Educazione interculturale
Educazione interculturale: un’occasione privilegiata
Mi è accaduto di dover ringraziare la presenza di un allievo straniero per ristabilire in classe una spinta ad impegnarsi nello studio, a imparare, a riconoscere i privilegi di una infanzia e una adolescenza vissute nella bambagia. Da queste considerazioni nascono sani e robusti dubbi: “Forse non sappiamo ancora tutto, forse abbiamo false certezze, forse riceviamo dai media impressioni che lasciano segni e che non verifichiamo”.
L’educazione interculturale è fare della scuola un’occasione privilegiata per acquisire strumenti di lettura e interpretazione della realtà, laddove emergono nuove povertà: la povertà di istruzione, formazione, educazione. Scarseggiamo di istruzione, cioè di strumenti per sapere chi siamo, da che gente e cultura veniamo, come e con chi possiamo progettare il futuro della nostra società. Manchiamo di formazione, cioè della consapevolezza di essere cittadini del pianeta terra e di doverci responsabilizzare a sostenerne la vivibilità e il benessere, a promuovervi la fruizione e il rispetto dei diritti di ciascuna persona e delle collettività tutte. Manchiamo di educazione, cioè della capacità di uscire da noi stessi, dallo spazio delle nostre abitudini e andare verso la diversità, la novità, il futuro, verso quella sfida che la migrazione lancia al nostro senso della libertà e del rispetto dei diritti umani.
La geografia, questa Cenerentola della scuola italiana; la storia, spesso limitata a raccontare il punto di vista occidentale sulle vicende del mondo; il diritto e l’economia, riservati a pochi eletti; la letteratura, che pare esistere solo nel Nord del mondo; l’educazione civica, inesistente nel percorso scolastico dei nostri allievi, possono diventare tutti luoghi affascinanti per colmare il vuoto delle nostre nuove povertà.
L’impegno educativo è fatto di pazienza: richiede tempi lunghi, allenamento, capacità di scelte anche impopolari. Non si impara solo con la testa: si cresce nella misura in cui alla testa si affiancano il cuore e le mani. La scuola insegna a sapere, volere, fare: per questo è un mestiere faticoso e che non si improvvisa, perché definisce tutto il bagaglio di quel “sapere” che costruirà il futuro del lavoro e dell’esercizio della cittadinanza.






















