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L’educazione, un impegno di speranza

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L’educazione è il grande motore dello sviluppo personale. È grazie all’educazione che la figlia di un contadino può diventare medico, il figlio di un minatore il capo miniera o un bambino nato in una famiglia povera il presidente di una grande nazione. Non ciò che ci viene dato, ma la capacità di valorizzare al meglio ciò che abbiamo è ciò che distingue una persona dall’altra.

(Nelson Mandela)

Il futuro sono mille voci

Un nuovo anno scolastico è iniziato, mille voci, preoccupazioni e speranze tra i ragazzi e le ragazze adolescenti che affrontano il nuovo periodo di studio nella scuola secondaria di secondo grado.

C’è chi sta facendo il suo primo ingresso nella scuola italiana.

  • Sono arrivato da pochi mesi da un altro Paese del mondo: ero abituato a un’altra lingua, le prove erano sempre scritte, io l’italiano non lo so.
  • Non so come avvicinare i compagni, passo l’intervallo da solo.
  • Gli insegnanti parlano in modo tanto veloce.
  • È dura, quando esco da scuola devo anche andare al CPIA per imparare l’italiano e prendere il diploma di terza media.

Per alcuni, sono passati solo pochi giorni dagli esami di inizio settembre, che dopo lo studio estivo hanno rappresentato il momento della verità.

  • È stata dura studiare tutta l’estate, ma spero che ora quello che so sia sufficiente per affrontare il nuovo anno.
  • È davvero meglio che io ripeta la classe per rafforzarmi? O forse è bene che io ripensi alla scelta della tipologia di studi e con la nuova conoscenza che ho maturato di me stesso capisca di dover cercare un indirizzo di studio più vicino ai miei desideri, alle aspettative sul mio futuro di studio e di lavoro?

C’è chi prosegue negli studi, arrivato ormai in Italia da qualche anno.

  • Ormai con i miei compagni sto bene. Qualche volta andiamo insieme al parco a giocare, di pomeriggio.
  • I miei genitori non sanno guardare il registro elettronico. È vero, lo scorso anno mi è capitato di non dire loro la verità sui miei voti: non volevo farli soffrire, mi chiedono solo di studiare e al lavoro pensano loro.
  • La prof di inglese dice che ormai sono brava come i miei compagni: ci ho messo tre anni per mettermi in pari con i miei compagni… eppure l’inglese lo avevo studiato già al mio Paese! Ma là si faceva grammatica, qui devo parlare in lingua e capire i film.

“C’è sempre il tempo”. L’impegno di INP nella comunità educante.

Nel suo saluto di inizio anno, Fabrizio Manca, Direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte, ha scritto:

  • La scuola realizza la sua insostituibile missione istituzionale, sociale e culturale, necessaria alla crescita del Paese, quando ricorrono due condizioni fondamentali: tutte le sue componenti collaborano in maniera solidale alla costruzione di valori condivisi; l’offerta di istruzione e formazione non trascura nessuno, includendo, integrando e orientando tutti, nel rispetto delle potenzialità e delle diversità di ciascuno intese come arricchimento. (…) Ai docenti, impegnati in prima linea nell’ascolto dei propri alunni e nell’arte di saper intercettare i loro bisogni formativi per guidarli nella piena espressione delle loro potenzialità, rinnovo la fiducia nella capacità di veicolare, attraverso una didattica sempre più innovativa, al passo con i tempi, l’acquisizione negli studenti di quel mix di competenze cognitive, sociali ed emozionali, che la partecipazione attiva, responsabile e consapevole alla vita sociale richiede.

Noi crediamo di essere utili affinché le parole del Direttore divengano realtà per tutti: lavoriamo in sussidiarietà con la scuola e con le famiglie perché quegli obiettivi diventino la storia vissuta anche di chi fa più fatica.

Il Nostro Pianeta è un’associazione nata nel 2008 con l’obiettivo di sostenere nel percorso formativo gli adolescenti di fascia debole, in particolare figli della migrazione. Da allora abbiamo conosciuto tanti cambiamenti nello scenario in cui agiamo (dai ricongiungimenti che anni fa avvenivano nel corso della scuola elementare a quelli di oggi, che prevalentemente si verificano sulla soglia della maggiore età, ai minori soli che sono tornati a essere assai numerosi dopo un periodo di calo, alle vittime di tratta minori alloggiate in normali comunità per minori. Abbiamo visto tanti cambiamenti nella scuola italiana (la riforma Gelmini, la riforma della Buona Scuola, il rientro di alcuni suoi obiettivi). Abbiamo visto arrivare i profughi dalla Siria e abbiamo aiutato chi li sostiene, facendoci carico di ciò che attiene alla nostra mission: accogliere il ragazzo come studente, capire cosa abbia studiato nel suo paese e che cosa sappia, cercare di valutare le sue competenze a 360 gradi, cercare un CPIA che lo accolga per l’apprendimento della lingua italiana e - se non è stagione - allestire lezioni direttamente nella nostra sede, cercare un orientamento formativo possibile, inserire subito in una classe per far sperimentare una socialità che non permetta di chiudersi in se stessi e nelle proprie riflessioni disperate, sostenere la famiglia nell’incontro con la scuola italiana.

  • Sono arrivato dalla Siria. I miei fratelli sono stati iscritti alle medie, ma io sono grande. Non so una parola di italiano, non so scrivere. In associazione mi hanno convinto a frequentare il CPIA e anche un istituto serale. È troppo faticoso, mi sono detto dal primo giorno. Io in Siria stavo bene, la mia famiglia stava bene, qui siamo dei disperati. A un certo punto volevo mollare tutto, che c’entro io? Abbiamo fatto una riunione con i prof dell’associazione, hanno parlato con me e con mio padre, eravamo insieme e ci siamo detti cose che a casa difficilmente ci diciamo. C’era anche un ragazzo, è venuto per me e mi ha raccontato la sua storia. Peggio della mia, ma lui ce l’ha fatta, ha finito la scuola e lavora. E dire che lui è arrivato da solo, un grande. Io almeno ho i miei. Non c’è altro da fare, mi sono detto, tocca tirarmi su le maniche. Ma di frequentare anche le materie come storia, non capisco cosa farmene.

Abbiamo visto genitori impossibilitati a comprare libri di testo e materiali didattici sempre più costosi e ad affrontare visite di istruzione, uscite, figli che chiedono a gran voce di essere come i loro compagni più benestanti, dotati di cellulari di ultima generazione. Abbiamo visto famiglie italiane, impoverite dalla crisi economica, tentate di interrompere la carriera scolastica dei figli.

  • Se quest’anno non l’ho tolto da scuola è perché a INP mio figlio ha trovato i libri e le cose che gli servivano per studiare. Mi hanno promesso di seguirlo perché non perda l’anno e si possa finalmente finire questo istituto triennale. Quando ha iniziato, il mio lavoro bastava. Ma io intanto il lavoro l’ho perso. L’ho detto ai professori, io alla sua età lavoravo e anche se mi dispiace, imparerebbe tante cose anche al lavoro. Per lui è più facile trovare, spero. Per quest’anno va così. Speriamo almeno che studi e finisca.

Abbiamo visto insegnanti capaci di dedicare passione, tempo e pazienza, attenti a personalizzare i programmi creando piani didattici funzionali al percorso individuale. Abbiamo incontrato insegnanti in seria difficoltà a riconoscere le incompetenze vere degli studenti fragili, pronti però a fare come se tutto andasse bene: ma alla fine i ragazzi non hanno imparato nulla.

Dice un’allieva:

  • È tremendo quando arrivi dall’altra parte del mondo a 17 anni e ti chiedono cose che non sai. Io andavo bene a scuola, ma qui no: i miei insegnanti danno per scontato che io sappia riconoscere Paesi e continenti su un planisfero; o che conosca a grandi linee le fasi della storia; o collocare temporalmente un secolo passato rispetto al presente, sapere com’erano diversi allora rispetto a oggi. Ma io non so niente di queste cose.

La sua insegnante risponde:

  • Certo, posso capire. Ma se questa competenza non è stata acquisita, che posso mai farci alle soglie dell’esame di stato? Che strumenti ho, a scuola?

Quando allo stesso argomento di fisica o di matematica corrispondono contenuti assai meno completi di quelli richiesti nella classe di nuovo inserimento, come può la scuola da sola proporre un recupero vero, individuale?

Rose e fiori

I ragazzi che si sono rivolti all’associazione nel corso del 2017 (dati parziali sulle nuove prese in carico, fino a luglio) sono stati 54, tra i quali 28 femmine e 26 maschi.

Sedici i Paesi di provenienza: 1 Messico; 1 Colombia; 21 Perù; 2 Brasile; 2 Siria; 4 Filippine; 1 Turchia; 1 Albania; 5 Senegal; 3 Egitto; 1 Camerun; 1 Repubblica Democratica del Congo; 2 Nigeria; 2 Marocco; 4 Italia; 3 Romania.

Per quanto concerne l’arrivo in Italia, 11 sono neo arrivati (2017), 12 sono arrivati nel 2016, 5 sono arrivati nel 2015, 1 è arrivato nel 2014, 3 sono arrivati nel 2013, 5 sono arrivati nel 2012, 5 sono arrivati nel 2011, 1 è arrivato nel 2010, 2 sono arrivati nel 2008, 1 è arrivato nel 2006 e 1 è arrivato nel 2005.

Sette sono nati in Italia (fra cui, 4 seconde generazioni)

L’età media è di 15 anni; il più giovane ha 11 anni, il meno giovane ne ha 23.

Le scuole frequentate a.s. 2016-17: CPIA 7, scuola elementare 5, scuola media 8, licei 10, istituti tecnici 5, istituti professionali 13, formazione professionale 4, lavoro 1, neo arrivati non iscritti 4

Tre ragazzi hanno frequentato contemporaneamente una scuola professionale o un istituto professionale e un CPIA.

  • Di mattina lavoro al mercato con mia madre, al pomeriggio studio e poi frequento una scuola serale: siamo quasi tutti maschi e stranieri. Io non sono abituato a sentire così tante lingue e a incontrare modi così diversi di fare. Al mio paese eravamo tutti di noi, non c’erano gli immigrati.
  • Io ho forse 16 anni (forse, perché io non lo so; ma i dottori qui a Torino hanno detto così), vado al CPIA, ma poi sto sempre chiusa in comunità. Mi proteggono perché sono una vittima della tratta, così ci chiamano. Ho conosciuto la geografia attraverso il cammino dalla Nigeria a Lampedusa. A ogni cambio di paese, un nuovo stupro. Ma da quando sono arrivata a  Torino, la mia amica grande italiana di INP viene tutte le settimane a parlare e scrivere italiano con me. Guardiamo le carte geografiche e mi sto facendo un’idea della terra, dei continenti, di quanta gente abiti nel mio Paese e di che storia e che problemi abbia. Ho un quaderno tutto mio e ci scrivo delle canzoni.
  • Ho compiuto 18 anni, è stato emozionante e in associazione mi hanno festeggiato tutti. Ho avuto una bella maglietta in regalo e abbiamo fatto tante foto. Però con la storia dei diciotto anni ho dovuto lasciare la comunità dove vivevo e ora lavoro in un mercato a Milano. Bene. E male… Davvero avrei voluto studiare, in Egitto non ho mai potuto. Mi piace tanto capire e saper fare. Ho preso la terza media dopo poche settimane di CPIA, ma non so ancora leggere e scrivere bene. Appena sono un po’ sistemato con il lavoro, riprendo. Per questo con l’associazione mi tengo in contatto, so che loro mi aiuteranno, quando sarà possibile. Ogni tanto viene qualcuno di loro a trovarmi, parliamo dei miei documenti, del contratto di lavoro che non ho, della casa dove viviamo in otto, tutti ragazzi egiziani. Pago un po’ troppo per quel letto.
  • Nelle Filippine studiavo in una scuola privata inglese. Arrivata qui sono stata iscritta dai miei genitori in un istituto tecnico turistico, al terzo anno per via della mia età e degli anni già svolti al mio paese. Io non ho mai studiato l’italiano, le materie sono troppo difficili per me. Faccio terza e non capisco niente, a mala pena qualcosa di inglese. Non riesco mai a stare dietro.
  • Ho conosciuto l’associazione questa estate. La mia famiglia è rifugiata: siamo arrivati dalla Siria. Io ho fatto il primo anno di scuola superiore, sono stato bocciato. Tutta l’estate mi hanno fatto riprendere tutto il programma delle medie di matematica. Così quest’anno potrò ripetere la classe, ma partendo con basi più sicure.
  • Sono arrivata dal Perù da poco, mia madre lavora in Italia da tanti anni. Ora mi ha fatta venire con lei. In Perù avevo finito i miei studi, ma qui devo riprendere la scuola superiore. Questa estate ho studiato 4 materie per dare gli esami di ammissione alla scuola più vicina al percorso fatto in Perù: lo scritto di italiano è davvero difficile!
  • Sono un ragazzo senegalese. Ho un insegnante di sostegno a scuola. Sono stato rimandato di due materie: al nostro Pianeta sono andato per imparare a scrivere i temi e fare le relazioni.

Chi si occupa di tutto questo? Chi ha a disposizione una grande biblioteca di scolastica in molte lingue e poi si mette di fianco a ognuno per ricominciare daccapo?

Come arrivano da noi questi ragazzi?

Attraverso la rete NOMiS e il passaparola all’interno delle comunità di origine, delle scuole, delle educative di strada, delle comunità alloggio di minori e di rifugiati.

Sono tanti ormai a Torino gli insegnanti e gli operatori che ci chiedono di collaborare, facendo con i ragazzi orientamento, riorientamento e percorsi di recupero in corso d’anno.

  • Qui mi spiegano finché non ho capito, c’è sempre il tempo perché io scriva, ripeta a voce alta, trovi un verbo nuovo, capisca il significato di una frase difficile.

La rete NOMiS

Da parecchi anni il nostro lavoro sta dentro la rete del progetto NOMiS (Nuove Opportunità Minori Soli, finanziato da Compagnia di San Paolo) e la collaborazione con gli altri partner ci aiuta anche a creare intorno ai ragazzi una rete di opportunità e di servizi complementari relativi agli aspetti normativi, ai temi psicologici, alla socializzazione.

La nostra mission all’interno della rete è proprio ristabilire pari opportunità nel diritto allo studio e lottare contro la dispersione, promuovere il successo formativo attraverso un corretto orientamento soprattutto di quei  ragazzi che non sono stati integralmente scolarizzati in Italia, il riorientamento di chi tardivamente si accorge di non aver effettuato una scelta coerente con le proprie aspettative (non possiamo dimenticare che la scuola italiana - a differenza della maggior parte delle scuole extraeuropee - chiede nei fatti dopo la terza media di decidere tra una rosa infinita di indirizzi scolastici e di opportunità di formazione professionale). Ci occupiamo di sostenere lungo tutto l’anno lo studio di ciascuno. Nel periodo di chiusura di scuole e CPIA, ci occupiamo di organizzare corsi di italiano lingua seconda e di seguire chi debba preparare esami di ammissione per qualche disciplina in seguito al riorientamento, oppure abbia un debito formativo da colmare.

Chi corre di più

Tutto ciò non ci impedisce di avere anche chiara davanti agli occhi la necessità - mentre si sostiene chi è più debole - di offrire opportunità alle eccellenze.

  • Ogni tanto qualcuno mi dice che lo scientifico non fa per me, che avrei fatto meglio a scegliere una scuola più adatta. Intendono più facile. In effetti quest’anno è stata dura, alle medie andavo bene, qui ho studiato tanto, ma per l’italiano è dura, il latino l’ho portato a settembre. La prof dice che a casa non dovrei parlare francese con mamma, ma con lei e con i nonni in Camerun abbiamo sempre parlato così. E adesso che ho capito come funziona la struttura del latino, ce la faccio. Alle superiori è anche più difficile fare amicizia, in classe parlano sempre di cose costose che non posso fare. A INP però ho conosciuto altre persone che fanno il liceo, con loro ho fatto amicizia, ci aiutiamo e ridiamo un sacco.
  • Io e il mio velo destiamo sempre un po’ di sospetto: che ci fa un’egiziana al liceo classico? Eppure la mia insegnante di lettere alle medie mi aveva incoraggiata, dicendomi di non cedere alla tentazione di scuole meno complesse visto che sono capace di impegnarmi e desidero imparare. Certo mi sono portata a settembre due materie, ma le ho superate, anche grazie a INP.

Abbiamo utilizzato a volte l’opportunità dell’alternanza scuola lavoro per proporre ai giovani di lavorare con noi a percorsi di approfondimento di tematiche di attualità, con approcci innovativi e interdisciplinari, abbiamo proposto l’attenzione alla costruzione europea, alla cittadinanza globale e alla pace, al tema del dialogo interreligioso e del radicalismo, della laicità e della democrazia, al terrorismo internazionale.

  • È bello sentirsi europei, a volte mi sento più europea che italiana. Che poi, italiana non sono ancora! Cittadina globale sì, è una cosa che ho scoperto con INP, lavorando con loro a preparare un evento di sensibilizzazione per parlare ai giovani di Global Education. Ho studiato la costituzione e ho parlato in pubblico, chi l’avrebbe mai detto? E ancora più inaspettato, ho scoperto un interesse grande per le tematiche europeiste. Sono stata a Bardonecchia a un Forum dei giovani del Movimento Federalista Europeo, eravamo in tanti!

A ciascuno il suo

Il nostro tratto distintivo è la personalizzazione dei percorsi, sia quando lavoriamo con le eccellenze, sia quando siamo di fianco ai più fragili.

  • Sono arrivata dall’Albania alla fine di agosto dell’anno scorso: conoscevo 50 parole di italiano e a settembre ero in prima liceo scientifico. Sono stata fortunata: i miei professori si sono resi disponibili a collaborare con l’associazione. Tre pomeriggi la settimana io studiavo in associazione, in particolare italiano scritto e orale, tanta grammatica. Maria e Sara concordavano ogni settimana con i miei insegnanti il pezzo di lavoro che mi sarebbe toccato. Intanto facevo amicizia con altri, mi passava un po’ la paura. Ho finito l’anno senza debiti. Ho ancora tanta strada da fare, ma ho imparato a chiedere quando non capisco, a fare il doppio di esercizi di quelli che vengono suggeriti e a studiare proprio tutti i giorni dell’anno.

Non c’è mai un percorso standard, una proposta che vale per tutti.

E qui forse sta anche il segreto del successo della nostra attività. Certo il dispendio di energie è grande, il ricorso ai volontari obbligatorio, la conduzione del programma di lavoro ferma e autorevole, il rapporto con famiglie, insegnanti e territorio determinanti.

Utilizziamo l’ampia rete di rapporti costruiti nel corso degli anni, nonché le competenze dei soci, dei collaboratori, di tanti volontari, di ex allievi ormai cresciuti e formati.

Individualizzare/personalizzare significa progettare, accompagnare, continuamente verificare l’andamento, tenere il contatto con i giovani perché non si allontanino, non si scoraggino, non si lascino andare.

Significa inoltre offrire ai genitori e agli insegnanti servizi individuali di accompagnamento come forma di formazione e sostegno.

Solitamente non proponiamo ai docenti incontri formativi, ma scambio di esperienze, riflessioni su domande che ci poniamo insieme, per migliorare sinergicamente il percorso di sostegno dei ragazzi.

Il bilancio delle competenze

Punto chiave dell’attività con i neo arrivati è il bilancio delle competenze: quando D., senegalese appena ricongiunto, è arrivato da noi dimostrando di dover solo concludere un anno di scuola superiore per poi passare al Politecnico, suo grande sogno, abbiamo analizzato i suoi documenti scolastici, ma soprattutto i suoi quaderni. Si parlava ancora francese con lui. Abbiamo capito che l’informatica e in generale l’uso del computer non facevano parte delle sue competenze. Abbiamo chiesto a un’insegnante di matematica e fisica in un liceo, francofona, di passare qualche ora con il ragazzo per verificare le conoscenze e stabilire i punti da rivedere. Il lavoro è stato fatto andando indietro, sugli argomenti basilari delle due discipline, dal programma dell’ultimo anno di scuola superiore all’indietro: arrivati alle scuole medie senza trovare corrispondenza nella sua preparazione, ci siamo fermati. È stato un processo lento e sofferto la presa di coscienza dell’enorme percorso da fare in aggiunta allo studio dell’italiano e dell’abbandono necessario del sogno del Politecnico. È stato difficile anche condividere questo con il padre del ragazzo. Tuttavia si è trattato di un processo che ha consentito poi di prendere decisioni condivise: iscrizione al CPIA, iscrizione in un serale – seppure verso la fine dell’anno scolastico - per rafforzare l’italiano e rendersi conto di tutte le difficoltà delle discipline, accogliere come opportunità la possibilità di ripetere l’anno apprestandosi a un nuovo inizio a settembre. Per tutta l’estate abbiamo lavorato affinché l’anno scolastico successivo potesse andare a buon fine e intanto ci si è avvicinati all’informatica e al CAD.

Il mondo dei ragazzi: il peer tutoring

Abbiamo sperimentato da dieci anni la forza di affiancare ai ragazzi anche un peer tutor: un ragazzo di poco più grande, che sia in grado di intercettare il disagio e il benessere degli adolescenti presi in carico. L’esperienza di peer tutoring ha segnato tutti coloro che l’hanno vissuta. Tutti ci hanno ringraziato e hanno testimoniato di aver scoperto molto di sé mettendosi davanti all’altro. Alcuni sono poi cresciuti, si sono laureati e dedicano ancora all’associazione qualche ora settimanale di volontariato.

  • Ho 23 anni studio al Politecnico. Quando sono arrivata a Torino dalla Romania era agosto: sono arrivata all’associazione e giorno dopo giorno sono stata aiutata a superare il triennio terminale di un liceo scientifico. Ho avuto un ottimo risultato! Nel frattempo grosse difficoltà della mia vita familiare hanno richiesto che io cambiassi casa e l’associazione mi ha trovato una nuova famiglia in cui ora mi sento amata, accolta, apprezzata. Negli anni dell’università ho cercato di restituire un po’ di quanto ho ricevuto, andando in modo volontario a seguire ragazzi che stanno vivendo ora le difficoltà che avevo anche io e che ricordo bene.
  • Sono congolese. Figlio di un rifugiato. Il mio percorso scolastico è stato segnato e contraddistinto dalla mia tenacia, sostenuta da insegnanti e educatori dell’associazione. Mi sono laureato, ma ritorno spesso in associazione se posso dare una mano nelle discipline in cui mi sono specializzato. E’ una forma di restituzione!

Il mondo degli adulti

Sono aumentate tanto le richieste di intervento e accoglienza. Certamente Il Nostro Pianeta è più conosciuto, le scuole indirizzano frequentemente da noi già all’atto dell’iscrizione, qualche segreteria didattica mette addirittura in stand by l’iscrizione chiedendoci una verifica dell’orientamento.

Tuttavia, crediamo che l’aumento della richiesta di sostegno allo studio dipenda anche dalla crisi economica che rende alcune famiglie più fragili di fronte al compito educativo.

Sono aumentate le richieste anche perché sono aumentati i minori non accompagnati e i ricongiunti sulla soglia della maggiore età.

È più difficile questa partita che quella dell’inserimento alle elementari e alle medie. Le aspettative degli insegnanti delle superiori sono più definite e c’è meno duttilità davanti a richieste d’aiuto che imbarazzano gli studenti adolescenti e spesso rimangono addirittura inespresse.

I genitori immigrati e di fascia debole non conoscono la scuola italiana, non capiscono il funzionamento della scuola superiore, non usano il registro elettronico e non pensano che i loro figli diciassettenni, che in alcuni casi al loro paese erano considerati adulti, qui debbano tornare sotto totale tutela da parte loro.

Si apre in questi casi uno scenario di accompagnamento della genitorialità immigrata che vuol dire guardare con loro e spiegare i risultati scolastici, spiegare le note che gli insegnanti esprimono dopo interrogazioni e compiti. Promuovere l’assunzione di forme dialoganti nella relazione educativa anche tra le mura domestiche. Non è davvero scontato! Se spesso i genitori italiani venerano i loro piccoli Narcisi e li vogliono difendere dalle richieste esigenti della scuola superiore, in molte famiglie straniere sono in uso altre valutazioni sul ruolo della scuola e degli insegnanti e la scommessa sulla possibilità di fornire con l’istruzione un ascensore sociale ai propri figli rende molto – a volte troppo- esigenti e incapaci di interpretare e riconoscere le difficoltà dei figli stessi.

Que reste-t-il?

L’accompagnamento formativo degli insegnanti, affinché diventino autonomamente capaci di personalizzare il percorso di studio dei ragazzi fragili, la peer education, promossa presso gli istituti scolastici cittadini oltre che sempre attiva nella nostra sede, il ritorno come peer tutor e volontari di giovani, che abbiamo seguito prima del diploma, sono alcuni degli aspetti che testimoniano della sostenibilità del progetto, in termini di permanenza dei suoi effetti, e della sua capacità di rigenerare ben-essere a scuola e nella comunità locale.

Diceva Giovanni Bovio: “Aprite una scuola, chiuderete un carcere!”: investire in educazione, conoscenza e promozione di percorsi di cittadinanza significa impegnarsi con serietà per favorire coesione sociale, parità di diritti, crescita della partecipazione democratica.

Significa anche coinvolgere i giovani in attenzioni educative, che si declinano nella forza della relazione dialogante e promuovono lo spirito critico, e offrire strumenti anche ai giovani che potrebbero divenire preda del radicalismo.

Significa per noi costruire comunità e contribuire al suo sviluppo umano e, certamente, anche economico.

I nostri maestri

Paulo Freire denuncia i molteplici aspetti della disumanizzazione, che negano la vocazione umana a “essere di più”. Il dialogo educativo si esplica nella dimensione relazionale e implica alcuni presupposti nel pensare-agire dell’educatore e nella sua parola trasformatrice: l’amore, l’umiltà, l’autorevolezza, l’ascolto, la speranza, la coerenza, la creatività. L’educazione rispetta la soggettività dialogica e creativa degli esseri umani e non li considera “vuoti” da riempire, ma “corpi coscienti”, portatori di una “coscienza in rapporto intenzionale col mondo”. In questa prospettiva l’educazione si fa “problematizzante”, supera perciò la dogmatica e predefinita struttura oppressiva educatore/educandi e assume l’intima caratteristica della dialogicità, che reimposta creativamente e in modo sempre nuovo sia la relazione interpersonale-sociale sia il rapporto con il mondo e con i contenuti.

Zygmut Baumann lega il benessere e il potere oggigiorno, nell’era post-industriale, al possesso e alla gestione di conoscenza, inventiva, immaginazione, capacità di pensare e coraggio di pensare in modo differente. Oggi invece il panico ci assale di fronte alla prospettiva di un numero crescente di persone dalla scarsa istruzione (scarsa, certamente, a causa degli standard richiesti dal mondo che crescono rapidamente), e per questa ragione inadatte ai laboratori di ricerca, agli atelier, agli auditorium, alle case di produzione degli artisti o alle reti di informazione. La scuola può ancora preparare i giovani affinché riescano a scoprire e coltivare i propri talenti, l’acutezza, l’inventiva e lo spirito di avventura per affrontare il futuro incerto che li attende.

Edgar Morin ha rivolto un’attenzione specifica al mondo della scuola, contestandone apertamente i limiti ma anche proponendo costruttivamente una serie di obiettivi. La metodologia didattica deve superare la parcellizzazione del sapere nel mondo contemporaneo ed essere funzionale al pensiero complesso, adeguato alla comprensione delle dinamiche esigenze dell’interdipendenza planetaria. La missione dell’insegnamento è trasmettere non puro sapere, ma una cultura che permetta di comprendere la nostra condizione, di aiutarci a vivere, e nello stesso tempo una maniera di pensare in modo aperto e libero. È necessario lottare contro l’odio e l’esclusione e formare cittadini consapevoli, capaci di affrontare i problemi del loro tempo.

Lorenzo Milani considerava la scuola selettiva e classista, al punto da spingere i soggetti indigenti e più svantaggiati socialmente e culturalmente (quelli che oggi classifichiamo tra i BES) alla dispersione scolastica. Sottolineava l’esigenza di una cultura viva, data dalla stretta interazione tra scuola, istruzione ¬e realtà sociale (una didattica per competenze). Per questo egli chiese più istruzione: l’istituzione del doposcuola, delle scuole a tempo pieno; voleva che la scuola si aprisse al sociale, alla solidarietà, affinché i ragazzi avessero l’opportunità di manifestare con chiarezza e immediatezza il proprio pensiero. Era una scuola aperta la sua, dove il programma era condiviso dagli allievi e il rapporto e la relazione con l’altro erano fulcro e obiettivo dell’azione educativa. Una didattica inclusiva, in cui ciascuno era coinvolto, partecipe e protagonista della costruzione del sapere, pienamente coinvolto nella relazione con l’altro. Nuclei originari del suo pensiero pedagogico sono stati l’insegnamento della lingua, ovvero lo sforzo di ridare la parola ai poveri, l’aderenza alla realtà, il metodo cooperativo. La scuola è strumento di elaborazione della coscienza personale e sociale: andare in fondo alle cose, ragionare con la propria testa, porre domande è per Don Milani l’essenza del fare scuola.

di Paola Giani
Presidente Associazione Il Nostro Pianeta

Torino, settembre 2017

Associazione Culturale Il Nostro Pianeta
Sede legale: Corso Belgio 65, 10153 Torino
Sede operativa: Corso Cadore 20/8 (interno 23), 10153 Torino
www.ilnostropianeta.it
Paola Giani : giani@ilnostropianeta.it

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