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I minori regolari

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I minori regolari sul territorio italiano
Testo di Marco Bajardi


La caratteristica che li accomuna è che non sono in Italia per propria scelta, per un progetto migratorio personale, ma sempre per una scelta dei genitori, che, se da una parte ha elementi di tranquillizzazione, dall’altra, in particolare nella preadolescenza e nell’adolescenza, viene a sommarsi ai conflitti adolescenziali con la famiglia.

Differenze notevoli comunque vi sono tra i minori in Italia dalla nascita o dalla prima infanzia e tra i minori ricongiunti a una età più elevata (dai 10 anni in su). Per questi ultimi, ad esempio, vi è spesso un passaggio da una situazione di relativo agio nel paese di origine, garantito dalle rimesse dei genitori, a una situazione di quasi marginalità nella nostra città.

Cerchiamo allora di individuare, per sommi capi, quali sono le principali caratteristiche problematiche di questi soggetti, quelle che li rendono simili e quelle che li differenziano.
Se esaminiamo le storie dei minori stranieri messi alla prova con famiglie regolari possiamo anche qui rilevare alcuni elementi che ricorrono con una certa frequenza e che si ritrovano anche in procedimenti di volontaria giurisdizione con minori della stessa provenienza.

Qui le storie sono maggiormente diversificate, ma con alcune costanti.
Per la maggior parte si tratta di ragazzi che hanno subito le scelte di migrazione dei genitori spesso prima il padre, che sono rimasti nel loro paese di origine con i nonni o altri parenti, che dopo diversi anni (chi 7, chi 8 ma anche fino ai 15 o 16) si ricongiungono con i genitori.
La prima cosa che appare è una sofferenza legata a tanti fattori: l’abbandono prima, il ricongiungimento “al ribasso”, poi, (in fondo al loro paese, con le rimesse dei genitori, erano dei privilegiati), lo spaesamento del dover fare convivere diversi modelli di vita, di stimoli educativi e, quasi sempre, all’interno di una situazione sociale abbastanza marginale.
La seconda è l’asimmetricità della loro collocazione in famiglia. Rispetto all’integrazione hanno spesso più risorse dei genitori, parlano la lingua, si muovono con maggior facilità nel nostro mondo (una madre marocchina è analfabeta, due genitori albanesi, che frequentano quasi solo connazionali, parlano con difficoltà l’italiano…)

Lo spaesamento del vivere tra due culture, quella d’origine e quella d’accoglienza, è più profondo per chi non si è trovato direttamente coinvolto nel processo di migrazione, ma si trova a dovere vivere in due dimensioni culturali di cui nessuna è realmente interiorizzata. Gli stimoli tra l’educazione e i modelli della famiglia e quelli degli altri adulti significativi (insegnanti, operatori, ecc.) sono spesso contradditori e la reazione del ragazzo, per sopravvivere è spesso quella di negarne uno (generalmente quello di provenienza) alla ricerca di una identità sicura.
Questo meccanismo è però destinato quasi sempre al fallimento: avere come modello unico di integrazione l’assimilazione con il ragazzo italiano, con cui comunque non sarà mai paritario, sarà fonte prima di frustrazione e poi di rifiuto di integrazione sociale.

Questi spaesamenti, questi conflitti sono duri per i minori, ma anche per i genitori.
La famiglia è impreparata; l’adulto, con l’immigrazione, ha affrontato un processo di rottura del proprio equilibrio e di cambiamento profondo di cui spesso non è consapevole, ma che nel rapporto educativo con i figli emerge in maniera drammatica nell’incapacità a rielaborare la frattura tra norme e valori della propria cultura con quelli del paese di accoglienza. Il bagaglio di strumenti educativi che il genitore immigrato possiede non è più adeguato nella nostra società. La famiglia non riesce più a costruire il senso delle regole di comportamento, non ha più il contesto che la sostiene, due padri chiedono il rimpatrio del figlio dopo che ha compiuto un reato; un padre, dopo che il figlio lo aveva raggiunto a 12 anni, dopo il reato lo rimanda al paese di origine, lì il ragazzo non ha niente da fare e ritorna a Torino.

Su questi aspetti le cose variano molto rispetto alle provenienze, ma la confusione per il minore resta la stessa.
Anche per questi ragazzi il luogo naturale di vita è spesso la strada. La strada è un luogo che il ragazzo può occupare e abitare con una certa autonomia, è il luogo dell’incontro tra ragazzi, spesso con meno contraddizioni di quelle che trovano in famiglia o a scuola, è il luogo di cui è più facile appropriarsi. La strada è il luogo in cui minori e giovani di seconda generazione possono trovare delle risposte, è il luogo delle libertà e dell’erranza. La strada dà sicurezza, punti di riferimento.

I giovani di seconda generazione sono in strada perché respingono la casa e le istituzioni, sono respinti dalla casa e dalle istituzioni. La strada è un luogo di ricchezza ma può essere lo spazio di “iniziazione selvaggia”.
Il mondo educativo locale non sempre riesce a porsi il problema di valorizzare le risorse del mondo migrante: gli operatori, gli educatori, gli animatori che lavorano con i giovani migranti nelle strutture dell’assistenza, nei centri di aggregazione, nelle scuole, sono italiani e non abituati a trattare con i problemi della seconda generazione migrante. Ciò non aiuta a creare riferimenti identitari forti e positivi: i riferimenti proposti sono solo italiani.

Questi ragazzi hanno bisogno di “abitare” la cultura italiana, ma hanno anche la necessità di fare i conti con le proprie origini e con quelle dei genitori; nella crescita, nella costruzione di percorsi identitari, non si può saltare nessuno di questi due processi, altrimenti si rischia il definirsi di identità fragili e particolarmente esposte.

I ragazzi immigrati rendono evidente come il loro bisogno sia legato non solo alle risposte materiali, ma anche a altre dimensioni, quelle affettive e relazionali, il bisogno di vedersi riconosciuto un posto e una dignità.
Come già detto, la fascia di popolazione è diversificata: da una parte i minori e giovani presenti irregolarmente sul territorio cittadino (per lo più minori soli ambulanti o presenti nei circuiti illegali), per i quali sono note le difficoltà di stabilire rapporti positivi e di crescita a partire dall’incontrarli in momenti di particolare difficoltà (ad esempio all’interno del circuito penale), dall’altra gli adolescenti e giovanissimi presenti nella nostra città con la famiglia o spesso con un solo genitore.

Situazioni diverse, ma accomunate dal fatto che i problemi della crescita e della ricerca di identità si intrecciano aggravandosi con il processo di acculturazione, ovvero con i processi di distacco e separazione reale dalla cultura del paese di origine e di marginalità rispetto a quello di accoglienza.

A questo proposito è interessante riportare alcuni pezzi di un lavoro di Lucien Hounkpatin, etnopsichiatra, responsabile clinico del Centre Dévereux dell’Università Parigi VIII.

[...] Se, nel migliore dei casi, in un processo di riorganizzazione e di ristrutturazione delle strutture famigliari tradizionali, che tenga conto dei modelli che strutturano le famiglie nei paesi d’accoglienza, la rottura dell’involucro culturale mette il migrante in situazioni congelate o di incomprensione, non è raro osservare, presso alcuni genitori alla ricerca di punti di riferimento, la riproduzione in maniera rigida e severa dei modelli della tradizione d’origine.
In tali condizioni, i genitori che cercano sia di proteggersi sia di proteggere i loro figli, si danno delle funzioni parentali totalmente sfasate rispetto a quelle del mondo d’origine o del paese di accoglienza.
I ragazzi cresciuti in una tale struttura famigliare sembrano persi. Di fronte a questa rigidità, la sola possibilità loro offerta è la “frammentazione”. Così si ritrovano di fronte alla frammentazione delle parole degli adulti che li circondano e non sanno più a chi fare riferimento. Questa frammentazione è l’espressione della separatezza con la quale si confrontano i due mondi (il mondo di origine e il mondo occidentale). I ragazzi, allo stesso tempo famigliari ed estranei alle logiche dei due mondi, non riescono a strutturarsi né in uno, né nell’altro. E questo li conduce a disimpegnarsi dall’ordinamento della realtà nei due mondi. Come conseguenza, sono portati a seguire una logica personale o a irrigidirsi per rifugiarsi in un comportamento di negatività, quando i fatti li richiamano all’ordine. Non deve quindi sorprendere che le azioni tendenti a porre rimedio ai loro atti non riescano a essere portate a termine e si ritorcano contro di loro, poiché queste restano comunque concepite nel disordine. Allo stesso modo, quando i ragazzi si trovano “intrappolati” dal loro stesso comportamento e dalle relative conseguenze, cercano ancora i mezzi per sottrarsene tentando di mettere una distanza da ciò che pensano essere la fonte dei loro mali [...]
[...] La storia di questi ragazzi mette in evidenza il loro errare tra le diverse istituzioni sociali e la strada. Un errare per il quale “la città è diventata la savana”, in cui i ragazzi sembrano vagare in cerca di iniziazione selvaggia, in una obbligata ricerca di identità.
Se alcuni dei loro atti criminosi possono essere intesi come un’impossibilità a sottomettersi alla logica – e quindi alle leggi – del mondo occidentale, dimostrano ugualmente la loro ignoranza della logica della loro società di origine, ignoranza ammessa dai genitori, che non hanno potuto trasmetterli. Così, costretti a rispondere dei propri misfatti davanti alla legge e poiché la loro responsabilità è messa in causa, presentano un comportamento di panico o confuso.
Ci si può legittimamente chiedere: da che cosa stanno sfuggendo questi ragazzi e le loro famiglie? Quali elementi del loro passato continuano a seguirli, mettendo in pericolo il nocciolo e la fondazione della propria casa e di chi vi abita?
Quanto a questi ragazzi, di fronte ai disordini presentati, di fronte alla struttura famigliare, non hanno potuto beneficiare a sufficienza degli elementi di trasmissione di un sistema logico (occidentale o dell’universo di origine dei loro genitori) in grado di strutturarli.
Come conseguenza si può pensare che ciascuno dei loro atti criminosi costituisca ogni volta una nuova prova di iniziazione al solo mondo a cui possono accedere: la strada. Ciascun atto di trasgressione appare così un tentativo di iniziazione selvaggia, reiterata, poiché nessun sistema logico organizza e struttura queste prove [...]

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