazione  familiare. Nasce, o si acuisce, il problema dell’identità culturale e del suo passaggio da una generazione all’altra, e si producono processi di costruzione dell’identità, in cui occorre rispondere a domande come le seguenti: chi siamo noi? In che cosa siamo diversi dalla società in cui ci troviamo a vivere? Che cosa abbiamo in comune con i connazionali rimasti in patria? Che cosa è importante trasmettere ai nostri figli? Che cosa devono accettare e che cosa rifiutare dell’ambiente  in cui stanno crescendo?
Definire le seconde generazioni è però meno scontato di quanto non appaia. Confluiscono in questa categoria concettuale casi assai diversi, che spaziano dai bambini nati e cresciuti nella società ricevente, agli adolescenti ricongiunti dopo aver compiuto un ampio processo di socializzazione nel paese d’origine.

Un altro nodo problematico è rappresentato dal momento dell’arrivo: fino a che età è lecito parlare di “seconda generazione”? Se sui bambini in tenera età nati all’estero e trapiantati durante i primi anni di vita in un nuovo paese non si riscontrano grandi obiezioni, più controverso è lo status dei ragazzi e delle ragazze immigrati tra i 15 e i 18 anni, specialmente quando si tratta di minori non accompagnati, che emigrano soli, anche se spesso in relazione a strategie familiari.
Noi ci riferiremo principalmente ai ragazzi nati qui da famiglie immigrate o giunti in Italia in tenera età per ricongiungimento familiare.

Molti sono i disagi che questi ragazzi vivono sulla loro pelle: l’essere giovani fa di loro , già di per sé degli  “osservati speciali” per i rischi di non conformismo che presentano, e quindi più sospetti di non accettare lo statu quo, e poi l’essere di origine straniera, quindi non pienamente accettati come membri della società, sono fattori che catalizzano timori, diffidenze e talvolta pregiudizi negli osservatori (studiosi, autorità pubbliche, insegnanti, datori di lavoro…) che li guardano dal punto di vista della tutela, esplicita o implicita degli assetti sociali consolidati.

Vi è poi la tensione tra l’immagine sociale modesta e collegata ad occupazioni umili dei loro genitori, e l’acculturazione agli stili di vita e alle rappresentazioni delle gerarchie occupazionali acquisita attraverso la socializzazione nel contesto delle società riceventi.
Da questa prospettiva, il problema delle seconde generazioni si pone non perché i giovani di origine immigrata siano culturalmente poco integrati, ma al contrario perché, essendo cresciuti in contesti economicamente più sviluppati, hanno assimilato gusti, aspirazioni, modelli di consumo propri dei loro coetanei autoctoni. Diventati adulti, come gli autoctoni, tendono a rifiutare le occupazioni subalterne accettate di buon grado dai loro padri.

Riferendosi a figli della migrazione che crescono in famiglie di cultura islamica, leggiamo:
“collocati in una situazione oggettiva di esclusione economica e sociale, questi giovani si sentono «detestati» da una società che non riserva loro alcuno spazio. L’islamizzazione serve loro prima di tutto per riorganizzare il senso della vita. Diventare musulmano significa aumentare l’autostima e dotarsi di un’identità socialmente riconoscibile” (Hervieu-Léger, 2003: 103).

E’ l’effetto di quello che viene definito un “paradosso dell’integrazione” (ibid.: 5): mentre i genitori spesso rimanevano relativamente invisibili, inseriti in occupazioni in cui si trovavano pochi lavoratori nazionali, i figli si proiettano verso un arco molto più ampio di opportunità, ambite anche dagli autoctoni, esponendosi a situazioni  in cui è più probabile incontrare razzismo e discriminazione.

In diversi paesi perdura in ampi settori dell’opinione pubblica una visione dell’immigrazione come fenomeno temporaneo e questo frena il riconoscimento di diritti e aspirazioni propri dei cittadini. Sempre sul piano ideologico, pesa altresì il rifiuto di riconoscere l’esistenza di discriminazioni razziali ed etniche.


Possibili percorsi di integrazione:

a) acculturazione consonante: è il percorso classico dei migranti che si assimilano, abbandonando lingua e abitudini del paese d’origine per abbracciare quelli della società ricevente, con esiti più avanzati per i figli (rapido passaggio al monolinguismo)
b) resistenza consonante all’acculturazione: è il caso opposto, di chiusura nella cerchia dei connazionali e nelle pratiche linguistiche e culturali importate dal paese d’origine, senza apprezzabili passi verso l’integrazione nella società ricevente né da parte dei genitori, né da parte dei figli;
c) acculturazione dissonante (I): è il caso tipico del conflitto intergenerazionale nell’emigrazione, determinato dalla rapida acculturazione dei figli e dal loro rifiuto di mantenere legami e retaggi culturali che richiamano le origini dei genitori, a cui questi ultimi rimangono invece attaccati, con esiti di divaricazione dei percorsi di inserimento nel nuovo contesto
d) acculturazione dissonante (II): si distingue dal caso precedente per il fatto che i genitori perdono i legami e il sostegno della cerchia dei connazionali; rimanendo però indietro rispetto ai figli nei processi di assimilazione, vedono scalzata la loro autorità e il ruolo di guide educative
e)  acculturazione selettiva: è la situazione in cui l’apprendimento delle abilità necessarie per inserirsi nel nuovo contesto non entra in contrasto con il mantenimento di legami e riferimenti identitari. Genitori e figli si muovono di comune accordo sui due binari, riducendo il rischio di conflitti, salvaguardando l’autorità genitoriale e promuovendo un efficace bilinguismo nelle nuove generazioni

Il destino delle seconde generazioni è in ogni caso mediato dalle concrete istituzioni sociali che incontrano nei processi di socializzazione. La prima è evidentemente la famiglia, in cui i processi educativi sono intrisi dell’ambivalenza tra mantenimento di codici culturali tradizionali e desiderio di integrazione  e ascesa sociale nel contesto della società ospitante, tra volontà di controllo  delle scelte e dei comportamenti dei figli e confronto con una società che enfatizza i valori dell’emancipazione, dell’eguaglianza tra uomini e donne  e dell’autonomia personale. La mancanza o la frammentarietà della rete parentale e di vicinato rappresentano tuttavia un ostacolo che indebolisce la capacità educativa delle famiglie, tranne laddove si formano enclave etniche particolarmente coese.
Inoltre, gli immigrati di seconda generazione, grazie alla frequenza della scuola, si vengono a trovare ben presto in una situazione di più avanzata integrazione culturale nella società ricevente rispetto ai genitori, soprattutto sotto il profilo della padronanza della lingua. Si trovano quindi in una condizione di spiccata ambivalenza, tra sottomissione ad un’autorità genitoriale che ambisce spesso ad esercitarsi secondo codici normativi ispirati a valori tradizionali, e superiorità nella capacità di interazione, nella rapidità di comprensione dei messaggi  e nella facilità di movimento nella società ricevente. Questa dissonanza investe molte famiglie immigrate, generando situazioni peculiari di rapporto tra genitori e figli.
In questo contesto,   possiamo ricordare in sintesi i seguenti aspetti:
-    il fenomeno del rovesciamento dei ruoli, attraverso il quale i figli, grazie alla migliore conoscenza della lingua, assumono precocemente responsabilità adulte nel confronto con la società ospitante, fino a diventare, per certi aspetti, “i genitori dei loro genitori”, coloro che li accompagnano dal medico, nei rapporti con gli uffici pubblici, nei contatti con le istituzioni scolastiche, ecc. Questo fenomeno rischia di indebolire l’immagine dei genitori e il loro ruolo di guide per la crescita dei figli
-    la precoce perdita di autorevolezza e capacità educativa da parte dei genitori, non supportati da una rete di prossimità e di collaborazione informale, superati dai figli per dimestichezza, socializzazione, capacità di orientamento nella società ricevente
-    le tendenze già richiamate dei figli a fuoriuscire dalle forme di integrazione subalterna accettate dai padri, basate sull’inserimento nelle posizioni inferiori delle gerarchie occupazionali, attraverso l’assunzione di schemi cognitivi e criteri di valutazione molto più simili a quelle dei coetanei autoctoni nei confronti delle opportunità offerte dal mercato del lavoro
-    la tensione nei confronti della trasmissione di modelli culturali ispirati alla società di origine, così come l’avevano conosciuta i genitori, a volte idealizzandola o comunque sottovalutando le trasformazioni che anch’essa attraversa: modelli attraverso cui passa il desiderio di controllo sui comportamenti delle giovani generazioni, di riaffermazione di un’autorità genitoriale scossa dallo sradicamento e dall’incontro con la società ricevente, di combinazione tra i desideri contrastanti di incitamento alla promozione sociale e di ossequio all’identità ancestrale.
-    il conflitto può esplodere anche per ragioni diverse, come la ribellione contro le aspettative di mobilità  sociale dei genitori, a causa delle pressioni livellatrici e oppositive dell’ambiente di vita e in particolare del gruppo dei pari, nei quartieri poveri in cui molte minoranze rimangono intrappolate.
-    le problematiche di genere e di equilibri interni alle famiglie, giacché le pressioni conformistiche sono normalmente più forti nei confronti delle figlie (cfr. Tribalat, 1995), mentre i maggiori problemi sociali riguardano i figli maschi; inoltre, i valori egualitari, l’enfasi sull’autonomia personale, i processi di emancipazione femminile, possono essere avvertiti come pericoli per i valori patriarcali tramandati da molte culture tradizionali

Riassumendo, possiamo individuare tre traiettorie idealtipiche delle seconde generazioni:
a)    quella dell’assimilazione tradizionalmente intesa, in cui l’avanzamento socio-economico si accompagna all’acculturazione nella società ricevente, e questa a sua volta comporta il progressivo abbandono dell’identificazione con un’appartenenza etnica minoritaria e di pratiche culturali distintive
b)     quella della confluenza negli strati svantaggiati della popolazione, con scarse possibilità di fuoruscita da una condizione di esclusione
c)     quella dell’assimilazione selettiva, in cui la conservazione di tratti identitari minoritari, in genere peraltro rielaborati e adattati al nuovo contesto, diventa una risorsa per i processi di inclusione e in modo particolare per il successo scolastico e professionale delle seconde generazioni


Il caso italiano: gli adolescenti di origine immigrata come soggetti emergenti

Rispetto a queste problematiche generali, possiamo anzitutto individuare alcuni aspetti specifici della formazione di una seconda generazione di origine immigrata nel contesto italiano.
- Quasi tutta la popolazione immigrata arriva senza conoscere l’italiano e acquisisce con il tempo, in genere, soltanto una conoscenza rudimentale della nostra lingua, essenzialmente legata al linguaggio parlato e alle necessità del lavoro e della vita quotidiana. Questo deficit linguistico si riflette sui figli, anche come difficoltà a seguirli nel percorso scolastico
- Il nostro codice della cittadinanza è tra i più restrittivi d’Europa e del mondo sviluppato. Si basa ancora essenzialmente sul “diritto di sangue”, ossia sulla discendenza da progenitori italiani, per concedere la cittadinanza nel nostro paese, oppure ammette nella comunità nazionale chi sposa un cittadino o un cittadina italiana: circa il 90% degli acquisti di cittadinanza avvengono infatti per matrimonio, non senza dar luogo a casi di abuso e a  matrimoni di convenienza. Per contro, il minore straniero - nato in Italia -  deve attendere fino al compimento del 18° anno per chiedere di diventare cittadino italiano, e non può più farlo una volta compiuti i 19 anni. Chi arriva in Italia dopo la nascita, trova preclusa anche questa possibilità e deve affidarsi all’impervia strada della domanda di naturalizzazione, su cui le autorità competenti esercitano prerogative discrezionali, che hanno quasi sempre come esito la bocciatura dell’istanza
- Il processo di insediamento degli immigrati è tuttora in una fase fluida e scarsamente strutturata. I ricongiungimenti familiari avvengono tra serie difficoltà, in condizioni di precarietà abitativa e affollamento. Quando arrivano per ricongiungimento, i minori entrano nella scuola, lungo tutto l’anno, in genere privi di accompagnamento e di strumenti linguistici per inserirsi. Queste modalità di ingresso li espongono fin dall’inizio al fallimento scolastico e/o all’inserimento in classi inferiori alla loro età anagrafica.
- Tra i genitori si riscontrano, in molti casi, due tipici handicap che ostacolano l’esercizio di un ruolo genitoriale adeguato: a volte lavorano entrambi, e soprattutto la madre, con lunghi orari di lavoro; in altri casi (specialmente famiglie provenienti da paesi di cultura islamica) le madri sono giunte per ricongiungimento, raramente lavorano, non conoscono l’italiano e tendono a restare confinate nell’ambito domestico. Frastornate dalla dissonanza tra i modelli educativi con cui sono cresciute e quelli vigenti in una società occidentale avanzata con cui sono a contatto i loro figli fin dalla scuola materna, rischiano di trovarsi disorientate. La presenza fisica non si traduce quindi in dimestichezza con la società ricevente e con le sue istituzioni, e neppure in capacità di sostenere l’educazione scolastica dei figli. Fanno eccezione le donne più colte e consapevoli, che in diversi casi partecipano attivamente a opportunità formative e iniziative di socializzazione, ma vivono con sofferenza la difficoltà di trovare sbocchi professionali adeguati.
- Manca in genere una struttura familiare allargata, che rappresenterebbe un ausilio e una conferma per l’autorità genitoriale e un sostegno per l’impegno educativo delle famiglie, soprattutto quando i genitori sono molto assorbiti dal lavoro extradomestico.
- La scuola italiana si è posta da tempo la questione dell’integrazione dei minori di origine straniera e può essere ritenuta uno degli ambiti istituzionali più sensibili al tema dell’immigrazione .Le iniziative sviluppate in questi anni sono state molte, anche se legate a forme di mobilitazione volontaristica dal basso, più che di iniziativa politica centralizzata. Nell’ultima fase, però, sono venute meno le risorse che il sistema scolastico dedicava ai progetti di educazione interculturale, con il distacco di insegnanti e il ricorso a figure di mediatori linguistico-culturali. Nel momento in cui cresceva la domanda, è diminuita drasticamente la capacità istituzionale di prendersi carico dell’integrazione nel sistema scolastico dei minori di origine straniera.

Molte ricerche sono state fatte sulla situazione dei figli di famiglie immigrate. Da  queste ricerche emerge anzitutto che l’integrazione sostanzialmente funziona grazie soprattutto alla famiglia e alla scuola. I ragazzi danno rilievo al valore della famiglia, come “principale ancoraggio identitario, in un immaginario dell’appartenenza che per molti è troppo vago e in ogni caso problematico”. Naturalmente, per molti aspetti i giovani di origine immigrata assomigliano ai coetanei italiani, anche negli aspetti problematici (disorientamento, scarsa partecipazione sociale e politica, enfasi sui consumi, ecc.). Li differenzia però l’incidenza, definita “fortissima”, della percezione di sé come “semi-estranei” al contesto italiano e la conseguente “incomunicabilità” della loro appartenenza complessa a coloro che non la condividono, che producono disagio e solitudine. Sotto il profilo strutturale, si fa sentire soprattutto la questione abitativa: i giovani avvertono l’assenza di spazi personali, in cui trovare rifugio e autonomia. Anche per questo, sono assidui frequentatori di spazi pubblici, come i parchi cittadini

Le famiglie immigrate, d’altra parte, vivono in molti casi profonde ambivalenze nei confronti dei figli che crescono nelle società ospitanti: ne auspicano la piena integrazione e l’avanzamento sociale, ma ne paventano un’assimilazione culturale che li allontani dall’identità ancestrale e li separi da loro.

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