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I tunisini di Lampedusa

Articolo tratto da www.migranti.it, www.meltingpot.org,  www.lavoce.it

“Il Collettivo di Tunisini di Lampedusa a Parigi occupa da questo primo maggio l’immobile appartenente al Municipio di Parigi, situato in Avenue Simon Bolivar 51, nel distretto 19. Il sindaco di Parigi ha più volte espresso il proprio sostegno ai tunisini recentemente arrivati a Parigi. Noi viviamo all’aperto, passiamo da 24 a 36 ore senza chiudere occhio, abbiamo paura, abbiamo freddo, abbiamo fame e manchiamo di tutti i bisogni fondamentali della vita quotidiana. Malgrado queste condizioni difficili noi restiamo degni. Il Collettivo di Tunisini di Lampedusa a Parigi chiede al sindaco di Parigi un luogo per tutti noi, per vivere insieme e per organizzarci. Noi resteremo qui fin tanto che una soluzione soddisfacente non ci sarà proposta. Vogliamo documenti per circolare e vivere liberamente! Facciamo appello a tutti coloro che vogliono sostenerci a incontrarci davanti a Avenue Simon Bolivar 51 a partire da questa mattina lunedì 2 maggio, alle 6” (Permesso umanitario, ma per fare cosa? Le proteste dei tunisini di Lampedusa a Ventimiglia e Parigi, Simona Savona su www.meltingpot.org).

Il citato Comunicato del collettivo “Tunisiens de Lampedusa à Paris” è lo spettro dell’emergenza che si affaccia in Europa conseguentemente alle rivolte nordafricane.

A partire dal 2 maggio, un centinaio di migranti tunisini bloccati ormai da giorni a Ventimiglia hanno proclamato uno sciopero della fame a oltranza e occupato uno spazio della stazione gridando slogan e issando cartelli e striscioni, per rompere il muro di indifferenza e protestare contro la condizione precaria e affatto dignitosa alla quale le politiche della Fortezza Europa li stanno costringendo.

Anche le reti solidali italiane e francesi (il Comitato Antirazzista Imperiese, il Collectif Welcome, gli abitanti della Valle del Roya) che da qualche giorno fornivano un pasto giornaliero ai migranti ospitati in stazione, vista la raggiunta capienza massima del centro di accoglienza, hanno sospeso il servizio, e alcuni si sono aggregati all’estrema forma di protesta. La speranza è quella di vedere al più presto soddisfatte le richieste dei ragazzi tunisini, già in precarie condizioni di salute dopo le peripezie vissute negli ultimi mesi (Permesso umanitario, ma per fare cosa?.Le proteste dei tunisini di Lampedusa a Ventimiglia e Parigi, Simone Savona su www.meltingpot.org).

Nonostante i proclami e le rassicurazioni del ministro Maroni, il governo francese opera un quasi sistematico respingimento in Italia dei migranti, magari dopo qualche giorno di soggiorno obbligato in un Centre de Rétention Administrative (CRA). Come testimoniano alcune organizzazioni di tutela dei diritti dei migranti (www.anafe.org), in Francia nelle ultime due settimane si è assistito a una moltiplicazione dei controlli frontalieri arbitrari, effettuati in maniera manifestamente discriminatoria nei confronti di quanti hanno tratti somatici maghrebini. Le stazioni ferroviarie del sud francese (Mentone, Nizza, Cannes, Marsiglia) sono fortemente militarizzate, e i tunisini intercettati vengono regolarmente arrestati, spesso indipendentemente dai documenti o dal denaro posseduto.

Le conseguenze dell’emergenza che stiamo vivendo si ripercuotono anche nella nostra città; La notizia è certa: per domani (o oggi) sono attesi a Torino 50 cittadini nordafricani (dei 23.000 a cui verrà concesso il soggiorno umanitario di 6 mesi). Nei prossimi giorni ve ne saranno altri. Ci sembra un modo costoso e poco civile: scaricare in una struttura protetta cittadini/e che fuggono da paesi dove la guerra e le tensioni sociali la fanno da padroni. Non sarà possibile, dopo Lampedusa (porto di arrivo), programmare uscite più facili e dignitose?
Perché dobbiamo far incattivire le persone che vengono con la speranza di pace? (Presto 50 tunisini e nordafricani al cie Torino, altri nei prossimi giorni, don Fredo Olivero - Direttore Migrantes Regione Piemonte e Valle d’Aosta su www.migrantitorino.it).

Con un numero dei migranti che continuava a crescere, il governo italiano ha cercato l’aiuto europeo su tre fronti: ha richiesto 100 milioni di euro come contributo per normalizzare la situazione a Lampedusa; ha chiesto al Frontex, l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne, di rafforzare la sorveglianza lungo le coste del Nord Africa per evitare la partenza dei barconi con i migranti; infine ha chiesto agli altri paesi di condividere il peso della situazione attraverso una distribuzione ordinata su tutta l’Unione Europea dei richiedenti asilo.

E mentre si annunciava un possibile flusso di oltre 250mila richiedenti asilo, alle richieste di aiuto all’Unione Europea dell’Italia si sono unite quelle dei ministri dell’Interno di Francia, Spagna, Malta e Cipro. L’Unione ha così avviato l’Operazione Hermes, un’operazione guidata dall’Italia per rafforzare il pattugliamento in mare e prevenire sbarchi illegali sulle coste e nelle isole. L’11 aprile il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, richiamandosi a una direttiva del 2001, ha chiesto agli altri paesi di condividere il peso dell’afflusso di migranti attraverso la concessione della protezione temporanea ad alcuni rifugiati. La richiesta è stata respinta dai singoli paesi e dalla Commissione Europea in quanto prematura.

I tunisini sono poi diventati 28mila e il governo italiano ha accordato loro un permesso di soggiorno temporaneo. Il 17 aprile, la Francia ha bloccato un treno che arrivava dal confine italiano con a bordo alcuni tunisini e ha poi minacciato di sospendere l’accordo di Schengen, che permette la libera circolazione a chi ha i documenti in regola. E mentre si aggrava la guerra civile in Libia e cresce l’incertezza politica in altri paesi del Nord Africa, la domanda da porsi è se l’Unione Europea sia preparata ad affrontare una crisi di rifugiati su larga scala sulle sue sponde meridionali (Rifugiati tra Lampedusa e Bruxelles, Tim Hatton su www.lavoce.info).

Il permesso di soggiorno per motivi umanitari rilasciato dal governo italiano in maniera fortemente discriminatoria, basando la concessione su un criterio arbitrario come la data d’arrivo sulle coste italiane, si sta dimostrando carta straccia, un bluff elettorale giocato sulla pelle dei migranti. Non solo questo permesso non conferisce alcun diritto a trovare un lavoro in regola nel nostro paese, ma esso si sta rivelando inservibile anche per assicurare il diritto di circolazione nello spazio europeo, nel garantire la libertà di scegliere dove andare e dove stabilirsi (Permesso umanitario, ma per fare cosa? Le proteste dei tunisini di Lampedusa a Ventimiglia e Parigi, Simone Savona su www.meltingpot.org).

La suddivisione del peso dei rifugiati tra paesi ospiti non può che fondarsi su una nozione di “giustizia” nella distribuzione equa di rifugiati indesiderati, ma che non si possono respingere. In realtà, l’opinione pubblica è per lo più favorevole a garantire un rifugio sicuro a migranti che fuggono da una persecuzione individuale o da una violenza generalizzata. Soddisfare motivi altruistici verso i rifugiati offrendo loro il diritto d’asilo è una forma di beneficio per la popolazione della società ospite. E ci si può attendere che gli individui di un paese traggano qualche utilità dal sapere che i rifugiati sono al sicuro in altri paesi. Poiché questo beneficio è non concorrente e non escludibile, concedere asilo equivale (in qualche misura) a fornire un bene pubblico, ma i costi finanziari e sociali che ne derivano ricadono esclusivamente sul paese che accoglie i rifugiati.

Un semplice modello che cattura le due nozioni assume che dai rifugiati deriva un’utilità marginale decrescente mentre il costo per rifugiato è costante. Quando i paesi decidono le loro politiche indipendentemente l’uno dall’altro non tengono conto del beneficio che i loro rifugiati rappresentano per i cittadini degli altri paesi. Così in un equilibrio di Nash, l’offerta di accoglienza per i rifugiati sarà insufficiente e in ogni paese la politica dell’immigrazione sarà più rigida di quanto non sarebbe se fosse decisa per tutti i paesi da un pianificatore sociale, tanto più se la pressione dei richiedenti asilo tra i diversi paesi non è equilibrata. La volontà di accettare i rifugiati può essere incrementata garantendo un sussidio finanziario per ridurre il loro costo marginale, ma un grave squilibrio può essere affrontato solo con una qualche forma di redistribuzione dei migranti tra i paesi ospiti.

Le politiche di redistribuzione dei rifugiati dovrebbero essere attuate da un’autorità centralizzata, ma i cittadini dell’Unione Europea sono pronti a concedere più potere su questi temi agli oscuri burocrati di Bruxelles (Rifugiati tra Lampedusa e Bruxelles, Tim Hatton su www.lavoce.info).

Gli strumenti atti alla gestione dei rifugiati a livello nazionale sono stati istituiti ma manca un coordinamento a livello internazionale.
Nel 2000 è stato istituito il fondo europeo per i rifugiati per fornire sussidi a singoli paesi per la cura dei rifugiati e oggi può essere utilizzato per dare un aiuto finanziario in caso di emergenza. Il passo più recente, poi, è l’istituzione dell’European Asylum Support Office (Easo), con sede a Malta, divenuto operativo alla fine del 2010. Ha il compito di favorire lo scambio di informazioni e di diffondere le migliori pratiche, oltre a garantire un sistema di allarme precoce e meccanismi di aiuto agli stati sotto “particolare pressione”. Interessante notare che ci si aspetta anche che dia assistenza nella rilocalizzazione dei rifugiati ufficialmente riconosciuti, ma solo su “basi concordate” tra stati membri e con il consenso degli individui interessati.

Quello che manca è una qualsiasi formula o meccanismo per distribuire i rifugiati tra i paesi dell’Unione Europea. E realisticamente non sembra probabile che i singoli stati non direttamente coinvolti dal fenomeno si offrano volontariamente per ospitare un numero significativo di rifugiati. Vanno riconosciuti maggiori poteri all’Easo, perché possa prendere in mano le situazioni e non solo intervenire a posteriori. Prima lo si fa, meglio è (Rifugiati tra Lampedusa e Bruxelles, Tim Hatton su www.lavoce.info).

Occorre restituire protagonismo ai figli delle rivoluzioni arabe “della dignità”, supportarli per mantenere attive le reti di comunicazione ed aprire loro spazi politici attraverso cui conquistare i diritti e la libertà che gli spettano. A partire dallo sciopero generale del 6 maggio (Permesso umanitario, ma per fare cosa? Le proteste dei tunisini di Lampedusa a Ventimiglia e Parigi, Simone Savona su www.meltingpot.org).

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