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Diventare adolescenti in Italia

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Diventare adolescenti in Italia

Gli adulti di domani

di Roberta Ricucci


Quanto già detto, dai conflitti intra-familiari all’ambiguo ruolo svolto dal capitale etnico, dalle diverse modalità di intrecciare una relazione con l’ambiente circostante al processo di etichettamento dei media, si riflette, in parte, anche su coloro che in Italia sono nati o sono arrivati prima dell’inizio della scuola dell’obbligo. Si tratta delle cosiddette seconde generazioni su cui tanto si è già scritto, sia pure impropriamente. Un dato che deve far riflettere. Il peso delle “vere” (in senso di appartenenza generazionale) seconde generazioni è sì in crescita, ma percentualmente scarso rispetto a quello dei pre-adolescenti e degli adolescenti nati all’estero, ma la società ne ha già descritto i percorsi scolastici, le scelte amicali, le attività del tempo libero. Cosa significa questa attenzione? Forse timore, ansia rispetto alla comprensione di cosa diventeranno i figli dell’immigrazione. Paura che si autoadempia una profezia che assimila queste giovani leve esclusivamente a quelle delle banlieues e dei ghetti di città americane, dimenticando, ad esempio, gli studenti coreani nelle più prestigiose università statunitensi, gli indiani e i cingalesi in quelle inglesi, i professionisti nel campo delle scienze e dell’informatica in Germania, il successo economico dei cinesi in Olanda. Le preoccupazioni di avere a che fare con una zeitbombe, pronta a scoppiare di fronte al difficile accesso alla cittadinanza finiscono per ipotecare negativamente la scena futura di queste generazioni. Al plurale, perché diverso è crescere da rumeno o da egiziano, da filippino o da senegalese. Tratti somatici, eredità culturali religiose, processi di stereotipizzazione e pregiudizi (anche positivi) consolidati, accompagnano il diventare grande di parte del capitale umano italiano, per cui più che ipotizzarne gli esiti di inserimento sociale occorrerebbe predisporre azioni di accompagnamento e una solida formazione. A questo punto vale la pena richiamare quanto sottolineato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel suo discorso in occasione della cerimonia di apertura dell’anno scolastico 2009/2010: “La crisi economica che stiamo attraversando ha suscitato accese discussioni in merito alle migliori strategie da seguire per superarla. Ci sono state e ci sono, come è normale, notevoli divergenze, ma su due punti si è registrato un riconoscimento praticamente unanime. Dalla crisi l’Italia deve uscire migliore di come vi è entrata, bisogna quindi guardare alle risorse, soprattutto intellettuali e politiche, su cui far leva per superare le ragioni di debolezza strutturale del nostro sistema economico e sociale, per renderne possibile una crescita più sostenuta che negli ultimi dieci anni. Un’importante ragione strutturale di debolezza, e questo è il secondo punto su cui si conviene, è costituita dall’insufficiente valorizzazione del nostro capitale umano”. E le secondo generazioni rischiano di scontare tale scarsa valorizzazione. Per loro l’impatto con la società in cui sono nati (o sono arrivati in tenera età) potrà essere meno traumatico se, a prescindere dalla cittadinanza, si metteranno in campo strategie e strumenti per favorirne la piena integrazione. A partire dalla scuola dell’infanzia e da quella materna, dove l’attenzione alla socializzazione può far passare in secondo piano che per i bambini stranieri il rientro in famiglia non si traduce in un consolidamento di quanto appreso a scuola, ma in un ritorno in un altro contesto linguistico (perché definito da un’altra lingua e/o da un uso della lingua italiana non sempre corretto). Aspetto che si accentua con l’ingresso nella scuola primaria e che si amplia man mano che la carriera scolastica progredisce. La scommessa ad oggi più significativa è nei loro confronti. La qualità del sistema scolastico italiano si misurerà, anche, attraverso la sua capacità di garantire alle seconde generazioni le stesse opportunità dei loro coetanei. Davvero.

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